UN SEQUESTRO IN KENYA. POCHE COSE MA SICURE

Di ALBERTO TAROZZI

Sequestro di una volontaria italiana in Kenya, villaggio di Kilifi.

Partono le critiche: se aiuti chi emigra presso di noi ti dicono che bisogna aiutarli a casa loro. Ma se a casa loro ci vai davvero e ti capita qualcosa ti dicono che “te la sei cercata”. Le stesse cose che si sentono dire per una ragazzina in discoteca, con la minigonna, oppure per uno studente Erasmus che ha avuto un incidente stradale. La stessa frase detta dalle stesse persone. Oggi si aggiunge qualche persona in più. Da noi si dice “lo è o lo fa?”. Tanto, con quella faccia può dire quello che vuole. Meglio ignorarlo.  Come fa la famiglia della ragazza sequestrata, che della stampa non ne vuol sentir parlare. Nessuno che affronti semmai problemi reali come potrebbe essere l’aspetto della sicurezza sul lavoro.  La serietà e la professionalità delle organizzazioni e dei volontari e cooperanti devono essere una garanzia per una cooperazione adeguata.

Così stanno le cose quando i media parlano di cooperanti allo sviluppo. Una realtà che ho avuto modo di conoscere bene, in tempi piuttosto lontani.

La polizia si orienta verso la malavita organizzata. Ritenuta meno plausibile la pista della Jihad. Spiazzata la stampa nostrana. Con i jihadisti sotto tiro il lavoro si sarebbe semplificato. Sarebbe bastato tirar fuori un pezzo su al Shabaab, magari il massacro avvenuto all’ Università di Gharissa, proprio in Kenya, di qualche anno fa e il gioco era fatto.

Capire invece oggi la dinamica reale dei fatti è un po’ più difficile. Almeno una dozzina i complici malavitosi dei sequestratori, forse di origine somala; ma con l’Islam paiono entrarci poco. D’altronde le relazioni pericolose tra somali e kenyani sono di antica data.

Riguardano etnie di pastori che si contendevano a mano armata i pascoli residui, in periodi di siccità. Quando lo Stato somalo saltò per aria la situazione peggiorò. L’intervento delle truppe del Kenya a Mogadiscio, nel quadro della missione Amisom, spostò verso i confini col Kenya il baricentro delle azioni di al Shabaab, che trovò allora comodo costruirsi una costola tra i kenyani, a dispetto degli antichi rancori. Nel nome di nuove alleanze. Entrambi islamizzati (nell’est del Kenya, spesso, i maestri di scuola coranica ricevevano sussidi dal Kuwait, via Khartoum). Entrambi ostili al governo di Nairobi, egemonizzato dall’ etnia dei Kikuyu.

Ma le bande criminali che fanno sequestri, come quello di Kalifi, paiono avere altre origini. Bersaglio sono i bianchi. O per meglio dire il loro portafoglio, ritenuto più pieno di quello dei locali. Le tensioni etniche e religiose? Finora non pervenute.

Quando si tratta di soggetti isolati, che si limitano ai furtarelli, basta convertirli, assumendoli come se niente fosse. Da ladri si trasformano in guardiani assolutamente affidabili: questione di vita, di morte o più semplicemente di sopravvivenza. Ma la criminalità organizzata è un’altra cosa. Per volontari e cooperanti sono i rischi del mestiere. Sono andati lì a spegnere un incendio, come i pompieri, possono rischiare bruciature.

Peraltro non vado in Kenya a seguire progetti, da parecchio tempo. Ho  la sensazione che negli ultimi tempi diverse cose possano essere cambiate, tranne una. I cretini che ne parlano a vanvera. Quelli sono solamente aumentati.