SU GRAMELLINI E IL PEZZO SU SILVIA ROMANO, LA VOLONTARIA RAPITA

DI MONICA TRIGLIA

Succede questo. Che il Grande Giornalista scriva una cazzata sulla prima pagina del Corriere della Sera. Niente di strano e niente di scandaloso, anche ai Grandi succede di scrivere cazzate.

A leggere il pezzo intitolato Cappuccetto Rosso (in tantissimi lo abbiamo letto tutto, del resto 30 righe non sono 30 pagine) io ho pensato due cose.

La prima è che non è da escludere che Massimo Gramellini, autore del contestatissimo Caffè su Silvia Romano, cooperante rapita in Kenya, sia davvero convinto di quello che ha scritto («Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto»…). E allora è giusto che risponda di quello che sostiene.

La seconda è che, nonostante la definizione di Grande, Gramellini si sia adeguato a un atteggiamento purtroppo comune a una buona parte di giornalisti (non tutti e non la maggioranza preciso, ma a parecchi sì). Atteggiamento che io definisco “tirare via”. Dieci minuti e riempi 30 righe. Un colpo al cerchio e uno alla botte (si dice così?) che ti permette di piacere a tutti. Così sicuro di te da non farti domande su quei luoghi comuni che metti giù sulla pagina (e pazienza se è la prima del più importante quotidiano italiano), e sulle loro conseguenze.

Luoghi comuni che invece colpiscono al cuore tanti lettori. Ma che nello stesso tempo fomentano, sottotraccia e quindi ancora più pericolosamente, quel senso di egoismo e intolleranza e disprezzo che sta prendendo sempre più spazio («vai ad aiutare i bambini del Kenya, sei giovane e ti illudi di cambiare il mondo, quando torni ti aspetta una ramanzina, pensa a quanti soldi costi ai contribuenti italiani a causa delle tue “smanie” di altruismo» e così via, se la mia interpretazione è sbagliata scusatemi).

Con tutto ciò, il pezzo resta una cazzata. A cui tantissimi hanno risposto sui social. Io ho letto decine di commenti (non tutte le migliaia ovviamente), la maggior parte argomentata e rispettosa. Certo, c’erano insulti, la Rete è anche questo purtroppo.

Ma davvero credo sarebbe bastato poco. Una frase come: «Sono stato frainteso perché ho usato male le parole» per esempio. Oppure: «Avevo la febbre e mal di pancia e non ero lucido». Oppure ancora, con fare Salviniano: «E’ quello che penso, smettano i giovani di sognare un mondo migliore a spese di noi contribuenti e soprattutto smettano di andare ad aiutare i miserabili africani».

No, no. Assolutamente. La risposta di Gramellini parte con un secondo, davvero incredibile attacco: «Nella tazzina di ieri difendevo Silvia, la cooperante rapita in Kenya, dalla solita accusa di essersela andata a cercare. Per tutto il giorno mi è toccato rispondere alle mail di lettori che criticavano il mio eccesso di empatia nei confronti della ragazza e degli ideali di gioventù» (Ma dai!).

E poi prosegue peggio, proprio come il pezzo del giorno prima. «Qualche furbacchione aveva preso l’incipit della rubrica – dove riconoscevo la logica di alcune argomentazioni contro la cooperante per arrivare nelle righe successive a rovesciarle – e me lo aveva attribuito. A quel punto è partito lo shit storm» (accidenti ai furbacchioni!).

Infine il (terribilmente solito) vittimismo: «I social hanno instaurato la dittatura dell’impulso, che porta a linciare prima di sapere e a sostituire la voglia di capire con quella di colpire. Si tratta di una minoranza esigua, ma non trascurabile, perché determinata a usare uno strumento alla moda per condizionare, storpiandola, la realtà. Persone che, in nome del Bene, arrivano ad augurarti di morire». Amen.

Restano due cose. E sono positive. La prima è che siamo ancora tanti ad avere il coraggio di ribellarci a chi sputa sentenze su persone coraggiose come Silvia, che spendono la vita per aiutare chi ha bisogno. E questo fa bene al cuore (non a quello di Gramellini, ma pazienza).

La seconda è che non vogliamo rassegnarci a un cattivo giornalismo, quello “tirato via”. Un buon giornalista avrebbe scritto così (leggete qui sotto, grazie a Borgognoni che non conosco ma di cui riproduco il bel tweet).