COME IN UNA FAVOLA: LO LICENZIANO, LUI ACQUISTA L’IMPRESA FALLITA

DI MARINA NERI

C’era una volta un uomo.

Comincia cosi’ la favola bella di Enzo Muscia, che otto anni fa, schiacciato dall’ epilogo ormai usuale per tante imprese italiane, del fallimento dell’azienda per la quale lavorava, decise di non soccombere a quel destino.

L’azienda che ne ha segnato il destino era la Anovo di Saronno, una multinazionale francese, un colosso nel settore dell’assistenza tecnologica che possedeva un portafoglio clienti ampio e importante con grandi brand del settore come la Philips.

Egli decise di non rimanere in ginocchio, di non attendere la carita’ delle istituzioni, ne’ la mano tesa degli amici, decise di rialzarsi, rischiare il poco che aveva in nome del molto che in cuor suo sapeva di potere esprimere e dare.

Ricorda oggi, Enzo, il sapore delle sue lacrime rabbiose, solchi silenziosi a rigare un volto teso, preoccupato che, nel silenzio della notte, anche quella dell’anima, gli inondavano il cuore, spesso sussurrandogli subdole:”arrenditi!”

Era il 2011, l’impresa per la quale lavorava e nella quale era direttore commerciale, lasciava a casa 320 dipendenti della filiale di Saronno. Lui era fra quelli.

La notizia e’ di quelle che stroncano, paralizzano, generano il corto circuito mentale che manda in tilt una persona. Il lavoro, la dignita’, l’indipendenza, divengono improvvise maschere senza piu’ volti in grado di indossarle.

Divengono miraggi, oasi nel deserto di una solitudine che serpeggia, coinvolge e, infine, sconvolge. Scorre davanti il film di una vita spesa in nome dell’onesta’, della fatica, di mani, cuore,cervello messi al servizio di un dovere da cui nasce un diritto.

Poi, nel breve battito di ali di un giorno qualsiasi, in un tempo qualsiasi, il copione di una vita tranquilla viene stravolto da una mano reale, da un regista ignoto, da un deus ex machina invisibile o da tutto questo insieme. E non c’e’ piu’ il tempo per dire “poi”, per pensare” vedremo”, per auspicare un ” forse”, per decidere ” domani”.

Niente lavoro, niente piu’futuro, niente piu’ dignita’, sogni,aspirazioni,progetti.

Quasi trent’anni aveva trascorso a farsi le ossa dentro quell’ azienda, iniziando come tecnico specializzato dietro un banco riparazioni e via via, poi, con impegno, passione, dedizione era riuscito a salire i gradini delle promozioni fino a raggiungere l’apice della direzione del ramo commerciale.

Un’azienda solida, attiva, quotata in borsa, in cui nulla lasciava presagire l’esistenza di uno stato di decozione.

Nessun sentore che potessero persino decidere di licenziare, di annullare le esistenze di centinaia di lavoratori.

E,invece, giunse la notizia ferale: l’azienda doveva chiudere la filiale per risanare i conti.

“Risanare”, un verbo che traduce speranza, un nuovo inizio, nuovo input,la salvezza dopo una malattia.

Ma Enzo sapeva che il significato vero di quel verbo erano lacrime e sangue, il tributo da cui quella rinascita doveva passare. Le vite dei lavoratori erano il baratto che la bestia affamata del mercato richiedeva, da sacrificare su un’ ara d’oro, un altare imbandito dove le vittime non avevano voce, titolo, diritti, speranze.

Cosi’ il “risanamento” passava dalle mani della multinazionale a quelle del curatore fallimentare, passava attraverso la cassa integrazione dei dipendenti e poi attraverso il sacrificio di tutti con la dichiarazione di fallimento.

Enzo non aveva voluto cedere alla rabbia, alla delusione, allo sconforto; con alcuni colleghi aveva cercato di creare un ramo di azienda e cercato finanziatori per ripartire ricapitalizzando l’impresa.

Impietoso l’esito delle loro affannose ricerche: nessuno aveva dato loro credito. Era il 2012. Nessuno comprava la Anovo, quella che era stata un tempo una florida impresa, un allettante bocconcino economico, diveniva un peso da eliminare, perdeva ogni appetibilita’. Essa era destinata a chiudere e con essa sarebbe morta la serenita’ di tante famiglie.

Ed e’in questo preciso momento che ha inizio la favola che vede per protagonista Enzo.Un uomo in ginocchio ha due possibilita’: cedere e inesorabilmente affondare il viso nel terreno della disperazione, o farsi forza, confidare proprio nell’ energia di quella desolante solitudine e, creatura titanica, rialzarsi contro tutto e tutti.

Enzo scelse la seconda opzione. Non volle essere sacrificato restando inane sull’altare di sterili calcoli in nome del dio profitto. Volle sfidare quello stesso mondo che lo voleva frustrato e prostrato.

Decise che avrebbe acquistato lui stesso l’azienda messa sul mercato. La sua determinazione dovette,pero’, fare i conti con l’ostruzionismo degli istituti di credito: nessuno credeva in quel suo folle progetto. Fino a quando lo stesso non decise di rischiare il suo futuro a testa o croce: la sua casa e la sua liquidazione, il frutto dei sacrifici e i risparmi di una vita divenivano la garanzia per il finanziamento di un sogno.

La vita gli diceva apertamente e a chiare lettere che doveva essere lui il primo a credere nel suo progetto e rischiare tutto in suo nome.

Ipoteco’ la sua casa, investi’ i suoi risparmi, contatto’ i vecchi clienti dell’azienda fallita. Scommise col suo destino. Mise a disposizione di un sogno i suoi arnesi logori, la fantasia, la passione, ogni istante del suo tempo, ogni forza che non era stata fagocitata dallo sconforto; questi strumenti sopperirono egregiamente alla carenza di risorse anche laddove le difficolta’ gli sussurravano :” non ce la farai!”

Invece, contro ogni previsione o scommessa, l’azienda riparti’. Divenne la A_Novo. Dalle ceneri della disfatta, dallo scoramento, come fenice, rinasceva la voglia di riscatto, il desiderio di mettersi in gioco.

Un gioco di squadra che, come ama ripetere sempre Enzo Muscia vede coinvolti generale e soldati: ” Un generale non puo’ fare nulla senza un buon esercito”.( E.Muscia cfr.corriere di Milano.it)

Trentotto suoi colleghi lavorano adesso nella nuova azienda. Erano tutti in cassa integrazione come lui, come lui avevano saggiato il sapore amaro dell’acqua delle lacrime.

La sua azienda, oggi, ha un bilancio in positivo, e nessuno piu’ di Enzo ha il diritto di credere al bellissimo finale delle favole: …e vissero felici e contenti.

Ma, proprio perche’ Enzo Muscia conosce la sofferenza che ingenera la perdita di lavoro, conosce il prezzo del riscatto pagato alla vita, ha deciso di non arrendersi, di proseguire , di fare ” rinascere”, stavolta nel vero significato di ” riportare alla vita”, un’altra azienda soggetta alla spada di Damocle del rischio fallimento.

Un centro di assistenza Samsung che il colosso economico era in procinto di chiudere a Torino.

Egli lo ha rilevato e ha riassunto al momento 5 degli operai che erano in forza alla azienda e che avevano perso il lavoro.

” Non c’e’ cosa piu’ bella per un.imprenditore che potere dire ad una persona:” ok, ti assumo!”(E. Muscia cfr milano corriere.it)

Come e’ lontano dall’ immaginario collettivo questo strano lavoratore/ imprenditore, insignito del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, autore di un libro autobiografico, e ispiratore di una fiction Rai!

Si, e’ proprio strano…un tipo da favola.

Una storia,la sua, che sa di magia del Natale, di quelle che profumano di fiaba, anche quando non cominciano con ” c’era una volta”, quelle storie che riconciliano il mondo con l’umanita’.

” La mia e’ una storia di resilienza e di fiducia. Il business in cui credo e’ quello delle persone che non si arrendono.”( E. Muscia)

Non e’ un business che trova azioni in borsa, ma e’ quotato nei cuori, il vero volano di ogni economia che pone l’uomo al centro del decidere.

C’era una volta un lavoratore/imprenditore che insegno’ a fare profitto, dividendo il suo cuore. Un esempio bellissimo, di forza, coraggio e un pizzico di follia; nell’epoca del black friday, Enzo Muscia non ha svenduto la sua dignita’ .