LA TELA DEL RAGNO 4. MORTE DI UN GIORNALISTA. DALL’ITALCASSE DI CALTAGIRONE ED ANDREOTTI ALLA P2

DI PAOLO VARESE

Il 1979. Per molti di noi solo un labile ricordo, per altri invece una memoria ancora presente in maniera molto vivida. Vengono uccisi l’avvocato Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana, di Michele Sindona, ed anche il giudice Alessandrini, che si era occupato della liquidazione del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Fu l’anno in cui in Iran si instaurò il regime di Khomeini, che fece precipitare il paese in un buco nero culturale e civile, e l’anno in cui Cassius Clay si ritirò dal pugilato. L’anno del suicidio di Alighiero Noschese e dell’omicidio di Mino Pecorelli. E proprio di questo anomalo giornalista originario del Molise ancora oggi molti segreti non sono noti. Era un uomo dalle molte conoscenze, dalle strane amicizie, che amava indagare i retroscena della politica e del potere. Nel 1968 registrò presso il Tribunale di Roma la propria agenzia di stampa, Osservatore Politico, O.P. per i posteri, che divenne, in una certa misura, un organo di informazione per gli apparati dello Stato, e non solo.  In effetti Pecorelli aveva rivelato molte informazioni non alla portata della gente comune, e per questo motivo subiva pressioni perché non pubblicasse alcuni articoli. Fu lui stesso a raccontare di quando Giulio Andreotti, tramite il politico Franco Evangelisti, aveva provato a farlo desistere dal pubblicare un articolo su soldi pubblici girati sui conti di alcuni imprenditori, tra cui Caltagirone. Ma quel servizio invece venne pubblicato, con il titolo “Presidente Andreotti a lei questi assegni chi glieli ha dati?”, nell’ottobre del 1977. Un servizio molto dettagliato su alcuni assegni, secondo Pecorelli incassati da Andreotti, in cambio di finanziamenti agevoli ed a fondo perduto, elargiti dalla Italcasse ad imprenditori del calibro di Nino Rovelli e Gaetano Caltagirone, nonché ad una società di un membro della Banda della Magliana. L’ICCRI, o Italcasse appunto, era un istituto che aveva il compito di investire la liquidità in eccesso delle Casse di Risparmio, e già nel 1978 Pecorelli aveva pubblicato un pezzo sulla successione alla guida dell’istituto, pilotata da Gaetano Caltagirone, almeno questa era l’opinione del giornalista. Ed effettivamente la situazione debitoria di Caltagirone non era delle migliori, avendo una esposizione di circa 210 miliardi di lire, mentre la Sir di Nino Rovelli, un gruppo chimico, era sbilanciata per 220 miliardi circa. Anche Aldo Moro, durante la sua prigionia, parlò dell’istituto di credito ..“e lo sconcio Italcasse? E le banche lasciate per anni senza guida qualificata, con la possibilità di esposizioni indebite..”. tutti sapevano ma nessuno parlava, e d’altra parte l’Italia stava vivendo un momento delicato, omicidi, terrorismo, la loggia P2 e la strategia della tensione, la crisi del Banco Ambrosiano, il nuovo Papa ed il suo viaggio nella Polonia comunista. Casualmente, il 24 marzo di quell’anno, venne arrestato il responsabile del servizio di vigilanza della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, e venne incriminato il Governatore, Paolo Baffi, per interessi privati e favoreggiamento. Accuse che caddero poi in seguito al processo, nel 1981, ma quei due anni in cui entrambi vennero tenuti lontani dalla Banca d’Italia, grazie alle accuse mosse dal giudice Alibrandi, in contatto con Caltagirone ed il cui figlio era un terrorista neo fascista legato anche con la Banda della Magliana, furono sufficienti a far cambiare rotta alla Banca d’Italia, giudicata troppo intransigente, e per questo motivo sovversiva. Perché Baffi voleva che la Banca d’Italia tornasse guida e sorvegliante degli istituti di credito, dando fastidio a chi utilizzava come grimaldello il potere di controllo sulle altre banche. Il segretario generale del Quirinale, Antonio Maccanico, quando gli venne comunicata la notizia dell’incriminazione di Baffi, riportò sui suoi diari l’impressione che si volesse far pressione sul Governatore affinchè si mostrasse cedevole sul caso Caltagirone verso Italcasse, anche perché era stato Baffi a sciogliere il consiglio di amministrazione dell’istituto di credito, nel 1978, costringendo gli imprenditori a far carte false per non essere tratti in arresto, e Pecorelli definì colui che guidava l’Italcasse una foca ammaestrata, perché eseguiva gli ordini del suo referente politico senza fiatare, e l’istituto era gestito a livello politico dalla D.C., il partito di Moro, che nei suoi diari dalla prigione scrisse “…la scelta del successore (alla guida di Italcasse) è stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone, che ha tutto sistemato in famiglia..”. Il 10 novembre del 1979 vennero dichiarate fallite 19 società del gruppo Caltagirone, e venne emesso un mandato di cattura per i fratelli Gaetano, Camillo e Francesco, che però si erano già trasferiti negli Stati Uniti, riuscendo così a sottrarsi all’arresto. Ma Pecorelli non vide mai l’epilogo di quanto da lui denunciato, perché aveva dato fastidio a troppe persone, sin da quando nel 1967 aveva pubblicato un articolo, su “Nuovo mondo d’oggi”, in cui descriveva minuziosamente un piano per rapire ed uccidere Aldo Moro, secondo lui non andato a buon fine per motivi morali da parte di colui che avrebbe dovuto addestrare il commando. Piano sorprendentemente simile a quello attuato nel 1978 ai danni dello statista democristiano. Riuscì a prevedere lo scandalo Lockheed, e pubblicò una lista di 121 prelati iscritti alla Loggia P2, tra cui il cardinal Marcinkus, legato a Roberto Calvi. Fu il primo a parlare del “lodo Moro”, il libero transito per i terroristi palestinesi, anche se non venne creduto, ed ancora incontrò, il 6 marzo del 1979, l’avvocato Ambrosoli ed il colonnello Varisco dei Carabinieri, braccio destro del Generale Dalla Chiesa. Il primo venne ucciso da un killer americano pagato da Sindona l’11 luglio del 1979, mentre il secondo dalle Brigate Rosse il 13 luglio dello stesso anno, in ciò che molti videro come un tentativo di intorbidire le acque rendendo instabile il paese. Ma per Pecorelli il futuro era stato già scritto, ed il 20 marzo, pochi giorni dopo aver incontrato i due uomini, venne ucciso mentre era a bordo della sua automobile, una Citroen, vicino alla redazione di O.P., in via Orazio a Roma. I proiettili rinvenuti erano di una marca  particolare, ed una serie delle stesse pallottole venne trovata in alcune casse nascoste in un magazzino sotterraneo del Ministero della Sanità alla fine degli anni 80. Durante un interrogatorio, nel 1994, Maurizio Abbatino, uno dei capi della Banda della Magliana, rivelò che i proiettili erano stati nascosti da un terrorista neofascista, tale Massimo Carminati, che anni dopo diverrà protagonista del caso Mafia Capitale. Per l’omicidio del giornalista, pur venendo tirati in ballo molti nomi, non pagò nessuno, e tra rivelazioni e confessioni, gli unici imputati, tra cui Giulio Andreotti, vennero definitivamente assolti nel 2003. In realtà aveva dato fastidio a troppe persone Mino Pecorelli, ed in alcuni casi la memoria dei criminali è più efficace di quella della brava gente, soprattutto quando si sta tessendo una tela che abbracci il più possibile le miserie e le grandezze del mondo.