FEMMINICIDIO, QUANDO LA PREVENZIONE SALVA LA VITA

DI MARINA NERI

 

La chiamerò Rosa ma non è il suo vero nome. La incontrai in un giorno d’inverno di un’anno fa.
Indossava la sua corona di spine, in ginocchio sotto il peso del terrore, delle convenzioni e delle sue stesse convinzioni: era terrorizzata, violata nel corpo e nell’anima.
Non so perché il conoscerla mi ricordò la Divina Commedia, con lei vidi l’inferno, toccai la miseria “degli uomini nati a viver come bruti”. Quegli occhi di donna, grandi, immensi, mi fecero scrutare nelle loro profondità. E in quegli abissi scorsi Cerbero, Cariddi che divora e consuma, il padre del male, la notte più nera, il baratro senza scampo, privo di luce di speranza. Un volto di donna in cui a splendere era solo lo sguardo, tutto il resto era tumefatto, violaceo, gonfio, abbruttito.

Anche la voce era roca, senza più l’inflessione, amara ma viva, del pianto. Ecchimosi le ricoprivano il volto giovane di eta’ ma vecchio di ansie e di esperienze. Un macabro rituale di tortura psicologica e fisica l’aveva marchiata per sempre: un setto nasale rotto rendeva le sue fattezze simili a un pugile per il quale diverse volte era suonata la campanella del KO. Le spalle erano ingobbite ma non era scoliosi. Era un peso che sovrastava la sua anima prigioniera molto più che il suo corpo.

Quel corpo che aveva amato un mostro, che continuava a giustificarlo nonostante i referti ospedalieri fossero sempre impietosi: lesioni. Com’era sbadata Rosa! Una caduta accidentale, una disattenzione, un incidente domestico. Ed era giusto il punirla, era amore l’educarla, era esempio da trasmettere a due ignare bimbette che assistevano impotenti al film di un quotidiano martirio.

E Rosa subiva, Rosa espiava le colpe di Eva, di essere donna che amava il carnefice, di essere figlia del pregiudizio che persuade, governa e, infine, uccide. Finche’ un giorno Rosa decise di amarsi.

Nell’unico modo che possedeva: attraverso la parola! Raccolse i brandelli di orgoglio e seguì il suo avvocato che la condusse in un centro antiviolenza. E’ in questi centri, per lo più associazioni, onlus, cooperative sociali, che si realizza la grande metamorfosi di queste donne. Crisalidi nel bozzolo delle loro paure. Attraverso l’ascolto, l’assistenza, gli input ad una nuova percezione di se stesse che psicologi, psichiatri, riescono ad infondere loro, spesso queste donne trovano la forza per denunziare i loro aguzzini risalendo dal baratro in cui erano discese.
Rosa capì che pensieri quali “domani cambierà”, “lui ha bisogno di me”, “è il padre delle mie bambine”, “solo io posso aiutarlo” non le erano serviti a nulla! Comprese l’inutilità delle sue solitudini, dei suoi sorrisi da crocerossina che erano menzogne a camuffare il fallimento, a proteggere un nido, a tutelare il rapace.

Nonostante il dilagare del fenomeno del femminicidio, ben 70 vittime dall’inizio dell’anno, le strutture, i centri ed i rimedi messi in campo devono fare i conti con la penuria cronica di risorse, con un piano di tagli che monetizza persino la vita umana. Pur tra mille difficoltà, però, queste realtà non recedono dal prestare ascolto alle donne che vi si rivolgono, divenendo il primo, essenziale gradino verso l’aiuto e la conseguente liberazione. Il fenomeno non ha latitudini, da ciò l’esigenza di costituire a livello territoriale reti per favorire il coordinamento di tutti gli enti coinvolti nell’ambito della violenza: centri antiviolenza, forze dell’ordine, pronto soccorsi, servizi sociali, tribunale dei minori.

Gli ultimi anni hanno visto addirittura una maggiore partecipazione nell’ausilio a questi centri, da parte di enti pubblici, Regioni, Province, Comuni, Aziende Sanitarie probabilmente per lo slancio emozionale scaturito dai raccapriccianti delitti in escalation, e per la loro incidenza sulla opinione pubblica. A Reggio Calabria dal duemila opera un centro antiviolenza completamente pubblico, primo caso in Italia, sorto all’interno dell’allora Asl di riferimento territoriale, oggi ASP, grazie alla visione lungimirante della Dott.ssa Mariella Squillace. Nasceva come Centro di Smistamento in Rete che oltre a fare prevenzione, contrasto e denunzia, contro l’abuso e la violenza, prestava assistenza alle donne facilitando l’accesso alle strutture più vicine territorialmente alla vittima. Il centro, sorto all’interno del consultorio, utilizzava mezzi, strumenti e personale della struttura medesima, senza aggravio di spese per l’ente.

In occasione del 25 novembre, giornata celebrativa internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in esclusiva per Alganews, la dott.ssa Squillace è stata raggiunta per una intervista sul fenomeno della violenza di genere e sulla possibile prevenzione del femminicidio.

Mi accoglie una donna minuta ed energica che con il suo operato, unito a quello di tante professionalità che con dedizione si dedicano ad osteggiare questa piaga sociale, acquisendo la fiducia delle donne che si rivolgono al centro, è riuscita a salvare la vita a moltissime di loro, anche la vita di Rosa.

Inizio con una domanda probabilmente ovvia, ma sulla quale molte donne non si soffermano mai abbastanza: – Dott.ssa Squillace, quali sono le prime avvisaglie foriere poi della violenza di genere?-

– L’uomo abusante cerca la donna con una predisposizione alla vittimizzazione, con una fragilità di base. Questo dato viene chiamato “atteggiamento di genesi della violenza”. La donna, inoltre, reca in sé la criticità di ritenersi “crocerossina”, assumendo un atteggiamento salvifico nei confronti dell’uomo. L’iter che conduce spesso alla violenza e poi al femminicidio inizia con le aggressioni verbali, prosegue con una vera e propria violenza verbale, si concretizza nella “ disconferma” della donna. Nella psicodinamica della violenza è il volere creare una condizione di sottomissione. Fa seguito il disvalore, cioè l’inculcare nella vittima la convinzione di non valere niente, al punto tale da indurre la stessa a desiderare la morte e, addirittura di meritarla. Il passo successivo, nel crescendo verso l’estrinsecazione fisica della violenza, è la denigrazione. L’uomo comincia a costruirsi il suo pensiero perverso, ritenendo che la donna non abbia dignità e diritto di vivere. La cosa più giusta è che muoia, indipendentemente dalla prevaricazione che le usa. La offende, la sottomette, al punto tale da costruirsi l’idea che sia meglio che quella donna non esista-.
Le domando: – Com’è possibile che la donna non si sottragga a questa vessazione psicologica? –
Con tono pacato risponde: – L’alienazione è l’ulteriore momento di questo viatico. L’uomo abusante fa di tutto per allontanare la donna dal mondo che la circonda, le lesina il denaro che rappresenta in lui l’idea della indipendenza, la rende succube e psicologicamente debole. La donna a questo punto crede di meritare quanto le accade, si isola dalla famiglia e dagli amici, teme per i figli, è terrorizzata al pensiero che questi le vengano sottratti.-

Sempre più consapevole del dramma e della solitudine che avvolge queste donne, chiedo: – Possibile che l’uomo, magari la persona con cui si è condiviso un percorso di vita, non si renda conto del male che fa?-
La dottoressa continua nella sua spiegazione:- L’uomo violento non ha alcuna empatia nei confronti della donna, sua vittima. Nel momento in cui manifesta e dà sfogo alla violenza, egli non è in grado di pensare alle sofferenze che provoca, solo perché lui non riesce a percepirle. L’uomo abusante, e questo emerge poco perché le donne sul punto spesso sono reticenti per un senso di profonda vergogna che le pervade, è sovente anche stupratore della donna, al fine di accentuare il disvalore. “Tu non meriti l’amore. Meriti di essere violentata”. La violenza sessuale, quindi, diviene ingrediente del calvario cui sono sottoposte queste donne. Nella testa dell’uomo c’è l’idea perversa di costringere la donna alla sottomissione usandola nel peggiore dei modi dal punto di vista sessuale. La donna si convince di non valere nulla al punto di meritare di essere così mortificata. Accade qualcosa di simile e perverso anche con i pedofili. Il pedofilo, infatti, produce l’orgasmo nel bambino/a, ed il piacere che provoca serve a fare sentire sporco il minore, così lo vittimizza facendo pesare psicologicamente l’evento al punto che la vittima tace per vergogna. –

Scendo sempre più la scala verso il baratro porgendo la domanda successiva: – Quali sono le fasi in cui si estrinseca la violenza fisica?-

La risposta è pacata ma perentoria, quasi ci sia un copione già prestabilito recitato da questi uomini : -Vi è la fase c.d. “esplosiva” cui fa seguito quella del “pentimento e della regalìa”, e poi quella della “stasi-assestamento” in cui la donna sa che sebbene l’uomo sia tranquillo, l’ira e la conseguente violenza possono riesplodere. E’ in questa fase che scatta nella donna l’atteggiamento da crocerossina, la tendenza salvifica: “Solo io lo posso salvare e se mi fa questo me lo merito”. Poi, l’uomo abusante, che non ha la capacità di contenere gli istinti, di fronte allo stress fa riesplodere la sua rabbia. La rabbia che cresce, si indirizza tutta nei confronti della donna che viene minacciata dall’uomo, la sua volontà viene coartata ed infine piegata, al punto che la stessa trova escamotage pur di coprire il suo aguzzino ed i segni evidenti e tangibili dei soprusi psicologici e fisici di cui diviene vittima_

Tremenda la conclusione cui perviene l’esperta: -Nella fase pre-omicidio l’uomo minaccia, per rafforzare il suo delirio di onnipotenza. Descrive minuziosamente il male che farà alla donna, la terrorizzerà al punto da vittimizzarla ulteriormente. E’ la fase limite. Se la donna non denunzia, non si rivolge ad un centro di assistenza, se la rete familiare o amicale non segnala, ella è in serio pericolo di vita.-

La domanda a questo punto diviene consequenziale: – Come si interviene?-

La dottoressa nel rispondere sa che per un caso a risolversi tanti altri, purtroppo sfoceranno in femminicidio. – Nel momento in cui tramite la rete (parentale o sociale, scuola, medico di base, tribunale dei minori) o attraverso la donna medesima si ha la segnalazione dell’abuso o della violenza, una equipe specializzata esamina il caso. Viene redatta una relazione dettagliata e viene mandato un foglio alla Questura con la c.d. “segnalazione salva vita”. E’ stato creato in questa struttura un modulo attraverso il quale è possibile identificare nell’immediato il livello di urgenza nell’intervento: codice verde (accertamento), codice giallo (protezione), codice rosso (urgenza salvavita). La fase successiva vede il coinvolgimento sinergico delle forze dell’ordine, degli assistenti sociali, dei tribunali, coinvolti nella rete. –

– E’ possibile fare attività di prevenzione contro la violenza di genere ed il femminicidio?-

-E’ possibile ed è doveroso fare prevenzione. Essa deve cominciare sin dalle fasce scolari più piccole, addirittura dalla scuola materna- esplicita la dott.ssa – Occorre una “alfabetizzazione delle emozioni”, un’educazione al rispetto, un percorso all’affettività, un ritorno all’insegnamento dell’educazione civica. I bimbi sin dalla più tenera età devono ricevere informazioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato in modo da valorizzare i concetti di differenza e di parità di genere già a partire dall’infanzia. Devono tendere ad essere persone perbene, sapere portare benessere. Il rispetto conduce, infatti, al bene dell’essere. Un altro aspetto da non sottovalutare se si vuole fare prevenzione, è quello di affiancare, quale figura obbligatoria, al pediatra di base, come accade già da molti anni in Francia (con un trend in calo nei femminicidi) lo psicologo di base, perché già nei piccoli egli riesce a capire se qualcosa non va e interagire con gli assistenti sociali. Lo psicologo dovrebbe, altresì, avere una postazione fissa nelle scuole. Occorre una informazione capillare, martellante e continua in cui fare capire alle donne che non sono da sole. Una pubblicità incessante atta a evidenziare le criticità. –

-Perché le vittime di violenza di genere sono restie a denunziare gli abusi?-
– La donna che è sottomessa o vittimizzata non denunzia, per paura, perché la sua volontà è coartata, si sente isolata. Le segnalazioni, nella maggior parte dei casi, arrivano dalla rete familiare o amicale che necessita, però, di informazione su vasta scala. I pilastri della società sono la famiglia e lo stato. Nel momento in cui la famiglia vacilla, deve intervenire lo stato per contrastare i fenomeni prima dal punto di vista educativo e, successivamente, repressivo. Il femminicidio, purtroppo è il portato della disattenzione che si è avuta nel sociale per più di cinquant’anni. Occorre, quindi, costruire una rete di prevenzione da una parte e un accompagnamento psicologico e anche materiale delle vittime dall’altra, cercando di ridurre al minimo l’impatto burocratico con i suoi tempi ciclopici. –

Le chiedo:- Quali iniziative concrete sono state poste in essere per una corretta opera di prevenzione?-

– Per due anni consecutivamente, in sinergia con la Questura, e con l’ausilio di un camper per effettuare interventi itineranti- afferma l’esperta- io stessa assieme ad un gruppo di psicologhe ed assistenti sociali, coadiuvati dalle forze di polizia, abbiamo portato nelle scuole il progetto promosso dal Ministero della Giustizia “Questo non è amore”, per fare comprendere che si può fare prevenzione attraverso canali importanti: la conoscenza, l’informazione, la consapevolizzazione dei diritti e dei doveri. Nelle scuole si è voluto lanciare il messaggio che non si è da sole e che sconfiggere l’abuso e la violenza è possibile attraverso la sinergia di coraggio ed azione, in cui la donna da vittima diviene protagonista della sua liberazione. A questi aspetti deve aggiungersi, ovviamente, la certezza del diritto e della pena per la fase successiva della repressione-

– Cosa ha permesso a Rosa e a tante altre donne di salvarsi?-

Senza alcuna esitazione risponde: – La rete amicale e familiare ha salvato Rosa che, in quanto psicologicamente vessata, non si rendeva conto del pericolo mortale che correva. Statisticamente, la tempestività di segnalazione e di intervento salvano la vita della donna. Molte donne si sono immolate sull’altare di un insano amore. A volte l’amore per l’altro supera l’amore di sé. –

La Donna della mia storia ha tolto le sue scarpette rosse…

Un giorno decise di Amarsi. Chiese Aiuto sapendo di non potere liberarsi da sola… Oggi è lì, spalle dritte, sguardo limpido, occhi immensi aperti sul mondo. Ha attraversato l’inferno, conosce il dolore delle fiamme che penetrano la pelle, conosce il dolore di madre che ha sottratto i figli alla visione della violenza paterna. Ma conosce soprattutto chi è. È la crisalide che stava soffocando nel bozzolo del girone del suo inferno. Con le unghie e con i denti ha strappato la sua prigione e ora vola. Sa che la sua vita non durerà solo un giorno e che nel bozzolo del tormento e del rimorso oggi, c’è il suo aguzzino.

– Cosa sente di dire a queste donne? – domando
– Occorre dire “grazie” a questa Donna e a tutte le donne che hanno saputo gridare “no alla violenza”, anche per coloro che non avevano voce o avevano voce troppo flebile per riuscire a chiedere aiuto.-

Alla domanda su come si sente alla soglia del quasi raggiungimento della pensione la stessa, con semplicità, risponde: -Porto con me il bagaglio di abbracci e di vite restituite. Ho portato nel sociale la mia vita per come credevo di farlo: da persona per bene-.