UOMINI CONTRO DONNE: NON CI FANNO MANCARE NULLA, TRANNE L’AMORE

DI ANNA LISA MINUTILLO

“Angeli del focolare”, Involucri atti a “sfornare figli”, silenziose, remissive, tolleranti, di corsa tra un ruolo e l’altro da ricoprire nella vita.
Amiche e complici, ascoltatrici e consigliere, amanti e mamme, con pensieri che non si riescono neanche ad enunciare.
Donne che devono impegnarsi il doppio per arrivare ad essere riconosciute nel contesto lavorativo e quando con affanno questo avviene, ci pensa il resto della società a giudicarle sempre inadeguate alla situazione, a screditare tanto impegno, ad umiliare pur di non guardare negli occhi il suo di fallimento.
In lotta con la bilancia alcune, tonificate e rilassate altre, di tendenza oppure pratiche e sportive, relegate in angoli di osservazioni che condivise innescano polemiche e costringono alla riflessione e questo proprio non va bene, a molti.
Meglio la vita al di sopra delle parti, quando ad autocelebrarsi sono loro, quelli che di fare i conti con ciò che erano e ciò che sono diventati non ci pensano proprio.
Una condivisione trasformata in una lotta tra generi da molti, troppi anni ormai.
Il disconoscimento quasi dell’esistenza femminile, soprattutto di quella che costringe a prendere atto dell’inadeguatezza in alcuni contesti che emerge da questo essere “maschio a tutti i costi”.
I maschi, preparati ma solo a prevaricare, non ci vogliono stare e quindi da quando quel focolare è stato semi abbandonato per lasciare lo spazio all’individualità femminile, la donna è diventata un problema da osteggiare.
Tanto criticata e messa in discussione da chi un discorso non è neanche in grado di sostenerlo, non si capisce bene poi perché quando un rapporto termina non sono in grado di accettarlo.
Così lasciano emergere tutta la cotanta mascolinità trasformandosi in stalker, fino a diventare killer di quelle donne che proprio non riescono a tollerare.


La violenza che ci regalano non è solo quella fisica, ma parte da quella psicologica, che invisibile, lacera l’anima, scava le ossa, per farci naufragare senza una meta nell’abisso dell’incertezza e dell’insicurezza.
Non c’è spazio per esprimere un parere, esistono ancora campi riservati alla sola ” cultura” maschile.
“Cosa ne puoi sapere tu”?, “ma ti sei vista”?” non vedi come sei ingrassata dopo la gravidanza”?, ” Taci! non ne capisci un cazzo di politica tu”!, ” Ricordi mia nonna con quel vestito, vai a cambiarti subito”!, ” Cucini da schifo! Chi la mangia sta sbobba adesso”?, ” Ma ti pare il caso di uscire così scollacciata”?.
Questi solo degli esempi, di quello scavare continuo, di quell’infierire gratuito, di quel ritenersi in grado di comprendere tutto e tutti che ci viene riservato.
I conti si fanno con l’oste però, è così, quando questi uomini “forti” realizzano che le loro donne non sono le loro nonne che ingoiavano rospi amari, che tolleravano tradimenti e delusioni, che diventavano puerpere che dal giorno dopo si dovevano dare da fare e magari lavorare con loro nei campi, allora il castello dell’autorevolezza, inizia ad oscillare, dondola sempre più forte, cade e le carte si spargono ovunque esattamente come faranno gli schizzi di sangue quando i fendenti che scaglieranno con tutta la loro forza su quei corpi di cui si sono serviti fino a poche ore prima, imbratteranno le pareti di casa, le strade in cui verranno tesi gli agguati, le auto in cui fino a pochi attimi prima si stavano scambiando effusioni.
Si uccide, in tanti modi, si uccide senza far mancare nulla a queste donne che ora reagiscono, diventano ingombranti e scomode, diventano esseri senzienti che hanno deciso di smettere di subire per iniziare a vivere.
Non ci sono più delicatezza e comprensione, ma ossessione quando l’ oggetto di quello che si continua erroneamente a chiamare amore, tenta di rivendicare il suo poter essere donna.
Funamboli su sentimenti che questi uomini non provano più, carnefici assetati di sangue e vendetta che spesso non uccide solo le loro donne, ma spegne anche la vita dei loro stessi figli, quelli che sarebbero dovuti diventare il proseguimento della loro famiglia.
Furia selvaggia in molti casi, ma anche silenziosa, subdola, ben celata sotto falsi sorrisi dispensati a chi non deve sapere né capire da quale infimo individuo si è accompagnate.
Non si regge la vergogna, l’umiliazione ma si è in grado di dispensarla a chi non la merita, a chi ha creduto in quell’amore.
Si parla di voler esseri liberi ma si incatenano ancora le donne attraverso maglie di ricatti morali ed economici.
Si condanna la violenza e si continua ad esserne portatori “sani”, non perdendo un solo attimo per far capire chi “comanda”.
Si enunciano concetti come la disponibilità e l’assunzione di responsabilità e poi ci si dà alla fuga presunta o immaginaria, nascondendo le ” scappatelle” dietro inventate riunioni di lavoro o viaggi fuori sede in cui trasformarsi come per magia in principi “galanti” che abbordano ignare vittime.
Si rientra a casa tronfi dell’ennesima conquista e si parla con gli amici raccontando di “quella troietta che ci si è scopati”, senza avere la minima vergogna della pochezza che propinano con dovizia di particolari a chi nemmeno li ha chiesti.
Assurdo doverne ancora parlare di tutta questa violenza ingiustificata, di tutto questo schifo che ancora ci avvolge, di tutte queste storie che terminano nel peggiore dei casi con la morte delle donne e nel “migliore” con visi deturpati dall’acido che corrode esattamente come prima di quel gesto avevano corroso loro il cuore di quelle donne che tanto non sono disposti a perdere.
Non si comprende che le donne non sono trofei da innalzare, non sono corpi da usare e gettare, non sono simboli sessuali da paventare con allusioni varie negli spot pubblicitari della loro vuota esistenza.
Non si comprende che amare è distante galassie da questo clima di orrore in cui stiamo sprofondando.
Nulla di cui essere fieri, nulla da tramandare a figli disperati che perdono in un solo colpo due genitori, la mamma uccisa per mano del padre, il padre in prigione a sognare quella tanta agognata libertà.
Una guerra che non avrebbe ragione di esistere, proprio come quell’amore che nasce e finisce ma che non si impone.
La triste immagine di una deriva sentimentale che deve tornare a navigare invece il mare delle sfaccettature individuali, del rispetto, dell’ascolto, della condivisione, per donare ancora emozioni, gioia, conforto e confronto pacifico.
Forse chi ci uccide ogni giorno, uccide ogni giorno anche sé stesso, rivelandoci con urla e gesti assurdi tutta l’insicurezza che ha preso il posto di quella imbattibile forza maschile che tanto è stata decantata.
Forse chi non vuole lasciare che le donne riescano ad emergere teme che lo possano fare meglio di come lo hanno fatto loro, proprio perché dotate di angoli di osservazione differenti.
Forse un po’ di educazione sentimentale andrebbe appresa guardando come fanno gli animali che si supportano nei momenti di difficoltà.
Forse…
Intanto impariamo a vivere e non lasciamoci vivere, impariamo a non abbandonare sogni e bisogni recitando il ruolo di chi invece queste cose le riceve, quando è anni che né abbiamo perso le tracce.
Impariamo a perdonarci quando non riusciamo ad essere sempre presenti in ogni luogo perché siamo donne e non macchine.
Impariamo a non lasciarci offendere né denigrare perché chi fa male a parole potrebbe poi passare a farlo anche con le mani.
Impariamo a distinguere tra i silenzi quelli in cui stiamo bene e non creano imbarazzo, piuttosto che quelli in cui soffriamo perché se ci viene rivolta la parola è solo per ledere l’anima.
Impariamo a raccontare spaccati di vita felici, quelli che se non abbiamo avuto fino a quel momento abbiamo tutto il diritto di realizzare.
Impariamo che l’amore uccide solo se chi dice di amarci recita un ruolo ormai consumato di impreparato cittadino del mondo che da solo non sarebbe neanche in grado di fare il giro dell’isolato.
Sorridiamo, balliamo, viviamo ma soprattutto ricordiamoci che non siamo sole.