IL TRAGICOMICO BALLETTO SUL PECULATO, SIMBOLO DI UNO STATO MALATO

DI MARINA NERI

 

C’era una volta una Res Publica. Quando il diritto era “ius”, dal termine pecus, gregge, si fece derivare la parola ” peculato”, codificando cosi’ il reato di furto di bestiame.

Sempre in quel mondo antico, un insignificante omuncolo ( si fa per dire) tale Giulio Cesare, promulgo’ la lex Iulia che prevedeva la punizione di colui o coloro che, nell’esercizio delle proprie funzioni, si impadroniva di denaro pubblico.
Il reato veniva identificato come un ” crimen publicum” e chi veniva giudicato colpevole era condannato a versare il quadruplo della somma di cui si era appropriato.

Per molti secoli quella norma venne reiterata nei codici a seguire.

C’era una volta uno Stato che nella sua attivita’ di prevenzione e repressione dei reati, aveva sempre ritenuto un abominio l’aggressione agli interessi e ai beni della pubblica amministrazione.

Il peculato, infatti, nell’evoluzione normativa, rientra fra gli atti contro la pubblica amministrazione e la sua punibilita’ scaturisce dall’esigenza di garantire il regolare funzionamento, la imparzialita’ e il prestigio degli enti pubblici e di evitare, conseguentemente, danni patrimoniali alla collettivita’.

Reato contro la Pubblica Amministrazione, quindi,reato contro tutti i cittadini.

Cosa si voleva tutelare? Chi era in questa favola la principessa da difendere dalle fauci del drago?
Il vero bene da salvaguardare era il paradigma costituzionale del buon andamento della pubblica amministrazione, della sua imparzialita’, aspetti rinvenibili nell’art. 97 della Costituzione.

In quello Stato sano il reato, commesso esclusivamente da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, nell’esercizio delle loro funzioni, plurioffensivo perche’ contro il buon andamento e gli interessi patrimoniali della pubblica amministrazione, era punito con la reclusione da quattro anni a dieci anni e sei mesi.

Poi, quello Stato si ammalo’.

Leggi si susseguirono e ben tre modificarono la portata dell’art. 314 cp.

C’era una volta uno stato malato.

Una radiografia impietosa rivelo’ metastasi in ogni suo apparato.Occorreva intervenire, drasticamente, con bisturi e forti anestetizzanti.

Nasceva, pertanto, sotto le pentastelle, protetto dalla spada del Cavalier Alberto da Giussano, il decreto “spazza corrotti”.

Giullari provenienti da ogni contrada ne anticipavano gli effetti salvifici. Aedi declamavano in versi i commi miracolistici. Banditori, coi rulli di tamburi, giravano per le strade ad annunciare novita’ inimmaginabili.

C’era una volta…poi la favola divenne farsa!

“Stai sereno Gigino. Non accadra’piu’.Ste manine misteriose, subdole, vigliaccamente anonime, non inficeranno l’azione del governo!”

Intanto le “manine” mietevano principi fondamentali, modificavano artatamente testi licenziati in un modo, comparsi in un altro, si deliziavano a suonare musiche antiche mentre si pubblicizzavano spartiti nuovi di zecca. Battuto il governo; passato alla Camera l’emendamento al reato di Peculato fortemente osteggiato dai Cinque Stelle.

Un DDL Anticorruzione, che sulla carta doveva passare alla storia come la madre di tutte le battaglie contro il male della nazione rappresentato da corruzione e company, improvvisamente diveniva uno “scudo” per chi commette il reato di peculato.

Ma quale Durlindana? Quali lame forgiate nelle fredde acque di un fiume dell’arco alpino?

Si arrotondano invece le punte delle lance in dotazione all’esercito che deve combattere questi reati, al punto tale da farle divenire strumenti innocui ed inoffensivi.

Basta la parola! Si’. E’ il caso proprio di dirlo. Con un emendamento a sorpresa, vengono aggiunte al vecchio testo normativo, in realta’ piu’volte rivisitato negli anni, ( leggi 86/90;legge 190/2012;legge 69/2015), delle paroline:” salvo che…”. Si cambia completamente il senso dell’articolo 314 cp e, soprattutto,la portata lesiva del reato, creando una esimente ad hoc.

Il nuovo testo dell’art. 314 codice penale, riveduto ed emendato recita :_ Il Pubblico Ufficiale o incaricato di pubblico servizio che avendo, per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilita’ di denaro o altra cosa mobile altrui, se ne appropria, “salvo che tale distrazione si verifichi nell’ambito di procedimento normato da legge o regolamento e appartenga alla sua competenza” e’ punito con la reclusione da quattro anni a dieci anni e sei mesi_

Quando una parola cambia un destino!

Davvero le parole feriscono piu’ della spada e producono metastasi indicibili nel corpo di uno Stato malato!

Bastera’, infatti, l’esistenza di un regolamento, di una normucola, inserita da una sapiente manina, per evitare la configurazione del reato.

E’ prevista, altresi’,nel testo emendato, l’estensione al reato di peculato della prescrizione di cui all’abuso di ufficio, con tempi,quindi, piu’ brevi.

Ove venisse approvato anche al Senato, per il principio garantista del favor rei, si applicherebbe anche ai processi in corso, divenendo la sua efficacia retroattiva.

Ops! Che pensiero maligno: si applicherebbe anche al maxi processo milanese sulla presunta ” rimborsopoli al Pirellone”!

Alle proteste dei cinquestelle il ministro degli interni ha riferito che:” il voto favorevole all’emendamento e’ stato un errore, un incidente di percorso. La posizione della Lega la stabilisce il segretario, il provvedimento arrivera’, alla fine, come concordato dalla maggioranza”.

E pensare che era un emendamento che, gia’ presentato in Commissione dalla Lega, era stato bocciato.

Un martedi’ nero, un uggioso giorno di fine novembre, un ex pentastellato,
on.le Catello Vitiello, sospeso dal movimento perche’ acclarato massone, confluito nel gruppo misto, ha inserito un emendamento gemello a quello rigettato in commissione, nel testo del Decreto Anticorruzione.

Voto segreto e voila’: Governo battuto!

“Stai tranquillo Gigino.”

Un mantra? Un ritornello di renziana memoria, oscuro ricordo di una favola non a lieto fine?

Si’.Tranquilli, come per i 49 milioni di euro da restituire in ottant’anni, come la querela contro Bossi per scongiurare l’estinzione del processo per difetto di procedibilita’ contro il Senatur.

“Stiamo tranquilli” una ” mano” veglia su di noi.

Sconfitta la storia da una manina che con l’eroismo di Muzio Scevola, che per aver fallito la sua missione brucio’ la sua, non ha nulla a che spartire!