MUGANGA. LA GUERRA DEL DOTTOR MUKWEGE

DI CECILIA CHIAVISTELLI

Una lettura intensa e dura che narra la cronaca del genocidio in Ruanda, non fermandosi ai soli eventi tristissimi dei massacri tra Hutu e Tutsi. La testimonianza di Colette Braeckman con “Muganga. La guerra del dottor Mukwege”, Fandango libri per la collana Documenti, ci proietta sull’opera del dottor Denis Mukwege, ginecologo, mostra il dramma vissuto sulla pelle delle donne che, insieme ai bambini, sono stati, ma è impreciso parlare al passato, i veri, potenti, bersagli su cui si è riversata tutta la violenza per la conquista del potere. Avvenimenti sconcertanti, come il genocidio del 1994 o le due guerre nel Congo sono spiegate con minuziosi dettagli del complesso intrigo dei popoli e dei protagonisti che hanno preso parte a queste vicende, sullo sfondo di terre ricche di giacimenti e al centro di enormi interessi internazionali.

Durante queste guerre il dottor Mukwege, un colto professionista della medicina, con studi in Francia, ma deciso a portare avanti i suoi progetti di cura in terra natia, vive la guerra con gli occhi delle testimoni, donne violentate, tantissimi corpi martoriati, perpetrati per una precisa, scellerata pianificazione distruttiva.

“Dal settembre del 1999 al gennaio del 2000, durante le visite, agli occhi di Mukwege si disegna il nuovo volto della guerra. Quello della barbarie, della crudeltà gratuita. «Prendo atto di lesioni anomale, piaghe che non possono che derivare da posizioni molto particolari nelle quali le donne sono state immobilizzate. Donne che non sono state soltanto violentate, ma mutilate con l’aiuto di diversi strumenti. Sono stati commessi stupri collettivi; mariti, vicini, bambini sono stati costretti a assistere alle operazioni… Per anni, il medico ha ascoltato i racconti delle donne che curava. Registrato le testimonianze. Pianto con le vittime…»

Donne distrutte per distruggere un’intera società, un piano di guerra studiato a tavolino, un ordine impartito ai guerriglieri, come conferma una ricercatrice olandese.

“Si tratta di una guerra contro le donne. E, indirettamente, contro gli uomini: umiliati dagli stupri che hanno avuto in pubblico, ridotti all’impotenza, è spesso accaduto che i mariti, vedendosi incapaci di proteggere le loro spose, scegliessero di lasciare il villaggio, abbandonare tutto…”

Una demolizione scientifica di un popolo, indebolito e indifeso. Muganga, che in lingua swahili significa medico, con le sole armi delle sue mani, cerca di riparare i terribili danni prodotti da una cieca volontà, nel suo ospedale, il Panzi Hospital a Bukavu. Nel silenzio delle parole, dolorose da far uscire dalle bocche delle donne e difficili da ascoltare per il ginecologo. Ma il dottor Mukwege continua a domandarsi chi sia il grande regista di tutto e quale sia il disegno futuro. Prima di tutto è un problema di sicurezza. Se i villaggi fossero sufficientemente educati e organizzati per far fronte agli attacchi delle milizie o dei ribelli che mettono a soqquadro il loro paese, devastando, rubando e violentando, le piccole frazioni si difenderebbero con coraggio aumentando la sicurezza per tutti gli abitanti. Tanti villaggi si sono salvati così e ora vivono in sicurezza.

“Per Denis Mukwege, le donne sono molto più che corpi sofferenti. E egli stesso è molto più che un medico… vede in loro innanzitutto degli esseri umani in difficoltà, che devono riprendere il controllo del proprio destino”.

Dopo tanti anni, dal 2008 iniziano per Muganga i riconoscimenti internazionali, dal Premio Sakharov nel 2014 fino al Nobel per la pace nel 2018. Con i premi e una visibilità maggiore del suo operato arrivano anche investimenti da parte di varie associazioni di tutto il mondo, realizzando un insieme di progetti con al centro sempre il recupero delle donne stuprate, dei bambini, spesso nati dopo le violenze subite. Una battaglia che Muganga continua a combattere ma non più nella solitudine della sua Bukavu.