DECRETO SICUREZZA: UNA RUSPA SUI DIRITTI UMANI

DI MARINA NERI

 

La tanto vituperata decretazione d’urgenza, blindata dalla altrettanto vituperata “fiducia”, colpisce ancora. E colpisce dritto al cuore di una nazione culla di civiltà, garante, sin dalla notte dei tempi, dei diritti umani.

Il 27 novembre è stato dato l’OK della Camera, dopo il via libera del Senato al c.d.” decreto sicurezza”. Con 346 voti a favore e 269 contrari, il decreto è stato convertito in legge. Blando l’ostruzionismo delle opposizioni (chi????).

L’iter di approvazione è stato travagliato al punto tale da indurre il governo a mettere la fiducia. Nonostante la presentazione di circa 600 emendamenti, non si è dato corso a nessun esame degli stessi ne’ in commissione ne’ in aula e quelli presentati dai 5 Stelle sono stati ritirati.

Critico è stato a riguardo Gianfranco Schiavone esponente dell’associazione “studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “si usa la decretazione d’urgenza, non si accettano gli emendamenti presentati dal Parlamento e poi si pone la fiducia sulla norma”.

Se si fosse maligni e prevenuti si giungerebbe davvero a pensare che questo modus operandi, vizio ereditato dai precedenti governi, dimostrerebbe un vero e proprio disprezzo per le normali attività parlamentari.

E, nel cammino spedito verso la sua conversione in legge, il decreto, forte adesso dell’approvazione anche della Camera, si manifesta in tutta la sua portata innovativa (?).

Confermata in esso la previsione inerente la possibilità di alienazione con vendita all’asta dei beni immobili confiscati alla mafia.

Si prevede una riorganizzazione dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e viene evidenziato in decreto che questi beni, di solito assegnati in concessione o con canone agevolato ad enti, associazioni, scuole, per finalità pubbliche, possano essere collocati sul mercato attraverso la vendita all’ asta ai privati.

Privati in competizione con enti sociali sul campo del Mercato. La mafia che uccide raramente ormai, ma che imprende, intraprende e permea di sé interi settori dello Stato e della economia, indirizzando, col potere del voto di scambio la politica di un paese, fa meno paura dell’immigrato, divenuto, suo malgrado, panacea dei mali di un popolo.

I detrattori del decreto ritengono che detta previsione normativa sia un prelibato piatto servito ai boss delle varie latitudini: i privati possono acquistare all’asta i beni confiscati alle mafie! Ignorandosi sicuramente che ” il prestanome” è una figura ormai ” istituzionalizzata” nelle gerarchie mafiose, sul libro paga delle cosche. E poco importa se nel testo licenziato la vendita ai privati è soggetta a rigorosi controlli di garanzia. Sfugge probabilmente che in materia di mafia, il prevenire è meglio che curare.

Il decreto prevede la reintroduzione del reato di blocco stradale compresi anche l’ostruzione e l’ingombro dei binari ferroviari ad oggi sanzionato come mero illecito amministrativo, e che sarà punito con pene da uno a sei anni; una stretta anche per il reato di invasione di terreni o edifici che viene punito con la reclusione fino a due anni e se a tenere la condotta sanzionata sono più di cinque persone gli anni di reclusione sono raddoppiati.

Inasprimento delle pene, quindi, per chi occupa ma il nuovo testo consegna nelle mani dei prefetti e degli enti locali coinvolti la possibilità di congelare le operazioni di sgombero per trovare delle alternative abitative di fronte a reali “fragilità”.
Una frenata all’uso immediato delle ruspe…forse anche Casapound potrà dimostrare ” fragilita’ abitative” .

Sempre ad un malpensante verrebbe da dire: sembrerebbero quelle del reato di blocco stradale, norme scritte contro l’esercizio del diritto di manifestare. I no Tap o i no Tav sarebbero proprio in virtù di queste disposizioni, perseguibili?
Indubbiamente i posteri esprimeranno ardue sentenze.

Continuare il viaggio dentro il decreto consente di appurare la terapia approntata per l’emergenza sicurezza.

Così si scopre che il divieto di accedere alle manifestazioni sportive, c. d “Daspo” viene esteso agli ” indiziati” per reati di terrorismo internazionale, di reati contro lo Stato e l’ordine pubblico e inerisce anche i luoghi pubblici quali fiere, mercati, ospedali ecc.

La sicurezza sociale passa anche attraverso la previsione dell’uso delle armi ad impulso elettrico. L’uso del ” Taser”, infatti, e’ stato esteso ai Vigili urbani nei comuni con piu’ di centomila abitanti.

I tempi, le tensioni sociali, le instabilità  internazionali hanno fatto si che si pensasse anche ad intensificare i controlli anti terrorismo. Con questa finalità  va letta la disposizione che impone ai gestori di autonoleggio di fornire i dati dei contraenti alle forze dell’ordine al fine di scongiurare il verificarsi di attentati a bordo di macchine lanciate in corsa contro inermi cittadini.

E’ stato disposto in caso di maltrattamenti in famiglia e atti persecutori quali lo stalking, oltre all’ allontanamento dell’abusante, la previsione del sistema di controllo a mezzo del braccialetto elettronico.

Codificato il reato di “esercizio molesto dell’accattonaggio”, previsto l’arresto fino a 6 mesi che aumenta a 3 anni nel caso si impieghino minori e previste sanzioni più aspre per i parcheggiatori abusivi: in caso di utilizzo di minori o di recidiva scatta l’arresto e si rischia un anno di carcere.

Dura lex, sed lex viene da dire, plaudendo alla severità, se ciò non stridesse con la noncuranza dimostrata nell’ambito dell’ormai famosa restituzione di 49 milioni di euro cui la Lega è tenuta in ossequio ad una disposizione giudiziaria.

Conferito ampio potere ai sindaci di porre limitazioni agli orari di apertura di luoghi di vendita al pubblico dove si manifestano forme di aggregazione notturna anche in zone non centrali.

Chi critica la disposizione normativa ritiene trattarsi di una sorta di coprifuoco per etnie, reputando la norma riferita ai negozi etnici visti come punto di incontro degli stranieri.

Infine nel decreto convertito è rinvenibile la norma che revoca la concessione del gratuito patrocinio a cura dello Stato nel caso in cui il ricorso del migrante avverso il diniego di asilo venga dichiarato improcedibile o inammissibile.

La previsione normativa rischia di lasciare senza difesa giudiziaria migliaia di migranti, perché gli avvocati, nel rischio possibile di una declaratoria di inammissibilità e/o improcedibilità del ricorso, non assumeranno il patrocinio.

Il resto del decreto sicurezza è tutto incentrato su un tema caldo e caro alla Lega nella sua continua, inarrestabile ed implacabile campagna elettorale: l’immigrazione, da rendere bestia immonda e repellente nell’immaginario dell’ opinione pubblica.

Per la gioia del suo più convinto nemico , Ministro dell’Interno, viene completamente eliminato il “permesso di soggiorno per motivi umanitari” sostituito dal permesso di “protezione speciale”( un anno), dal permesso ” per calamità  naturale nel paese di origine “(sei mesi), dal permesso per ” casi speciali” (vittime di violenza o sfruttamento) e “per atti di particolare valore civile” e dal permesso ” per gravi condizioni di salute”( un anno). Il permesso di soggiorno che aveva la durata di due anni consentiva al fruente di avere accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, alle graduatorie di edilizia economico e popolare, e all’assistenza sociale.

Una corale e vibrante protesta si è levata contro questa eliminazione parsa lesiva dei più elementari diritti umani. Scaturirebbe, come conseguenza diretta ed immediata il venir meno delle tutele previste dalla nostra Costituzione, art. 10 nello specifico, nel caso in cui col rimpatrio il richiedente rischia trattamenti disumani, degradanti, o gli venga impedito l’esercizio delle libertà democratiche sancite dalla nostra Magna Carta e dalle disposizioni internazionali.

Il decreto sicurezza, anzi meglio sarebbe definirlo decreto Salvini, prevede un allungamento della permanenza con finalità identificative nei centri di permanenza o negli hot spot. Dagli originari 90 giorni ai nuovi 180 giorni che vanno ad aggiungersi ai primi trenta giorni entro cui dovrebbe concludersi la procedura di identificazione. Di fatto i richiedenti asilo per i primi trenta giorni potrebbero essere trattenuti nei Cas o nei Cara, centri di prima accoglienza, successivamente ove la procedura di accertamento di identità  non fosse completata, potrebbero essere, addirittura, trattenuti nei centri di permanenza per il rimpatrio per un periodo massimo di 210 giorni. Questa disposizione riguarda indistintamente adulti e minori facenti parte di un nucleo familiare.

Un trattenimento che ha il sapore amaro della detenzione, ancor più ove riverbera i suoi effetti su minori, in barba alle disposizioni costituzionali che fanno seguire la restrizione della libertà  personale alla commissione di reati e, sempre, sotto la tutela delle garanzie di legge.
Quale reato commette un richiedente asilo, se non la volontaria sottoposizione alla burocrazia italiana coi suoi tempi biblici per gli accertamenti?

Prevista nel decreto, perfino, la modifica degli Sprar “sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” gestito con gli enti locali: ad essi potranno accedere solo i titolari di protezione internazionale e i minori non accompagnati. Quindi la portata degli Sprar sarà ridimensionata. Gli altri richiedenti asilo che non rientrano nelle precitate categorie, saranno smistati presso I Cas e I Cara, centri di accoglienza straordinari.

Ridimensionare gli Sprar secondo gli esperti, è un errore gravissimo, significa pregiudicare ogni logica di integrazione e di interazione, facendo aumentare le zone grigie, non regolamentate dalla legge. Si rafforzano i  Cas che rimangono strutture di emergenza con standard inferiori a quelli previsti dalla normativa europea e si ridimensionano invece sistemi come gli Sprar che hanno consentito di distribuire i migranti in tutto il territorio nazionale evitandone la concentrazione in grossi centri, scongiurando anche tensioni sociali.

Previsto con il decreto il diniego o la revoca della protezione internazionale nel caso di condanna definitiva, includendovi anche i reati di particolare allarme sociale, violenza sessuale, spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, pratiche di mutilazione dei genitali femminili, lesioni gravi, furto in abitazione, furto aggravato dal porto d’armi o droghe.
La domanda potrà  essere sospesa quando sia in corso un procedimento penale per uno dei reati che prevederebbe poi il diniego della domanda di asilo in caso di condanna.

Chi legge con occhio attento e critico il decreto rileva dei punti molto controversi. Uno di questi riguarda proprio la sospensione della domanda di asilo per il richiedente denunziato per un reato che in caso di condanna prevede la revoca della protezione. Detto assunto stride con la previsione garantista del diritto processuale italiano che presume l’innocenza fino al giudicato ed espone il richiedente al rischio delle false denunzie.

Viene altresì  revocata la protezione umanitaria ai profughi richiedenti asilo che rientrano nel paese di origine , senza gravi e comprovati motivi.

Nel decreto Sicurezza è previsto che se il richiedente asilo proviene da uno dei paesi considerato sicuro secondo una lista stilata dal Ministero degli Esteri, per ottenere l’esame della sua richiesta d’asilo da parte dell’ apposita Commissione territoriale, dovrà dimostrare la sussistenza di gravi ed irreparabili motivi che giustifichino la stessa. La domanda in questo caso sarà  esaminata in via accelerata, ma se con l’inversione dell’onere della prova, il richiedente non riesce a dimostrare i gravi motivi, rientrando il suo paese di origine fra quelli ritenuti sicuri, la sua domanda sarà  rigettata.
Nel decreto e’ previsto inoltre, che se un cittadino straniero può  essere rimpatriato in zone del suo paese, di origine ritenute sicure, dove non si rilevano rischi di persecuzione, la sua domanda di protezione internazionale, sarà  rigettata.

Si è fatto osservare da più parti che questo espone l’esame delle istanze ad una eccessiva discrezionalità, facendo correre rischi enormi ai richiedenti protezione.

I richiedenti asilo non possono essere inseriti nell’anagrafe dei comuni e, conseguentemente, non puo’ essere loro riconosciuta la residenza.

Dulcis in fundo il decreto Salvini, e qui la paternità ci sta tutta, prevede la possibilità  della revoca della cittadinanza italiana a chi l’ha ottenuta perché  coniuge di cittadino italiano, perché  nato in Italia, perché  straniero e adottato da cittadino italiano, quando commetta alcuni reati legati al terrorismo o contro l’ordinamento nazionale. Questa revoca viene disposta entro tre anni dalla condanna definitiva su proposta del Ministro dell’Interno e con decreto del Presidente della Repubblica.

Molti analisti hanno evidenziato i rischi di incostituzionalità  in quanto crea una disparità  fra cittadini di serie A che lo sono per nascita, e cittadini di serie B che hanno acquistato la cittadinanza successivamente. Questo colliderebbe con la previsione di uguaglianza formale e sostanziale di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione.

Anche sulla concessione della cittadinanza italiana il decreto è intervenuto in maniera incisiva. Il cittadino straniero, secondo le norme vigenti al momento, che vuole ottenere la cittadinanza italiana deve attendere 10 anni prima di avanzare la relativa richiesta. Prima dell’emanazione del decreto Salvini, tanto per l’esame della richiesta della concessione della cittadinanza per residenza, quanto per l’esame di quella per l’attribuzione della cittadinanza per matrimonio, il termine massimo di durata del procedimento era di due anni, e nel caso del matrimonio, vigeva il principio del silenzio assenso decorso il termine medesimo. Con il decreto Salvini viene modificata la possibilità di durata del procedimento elevando da due anni a quattro il termine di conclusione dello stesso, sia nel caso di richiesta di cittadinanza per residenza che per matrimonio. Parrebbe, escludersi, pertanto, l’ipotesi della formazione del silenzio assenso in caso di protratta inattività, e prevedendosi, peraltro, quale condicio sine qua non per la concessione, la conoscenza perfetta della lingua italiana.

Basta un esame superficiale dell’ormai celebre decreto sicurezza, reso tale dalla fama a mezzo di proclami che lo ha preceduto, per capire che i tre gradi di giustizia siano appannaggio di alcuni, che la Convenzione di Ginevra sia solo un bellissimo involucro vintage, che i diritti umani siano solo il ricordo di un passato remoto che illuminò  l’occidente e la sua culla di civiltà, che l’inclinazione a delinquere abbia un unico colore e non è il bianco, che la sicurezza percepita o percepibile da un popolo passa attraverso la sofferenza di altra gente.

Decreto Sicurezza…c’è da sentirsi davvero sicuri ?

Beh, i precedenti non sono confortanti…49 milioni di euro sono spariti. Sarebbe piaciuto ai cittadini in quanto finanziatori, avere la ” sicurezza” di vederne la restituzione, a seguito dell’accertamento di un reato, questo sì reale e non presunto, in tempi celeri…celeri quanto un rimpatrio, una espulsione, un rigetto di domanda di asilo col nuovo decreto sicurezza, che sarà la madre di tutte le leggi del nuovo governo.