ADDIO A GEORGE BUSH SENIOR, 41° PRESIDENTE USA

DI CHIARA FARIGU

Se n’è andato George Bush all’età di 94 anni, dopo soli otto mesi dalla scomparsa dell’inseparabile Barbara, sua compagna di vita per 73 anni che lo ha reso padre per ben sei volte. Era malato da tempo l’ex presidente degli Stati Uniti, costretto su una sedia a rotelle a causa del morbo di Parkinson ma intellettualmente attivo e sempre informato sui fatti di politica interna e internazionale.

A darne notizia il figlio George, a sua volta ex inquilino della Casa Bianca dal 2001 al 2009: “E’ stato un uomo di grande carattere ed il miglior padre che un figlio possa desiderare”, scrive nel suo profilo Facebook, allegando una foto che ritrae di spalle il suo celebre genitore stretto in un abbraccio alla consorte mentre si avvia a salire sull’aereo di Stato in partenza per uno dei suoi numerosissimi viaggi.

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Messaggi di cordoglio da ogni parte del mondo per ricordare l’uomo, non solo il presidente. Da Obama a Trump passando per Schwarzenegger a Clinton, dal quale fu battuto quand’era in corsa per il suo secondo mandato alla Casa Bianca.

Una vita lunga e intesa quella di ‘Poppy’ com’era chiamato affettuosamente in famiglia, complicato tratteggiarne un profilo senza correre il rischio di tralasciarne parti significative.

Nato a Milton (Massachusetts) il 12 giugno 1924 da una famiglia benestante (il padre Prescott Busch, manager bancario, fu senatore dal 1952 al 1963), George sente sin da giovane il sacro fuoco della politica. La voglia di attivarsi per dare il suo contributo lo spinge ad interrompere gli studi, che completerà in seguito, per arruolarsi come aviatore nella Marina durante la seconda mondiale. Riceverà una medaglia al valore. Un primo riconoscimento tangibile al suo impegno che non verrà mai meno. Tornato in patria completa gli studi all’università di Yale e alla fine della guerra sposa la sua Barbara. Da allora in poi la sua vita privata ma soprattutto quella pubblica è in continua ascesa.

Deputato del Congresso per il Texas per due mandati, ambasciatore delle Nazioni Unite, presidente del Comitato nazionale repubblicano, capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le relazioni con la Repubblica cinese, direttore dell’Ufficio dell’Intelligence Agency (CIA), sono solo alcuni incarichi del suo ricco palmares prima di divenire il 41° presidente degli Stati Uniti. Tutto questo mentre, grazie a dei favorevoli investimenti petroliferi in Texas, anche la sua fortuna economica spicca il volo.

Nel 1980 si sente pronto per correre per la casa Bianca ma sarà Ronald Reagan ad essere eletto presidente, per ‘Poppy’ la nomina di vice. Un ruolo impegnativo e complesso. Si interessa di politica interna, firma provvedimenti per prevenire il contrabbando di droga nel sud della Florida, intraprende dure battaglie contro il terrorismo, visita diverse nazioni come rappresentante del presidente.

Nel 1988 ha la meglio sul suo diretto competitor Dukakis e diviene il 41° presidente degli Stati Uniti. A catapultarlo dritto nella stanza ovale la sua promessa che, in caso di vittoria, non avrebbe aumentato le tasse. Saranno quattro anni contrassegnati da grandi cambiamenti in politica estera. Cambiamenti epocali. La fine della guerra fredda, il crollo del comunismo, l’abbattimento del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica. Durante il suo mandato fu protagonista assoluto nella politica estera del Paese.

Passerà alla storia per la Guerra del Golfo contro Saddam Hussein (la prima guerra trasmessa in diretta tv, grazie ai servizi della Cnn), colpevole di aver invaso il Kuwait. Dopo settimane di combattimenti anche piuttosto cruenti, la guerra si conclude con la sconfitta dell’Iraq e l’indipendenza del Kuwait. Una vittoria che a Bush procura grande popolarità.

Nel ’92 corre per aggiudicarsi il secondo mandato presidenziale. Viene battuto dal democratico Bill Clinton che lo batte proprio stigmatizzando quella promessa elettorale di non aumentare le tasse, fatta quattro anni addietro, e poi non mantenuta. Crisi economica, poca attenzione ai problemi della quotidianità, aumento della violenza nelle città, furono le motivazioni della sua non rielezione.
Dopo la sconfitta dà l’addio alla politica e si trasferisce con la famiglia nella sua casa di Houston. Otto anni dopo sarà suo figlio George a divenire il 43° presidente degli Stati Uniti. Ma questa è un’altra storia.

“L’America perde un patriota e un umile servitore” ha twittato Obama alla notizia della scomparsa di colui che  “ha ispirato l’America”. Parole, queste ultime di Trump, l’attuale presidente, al quale Bush ha preferito invece Hilary Clinton.

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