DIVORZIO CONSENSUALE REGNO UNITO E UNIONE EUROPEA: FINORA TANTO RUMORE PER NULLA

DI ALBERTO TAROZZI

Brexit: situazione a due giorni di distanza dal voto che ha sancito la separazione tra la Ue e il Regno Unito. E’ tempo di commentare i commenti del giorno dopo.

Sono 580 le pagine del documento che chiarisce quale sia l’accordo raggiunto tra governo inglese e Unione europea che stabilisce il divorzio consensuale e l’uscita dei britannici dalla Ue.

Non sapremmo dire quanti dei commentatori le abbiano lette e capite tutte, ma se non l’hanno fatto non ce la sentiamo di rimproverarli più di quel tanto. Tanto i punti caldi li conosciamo: confini tra Irlanda del nord e Repubblica d’Irlanda che fino al termine del 2020 manterranno i lineamenti e il significato dell’unione doganale attuale. Sanzione di 39 miliardi da pagare alla Ue. Condizioni dei tre milioni e mezzo di immigrati Ue in Gran Bretagna. Più che un divorzio uno stand by in attesa di decisioni future.

Nel frattempo divampa il duello tra sovranisti e globalisti. I primi a sottolineare che, a parte lo scossone iniziale, le risorse britanniche (che non sono però quelle italiane), porteranno ad un futuro di pace e prosperità, legato all’intenso interscambio commerciale col Commonwealth. I secondi a sostenere che la sberla subita dall’ipotesi sovranista lascerà tracce indelebili. Non solamente sul piano economico, ma soprattutto su quello politico, vista la destabilizzazione indotta nel quadro governativo.

Una discussione che fa spesso i conti senza l’oste. Un oste nei panni del Parlamento britannico, cui spetta di approvare o meno l’accordo. Ammesso e non concesso che si arrivi a quel voto, visto che pende su di esso una prossima sentenza della Corte Suprema che potrebbe invalidare il referendum.

L’approvazione dell’accordo viene definita “tutt’altro che scontata”. L’accordo non piace a nessuno, per un verso o per l’altro. Ma questo accade sempre nel caso delle mediazioni difficili. Il punto è che se il basso gradimento si traducesse in voto contrario il paese diventerebbe ingovernabile. Non si tratterebbe tecnicamente di sfiducia, per la quale occorrerebbero i 2/3 dei voti, ma provate voi a reggere il timone di un’assemblea parlamentare spaccata in due in cui , sul tema dominante, hai più nemici che amici.
Anche Theresa May, pure se abile nel condurre la trattativa con Bruxelles, dovrebbe alzare bandiera bianca e affidarsi al ritorno alle urne. Ipotesi probabile vista l’opposizione di 91 parlamentari conservatori, della maggioranza di laboristi di stretta osservanza Corbyn. Oltre che della strategica componente degli alleati di governo, gli unionisti irlandesi, che coi loro dieci voti potranno risulatare decisivi. Anche il sostegno dei laburisti blairiani, favoravoli al remain, potrà non bastare.

E dopo le elezioni, forse, in caso di cambio della guardia, un nuovo referendum. Altro che giornata decisiva, quella di domenica.

Per concludere. I giochi devono ancora aprirsi e la “storica” giornata di domenica non è detto passi alla storia.

Un po’ patetici i commenti dei pezzi grossi dell’Ue, come Juncker che ha sottolineato la tristezza della giornata. Ma in particolare ci riferiamo al presidente del consiglio, il polacco Tusk, che per consolazione ha citato un verso di Freddie Mercury “Gli amici resteranno amici fino alla fine”. Dimenticando di specificare, alla fine di che cosa.

Tutto sommato poteva rifarsi ai classici, citando Shakespeare: “Much ado about nothing”. “Molto rumore per nulla”.