IO CEDO ALLA BELLEZZA E A UN SUONO DI VIOLINO

 

DI CLAUDIA PEPE

Si sta avvicinando il mese di dicembre. Il mese dei consuntivi, dei bilanci, dei momenti bui e di quelli di gioia, dei momenti in cui volevi mollare tutto, ma poi ti si rimessa in piedi anche se con qualche ruga in più, con qualche ferita in più con qualche piega di dolore che nascondi sotto i capelli, o sotto una fascia di sofferenza. Dicembre, il mese dove si accende improvvisamente tutto: luci, amicizie mai conosciute, inviti che non ti vogliono, allegria apparente, miseria nascosta, povertà camuffata da sorrisi che piangono. I dolori dell’anima che sudano sulla pelle, i dolori che profumano di dolcezza, amarezze che risorgono al suono di un albero che non vorresti mai addobbare. Dicembre il mese dei giardini mai fioriti e di quelli che saranno, dicembre che ti soffia sul cuore e ti riporta a galla dei sogni sparsi nei tuoi armadi disordinati. Dicembre il mese che ti prendi per mano a messa, e poi all’uscita non ti scalfisce una mano tesa che ti chiede un sorriso, una carezza, una moneta, un ricordo. Quanto vorrei che un qualsiasi prete in questo mese mistico, di fede gratuita, di fede timbrata da scontrini, da negozi affollati da alieni mascherati da persone, da rosari appesi al collo, da confessioni già confezionate per la comunione dei luoghi comuni, facesse una predica diversa. Un ragionamento che mi portasse a casa senza stella cometa, ma con una consapevolezza diversa, una coscienza rinnovata, una percezione che non profumi di bottiglie stappate in una tavola dove le parole non si dicono più. In una tavola imbandita da sorrisi ridondanti che ricordano tutto il male che si è fatto. Tavole imbandite da vite finite e da vite infinite che si intrecciano con poesie fatte di dolore e di mestizia, tavole dove si intrecciano vite composte e disgregate, da bugie e silenzi attesi. Maschere di Natale. Maschere della vita. Maschere dipinte con attenzione, senza sbavature, con rossetti ardenti e ombretti luccicanti. Quanto vorrei che un sacerdote, un prete, quella persona che dispensa la comunione come pasto di condivisione e di integrazione ricordasse la fierezza della dignità.

Quella dignità che mi porta a ricordare Rosa Parks una sarta afro-americana che il 1 dicembre del 1955 si rifiutò di cedere il posto su un autobus ad un bianco. La arrestarono e lei dopo esser stata liberata disse:” Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere”

E come vorrei che chi porta la croce ricordasse le parole del più grande riformista della Scuola Italiana quell’uomo di nome Don Milani che diceva: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.” E dopo loro ci furono persone che pagarono di persona per non cedere al ricatto dell’immobilità; quel comodo guardare il proprio dominio e non guardare mai ai lati. Dove si raccolgono i veri trionfatori di questa società decadente, tramontata e degradata. Ma forse nessuno capirebbe mai il senso di quelle parole, così presi a guardare non verso la croce, ma verso il basso, verso quelle scarpe forse troppo alte, quei capelli troppo rossi, verso una donna che copre le sue calvizie. E noi non siamo ancora stanchi di cedere. Andiamo avanti come burattini anche se siamo insultati, maltrattati, scansati come malati della conoscenza. Ma del nostro sapere cosa rimane quando guardiamo negli occhi i nostri figli, o rivolgiamo lo sguardo ad uno specchio che ci aveva fatto credere nella giustizia e nel diritto? Quando entriamo nelle nostre aule e siamo consci di appartenere ad un sistema che rifiuta la solidarietà, l’integrazione, lo scambio, la contaminazione, la verità, come riusciamo a parlare ai nostri ragazzi di legalità, di uguaglianza e di Costituzione, senza rinnegare noi stessi? Vogliono catalogare anime, ma le anime hanno realtà diverse e hanno occhi già pieni di livore e di nostalgia per non essere appartenuti ad un nuovo illuminismo che speravamo fiorisse dopo l’epilogo delle nostre istituzioni e valori che hanno sempre animato il nostro Paese. Don Milani diceva: “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo è lui il padrone”.

Oggi non è più così l’operaio è quello che continua ad inventarsi parole e frasi per continuare ad andare avanti, mentre il padrone non ha più parole, ma solo bugie prive di cultura. Immensi nulla in un mare di vergogna.
Penso sia ora di reagire e di non obbedire più a leggi che distruggono invece di far rinascere. Bukowski ha scritto: “Sanno che tutto è una merdata ma non vogliono smettere”.

Ecco, forse pensava al nostro futuro, alla nostra vita e alle parole di persone che qui in Italia, non so perché, continuiamo a cedere il nostro posto. Io in questo dicembre cedo, si cedo il mio posto al suono di un violino e cedo alla paura. Alla paura di una tavola costruita con i resti di quello che eravamo, di quello che speravamo, di quello che avevamo sperato. Cedo a un suono di violino, cedo alla bellezza, cedo davanti a questo mondo e levandomi il mio cappellino, lo lancerò in mezzo a quella tavola. E improvvisamente disobbedirò ad un coro di parole che non riescono a danzare con la fata della danza e di un’aurora che nasce su un autobus che ha lasciato posto al canto delle nostre anime.