MANOVRA, QUANTI ERRORI ADESSO SALVIAMO LA FACCIA

DI PAOLO DI MIZIO

La manovra economica del governo italiano ci ha portati in una drammatica rotta di collisione con l’Europa, come mai era successo in precedenza a nessun Paese nella storia dell’Unione. Non solo, ma l’Italia si trova completamente isolata, senza l’appoggio di un singolo paese, e viene additata da tutti i governi ‘amici’ come un pericolo per la tenuta dell’euro e delle economie dell’intera Europa.

Lo stesso ministro Savona, che fino a poco tempo fa aveva difeso la manovra a spada tratta, ora stando a indiscrezioni di stampa avrebbe detto in consiglio dei ministri: «Non si può più andare avanti così, non ha senso. E la manovra com’è non va più bene: è da riscrivere»

Siamo dunque al cospetto di un momento grave e gravido di conseguenze. Forse è bene schiarirsi le idee e riflettere attentamente su questo Def e su quanto sta succedendo intorno a noi.

Si può essere perfettamente d’accordo sul principio ispiratore o strategico della manovra, ma è lecito essere molto perplessi sulle scelte tattiche e di contenuto. Mi spiego. Il principio strategico era di uscire dalla logica dell’austerity che ha brutalmente schiacciato l’economia italiana, provocando disoccupazione, perdita di competitività e perdita di Pil. Si trattava di ribaltare l’andamento e andare in direzione contraria, ossia in direzione espansiva anziché restrittiva.

Fin qui benissimo. Il Def si propone di andare in questa direzione. Dunque, scelta di fondo incontestabile. Ma da quel momento l’esigenza sarebbe stata quella di concepire un mix di misure in grado di fornire nello stesso tempo un sostegno alle fasce più deboli e disagiate e un’espansione certa della produzione e quindi del Pil, perché senza generare ricchezza non si può distribuire ricchezza. E qui cominciano i dolori.

Il problema è che in campagna elettorale erano state formulate promesse ‘pesanti’ da entrambi i partiti oggi al governo: 1) reddito e pensione di cittadinanza, 2) rottamazione della Fornero sull’età pensionabile, 3) flat tax. Tutte promesse costosissime.

Cominciamo dall’ultima, la flat tax. La scelta adottata nella manovra è stata quella di confermare in parte (ripeto, solo in parte) le promesse elettorali. Non la vera flat tax (che significa aliquota unica d’imposta) e non per tutti. Però è stato ideato un buon compromesso: aliquote ridotte per le partite Iva fino a un certo tetto di reddito per il presente, e la possibilità per il futuro di estendere gradualmente il regime di aliquote ridotte ad altre fasce fino ad arrivare all’intera platea dei contribuenti. Dunque un compromesso ragionevole.

I problemi vengono con le altre misure, reddito di cittadinanza e fine della Fornero. Qui non sono stati adottati compromessi o passi graduali. Si è scelto tutto e subito. Entrambe le misure costano moltissimo e i risultati non sono affatto garantiti.

Il reddito di cittadinanza ha numerose controindicazioni. Le più ovvie sono: 1) che la misura così come è stata concepita rischia di incentivare il non-lavoro, il lavoro nero e la truffa ai danni dell’erario, soprattutto perché: 2) i centri di coordinamento oggi non sono in grado di svolgere realmente il proprio compito di verifica delle condizioni per l’accesso al reddito di cittadinanza né sono in grado di proporre sul mercato della disoccupazione un numero significativo di posti di lavoro (la regola è che chi rifiuta tre ragionevoli proposte di lavoro, perde il reddito di cittadinanza). Sono controindicazioni molto pesanti.

Anche la riforma della Fornero (quota 100, possibilità di
andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi, pur se moderata dal sistema delle finestre temporali) non è esente da handicap. Questi risiedono in primo luogo nei costi aggiuntivi per l’INPS, che già ora è in grave crisi di spossatezza. In secondo luogo nel fatto che non è realistico ipotizzare che se cento persone vanno in pensione, altrettante verranno immesse nel mercato del lavoro. Può essere vero (ma è tutto da verificare) per l’impiego statale, ma non è assolutamente concepibile per l’impiego privato: sappiamo bene che le aziende, specie se non incoraggiate ad assumere, tendono a ridurre le densità di posti di lavoro e a sostituire chi esce con varie tipologie di contratti a termine. Quindi, escono dal mercato posti di lavoro a tempo indeterminato, entrano nel mercato posti di lavoro in numero minore e di tipo meno garantito.

La risposta logica sarebbe stata di attuare in maniera graduale sia la riforma della Fornero sia il reddito/pensione di cittadinanza, così come è stato fatto più saggiamente per la flat tax.

Per esempio si sarebbe potuto cominciare nel 2019 con 100 euro di aumento alle pensioni minime e a quelle sociali. Del resto, se gli 80 euro distribuiti da Renzi al ceto medio fecero miracoli sul piano elettorale (facendogli incassare il 41% dei voti alle elezioni europee), figuriamoci cosa potrebbero fare 100 euro alle famiglie più bisognose.

Il reddito di cittadinanza avrebbe potuto essere rimandato al 2020, una pausa che avrebbe dato il tempo di riorganizzare completamente i centri di coordinamento.
Lo stesso criterio vale per la riforma della Fornero. Si sarebbe potuta attuare gradualmente la discesa dell’età pensionabile, per esempio scalando il requisito di un anno ogni anno, per portare gli attuali 66,7 anni a 62 nell’arco di cinque anni.

A quel punto le risorse non più impegnate da riforma della Fornero e reddito di cittadinanza avrebbero potuto essere concentrate su misure sicuramente espansive. A cominciare dalla riduzione del cuneo fiscale, che pesa enormemente sulle aziende: questo ridurrebbe il costo del lavoro, aumenterebbe la competitività delle nostre aziende e inoltre, se il benefico fosse ripartito tra azienda e lavoratore, significherebbe di fatto un aumento delle retribuzioni.

E infine un grande piano di lavori pubblici: non c’è solo la Tav o la Tap, c’è l’imbarazzo della scelta: messa in sicurezza del territorio (cominciando da argini di fiumi, misure anti alluvione, colline sempre a rischio smottamenti); interventi sulla rete idrica di tutta Italia (che perde il 38% dell’acqua, il 41% a Roma, contro una media tedesca del 6%) anche per assicurarla contro eventuali scosse sismiche; costruzione di nuove carceri; riqualificazione delle strade disastrate delle nostre città a partire da Roma dove è più facile trovare una pepita d’oro che un vespasiano (ma perché mai Roma è l’unica capitale europea senza toilette pubbliche, invenzione che si deve all’imperatore romano Vespasiano?) e via dicendo nell’infinito campo degli interventi pubblici possibili.

Ecco, una manovra così concepita ci avrebbe aiutato a crescere e sarebbe stata difficilmente contestabile da Bruxelles, anche di fronte a un tetto di spesa allargato al 2,4% invece di quell’1,6% pattuito in precedenza con l’Europa.

Adesso l’Italia è al bivio decisivo: riuscirà il governo a cambiare le misure, accontentare l’Europa e insieme salvare la faccia? Lo vedremo a breve termine.