ARGENTINA: GIORNALISTA TROVATO STRANGOLATO IN UN HOTEL. ERA STATO MINACCIATO

DI FRANCESCA CAPELLI
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES
Si chiamava Martín Licata (nella foto), aveva 27 anni, studiava Filosofia e faceva il giornalista per alcune testate di sinistra (La Batalla Cultural, Sudestada, Hegemonía, Kontrainfo…) con lo pseudonimo di Martín D’Amico. Il classico profilo di chi “se la va a cercare”. Uno che in Italia sarebbe diventato protagonista di qualche editoriale melenso sull’imprudenza della giovinezza, scritto da giornalisti che giovani non lo sono più  e ” a cercarsela” non ci sono mai andati.
Martín è stato trovato cadavere sabato scorso in una stanza di un hotel de transito, qualcosa di simile a un nostro “albergo a ore”, ma senza lo stigma sociale che in Italia accompagna questi luoghi. A Buenos Aires sono frequentati non solo da coppie clandestine od occasionali, ma anche da giovani che non hanno una casa tutta per loro o da coppie stabili che vogliono concedersi il lusso di una vasca da idromassaggio ai piedi del letto.
Secondo la testimonianza del personale dell’hotel, il giovane sarebbe entrato con donna di circa 25 anni che si è poi allontanata da sola, dicendo che il suo compagno era rimasto in camera a farsi una doccia. Cosa che non sarebbe dovuta accadere, visto che è vietato dalla legge allontanarsi separatamente da un hotel de transito. Da giorni la polizia di Buenos Aires sta cercando di identificarla e rintracciarla, aiutandosi con le videocamere delle strade limitrofe e indagando tra i conoscenti di Martín. Tutto farebbe pensare a un gioco sessuale finito male, se non fosse per le minacce ricevute dal giornalista nei giorni precedenti la morte.
Nella stanza dell’hotel non sono stati trovati i documenti di Martín– tanto che per alcuni giorni il corpo è rimasto all’obitorio senza essere identificato – e nemmeno il cellulare a cui i genitori mandavano messaggi whatsapp nel tentativo di rintracciarlo. I messaggi sono rimasti senza esito, ma c’è stata una risposta muta a una chiamata. La famiglia è convinta che la morte sia da mettere in relazione con la sua attività professionale.