PRIMARIE PD. PARTE MALE IL CANDIDATO MINNITI

DI FABIO BALDASSARRI

Credetemi: non so di quale patologia si tratti, ma di patologia deve trattarsi se, nell’intervista concessa domenica alla Repubblica, Minniti sembra dar credito all’idiozia di quel leader (la storia ci insegna che anche ai leader scappano idiozie) che ai tempi del Pci disse: «I capi scelgono come successore uno più coglione di loro e la chiamano continuità…».

Nel dopoguerra, alla morte inaspettata di Togliatti nel dolore e nel rispetto diffuso,  il gruppo dirigente indicò Longo come segretario. E Longo, dopo un malore che gli provocò seri impedimenti, con lungimiranza propose come vice Berlinguer il quale, in epoca successiva, venne eletto segretario dal comitato centrale formatosi in seno a un congresso vero.

Quando Berlinguer scomparve, il dolore e il rispetto diffuso mostrarono, ancora una volta, quanto fossero considerati i capi comunisti. Gli subentrò Natta che, dopo poco, con un colpo di mano dei cosiddetti colonnelli (innovatori?) fu sostituito da Occhetto. E con Occhetto, e successivi cambi di nome del partito, cominciarono le lotte intestine col coltello in bocca.

In ultimo, con primarie inventate per dare credibilità a un papa straniero (Prodi), si ha quel continuum che portò alla elezione di un segretario/premier proveniente da tutt’altra storia: Renzi. Minniti sembra non aver capito che – per arroganza, supponenza e incapacità di sintesi – fu anche così che si crearono le condizioni per il diluvio. Complice il voto dei non iscritti.