LA GRANDE RAZZIA DELLA TAV: RUBERIE E MISFATTI

DI RAFFAELE VESCERA

La manifestazione dei trentamila di Torino per il sì alla Tav in Val di Susa non ci impressiona, la borghesia del Nord Italia, rappresentata nei suoi interessi da Forza Italia, Lega e Pd, che sommariamente definiamo il Partito Unico del Nord, e mediaticamente sostenuta dai maggiori mezzi di informazione, è scesa in piazza in difesa dei privilegi miliardari di cui gode dall’Unità d’Italia: bruciare le risorse del Paese più per prendere che per intraprendere. E farlo più di tutto al Nord, dove il sistema di controllo economico politico è totale, mascherando il tutto con il necessario sviluppo della cosiddetta “parte produttiva del Paese” e impedendo lo sviluppo dove ve n’è più bisogno, al Sud. L’assurdo dei 70 milioni di euro a km spesi per l’Alta velocità ferroviaria, laddove la vicina Francia ne spendeva 10, sette volte di meno, è stata raccontata dal compianto giudice Ferdinando Imposimato nel suo “Corruzione ad alta voracità”. Dei costi stratosferici della Tav abbiamo parlato in un recente articolo che si è avvalso, come questo, degli studi e della collaborazione dell’ingegnere Erasmo Venosi, esperto consulente per le infrastrutture. Ma vediamo nel dettaglio quali interessi difende chi vuole la Tav la Nord e chi sono gli attori coinvolti.

Chi sono i general contractor del sistema Alta velocità? Nel 1991 La costruzione della linea fu affidata ad una serie di imprese che riunite in consorzi raccoglievano il “meglio” dell’imprenditoria privata italiana. Dagli Agnelli della Fiat-Spa e della Tecnimont SpA, ai Ligresti della “Grassetto lavori, ai Ferruzzi della Gambogi, ai Gavio della Itinera, ai Del Prato, i Pizzarotti, i Maltauro, i Salini, le emiliane cooperative “rosse” legate al PD.  A garanzia della collaborazione tra controllati e controllori, la senatrice di casa Fiat, Susanna Agnelli, che non avrebbe più vestito alla marinara ma alla ferroviera, fu nominata presidente, a 400 milioni di lire l’anno, del Comitato dei garanti Tav, voluto da Prodi. Così, ministri fidati e grazie di famiglia permettendo, la Fiat non perse l’affare.

La TAV spa firma i contratti per la progettazione e la costruzione di due tratte, la Torino- Milano e la Bologna Firenze, con la Fiat, che diventata “stazione appaltante”, immediatamente subappalta le tratte a due consorzi di imprese, il CAVET e il CAVTOMI, tenendosi senza muovere uno spillo il 3% dell’importo dei lavori, finanziati con soldi esclusivi dello Stato. Un amico una volta disse che ha preso più soldi dallo stato italiano la Fiat in un secolo che la Cassa per il Mezzogiorno in vent’anni. Non sappiamo se sia vero, comunque i conti vanno fatti e potrebbero riservarci belle sorprese per scoprire il perché dello sviluppo industriale del nord e del mancato sviluppo del Sud.

Le altre tratte AV, saranno affidate ad ENI ed IRI, entrambe aziende dello Stato, che a loro volta appalteranno i lavori ad altri consorzi d’imprese, senza però potersi tenersi il 3% dei soldi dello Stato cui loro stesse appartenevano. Costituiscono i consorzi di imprese private cui affidare i lavori, il CEPAV 1 per la Bologna-Milano e CEPAV DUE per la Verona- Venezia, oltre all’IRICAV 1 per la Milano- Verona e IRICAV 2 per la Roma- Napoli. Il Cepav 2 costruisce anche la Treviglio-Verona, segmento finale della Milano-Verona e si occupa della realizzazione della Milano-Brescia. Il consorzio è costituito da Saipem (gruppo Eni), Pizzarotti, dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua Spa Roma e dalla Maltauro di Vicenza.

La Milano-Genova venne invece concessa in extremis, quando alcuni imprenditori come Ferruzzi e Ligresti, tagliati fuori, rivendicarono, minacciosamente, la loro parte. Come accontentarli? Si inventarono la Milano-Genova, per la quale, per risparmiare quindici minuti di percorrenza, avrebbero speso più di cinque miliardi di euro. L’opera viene concessa al Consorzio Collegamenti Integrati Veloci, (detto Cociv) quale contraente generale, costituito da Grassetto Lavori (di Salvatore Ligresti) Del Prato, Itinera (di Marcellino Gavio) Gambogi (Ferruzzi), Tecnimont SpA (Fiat), CER fra le cooperative di Produzione e Lavoro, Collegamenti Integrati Veloci SpA (gruppo bancario). In seguito alle vicende giudiziarie di Tangentopoli, che videro arresti e suicidi tra i principali membri del Cociv, cambiò la composizione societaria. Il nuovo Cociv 1 è costituito da Salini-Impregilo, Mairetecnimont (Fiat), Collegamenti Integrati Veloci, Società Italiana per Condotte d’Acqua. Impregilo ha poi acquistato da Mairetecnimont il 10% di Cociv arrivando alla quota del 64%, Condotte ha rilevato sempre da Mairetecnimont un altro 10% e detiene il 31% di Cociv.

All’inizio era il silenzio, ma nel 1992, Vincenzo Lodigiani, rilasciò una dichiarazione in tribunale, durante le indagini di mani pulite, in cui affermava di essere a conoscenza del pagamento di tangenti sull’Alta velocità. Le aziende del Consorzio Collegamenti Integrati Veloci (il Cociv) finirono sotto inchiesta, alcune fallirono, altre vennero rilevate dalla Itinera di Gavio, le restanti si ritirarono dal consorzio.

Ligresti fu arrestato una prima volta nel 1992, accusato di corruzione per gli appalti delle Ferrovie Nord e della metropolitana di Milano. Passò quasi quattro mesi a San Vittore e fu condannato a due anni e quattro mesi, con l’affidamento ai servizi sociali.

Raul Gardini, amministratore dell’enorme gruppo Ferruzzi, il secondo più potente d’Italia, si suicidò nel 1993, quand’era imminente il suo arresto per il coinvolgimento in tangentopoli.

Marcellino Gavio, negli anni precedenti era riuscito ad aggiudicarsi appalti per circa mille miliardi di lire. Nel 1992 il suo amministratore delegato, Bruno Binasco, suicida nel maggio 2018, fu arrestato per corruzione e condannato per finanziamento illecito ai partiti, successivamente assolto per giudizi e per prescrizioni, insieme a Primo Greganti. Il 18 agosto 1992, fu spiccato a carico dello stesso Gavio un mandato di cattura per presunte tangenti versate a Gianstefano Frigerio, segretario regionale DC, in relazione all’appalto per i lavori sull’Autostrada Milano-Genova. Pensate che qualcosa sia cambiato dal lontano 1991? Se è così vi ricordano niente i nomi di Frigerio e Greganti? Li ritroverete nello scandalo Expo. In quanto a Marcello Gavio, fuggì a Montecarlo, per rientrare in Italia nel 1993, a sopraggiunta prescrizione dei suoi reati.

In quanto alla Saipem, controllata ENI, il direttore operativo Pietro Varone è stato arrestato per una presunta tangente pagata ad esponenti del governo algerino per favorire la Saipem e la stessa Eni in appalti da 11 miliardi di dollari in Algeria. L’AD Scaroni, Il 7 febbraio 2013 viene iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Milano per corruzione. Paolo Scaroni è stato arrestato nel 1992 durante Mani Pulite; nel 1996 ha patteggiato un anno e 4 mesi per tangenti di alcune centinaia di milioni di lire, versate al Partito Socialista Italiano per appalti Enel.

La Pizzarotti di Parma negli anni Novanta anch’essa coinvolta in Tangentopoli fu assolta per le tangenti Enel ma patteggiò per i lavori di Malpensa 2000. La storia giudiziaria del cavaliere di Parma fu così raccontata da la Repubblica del 16 febbraio 2002: “Paolo Pizzarotti finì a San Vittore, dopo che aveva già una volta evitato il carcere ammettendo tangenti alla Dc per i lavori alla Malpensa. Era il 3 marzo ’93. Furono giorni tremendi per il Cavaliere di Parma. Il giorno dopo, il gip Italo Ghitti lo scarcerò, ma prima di uscire gli consegnarono un altro ordine di custodia per corruzione, questa volta dei pm di Bolzano Tarfusser e Rispoli, per tangenti (un miliardo) relative alla superstrada Merano-Bolzano. Pizzarotti tornò libero il giorno successivo, dopo aver parlato tre ore con i magistrati. Solo due giorni dopo si venne a sapere che cosa il costruttore parmense aveva ammesso: aver dato il miliardo al grande capo della dc emiliana, l’onorevole Franco Bonferroni, indicato come un collettore di tangenti per conto del ministro dei Lavori Pubblici Prandini. Il 16 aprile arrivò a Pizzarotti un altro ordine di custodia: Gerardo Colombo gli contestò per altri due finanziamenti illeciti, uno di 4 miliardi per un appalto dell’ autostrada Parma-La Spezia l’altro all’ Enel per lavori alla centrale di Montalto. L’industriale questa volta andò agli arresti a casa.”

Enrico Maltauro è finito recentemente in carcere per tangenti legate ai lavori dell’Expo di Milano (secondo il Fatto Quotidiano “un grande nome ridotto, vorremo capire perché e per chi, a fare il porta buste vicentino”). Nella Maltauro c’era già stata una vicenda giudiziaria, così raccontata da Il Corriere della Sera del 14 ottobre 2001: “È morto suicida, dopo un volo da una finestra della sua casa di Vicenza, l’ ingegnere Giuseppe Maltauro, 59 anni, titolare dell’ impresa di costruzioni «Cosma», coinvolta nelle Tangentopoli veneta e lombarda degli anni ’90. In una lettera, l’ imprenditore ha spiegato il suo gesto con lo stato di salute. Nel ’92, Maltauro confessò di aver pagato mezzo miliardo (258 mila euro) per appalti. Fu poi in carcere per 3 mesi nel ‘ 93 (concorso in corruzione).”