PD ALLE PRIMARIE: CANDIDATI PRESENTI E ASSENTI, ALLEANZE E (POSSIBILI) STRAPPI

DI ALBERTO EVANGELISTI

Alla fine c’è la data per le primarie del partito Democratico: si voterà domenica 3 marzo 2019 per eleggere il nuovo segretario in quello che appare un congresso quantomai teso fin dalle fasi iniziali, con Zingaretti, candidato maggiormente accreditato sondaggi alla mano per la vittoria, che lamenta l’eccessivo ritardo con cui si è giunti a questa decisione.

Anche la griglia di partenza è ormai pressoché definitiva con sei candidati rimasti ad oggi: Nicola Zingaretti, Maurizio Martina, Marco Minniti, Cesare Damiano, Francesco Boccia e Dario Corallo sono i nomi su cui si sta consumando in queste ore il ballo delle trattative e delle alleanze, occasione anche per il riposizionamento e il cambio corrente della dirigenza nazionale e locale.

Il primo a liberare ogni dubbio sulla propria intenzione a candidarsi è stato Nicola Zingaretti che, sondaggi alla mano, è anche il favorito della competizione.

Dalla parte del Governatore del Lazio molti big della dirigenza nazionale, primo fra tutti l’ex Premier Gentiloni che è stato uno di primi a rendere pubblico il proprio appoggio a Zingaretti, definendolo il candidato ideale per portare un vento innovativo nella guida del partito. Oltre a Gentiloni, si sono iscritti nel team Zingaretti anche Dario Franceschini, che porta in dote la corrente Areadem, Piero Fassino e dell’ex capogruppo Luigi Zanda. Tra gli ex ministri va citato Andrea Orlando e la sua corrente.

Zingaretti quindi, pur voluto per innovare il partito, appare inevitabilmente il candidato espressione di quella establishment di partito che, spodestata nell’era renziana o costretta a fare accordi col giglio magico, ora tenta la riconquista del partito.

I problemi maggiori per la corsa di Zingaretti potrebbero paradossalmente venire dalla regione che governa: pur essendo stato uno dei pochi candidati PD usciti vittoriosi dal 4 marzo, Zingaretti governa la regione con una maggioranza risicatissima, soggetta alla volubilità dei voti di singoli consiglieri fuoriusciti da partiti d’opposizione come Lega e 5 Stelle, aspetto che lo vede alle prese con una quotidiana snervante trattativa per non essere sfiduciato.

Primo fra gli sfidanti di Zingaretti è sicuramente Marco Minniti. L’ex Ministro ha infatti sciolto la propria riserva dopo un periodo di riflessione discretamente lungo. La candidatura di Minniti era stata inizialmente vista come espressione di Matteo Renzi che, tuttavia, gli ha mostrato invece un appoggio quantomai tiepido.

Più convinta invece l’adesione alla scuderia minnitiana da parte di alcuni dei renziani di ferro, primi fra tutti Maria Elena Boschi e Luca Lotti che, a cascata, portano con loro l’appoggio di buona parte della corrente.

Politicamente interessante l’appoggio che a Minniti è stato assicurato da due Ministri di peso della precedente legislatura quali Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda: il dato riveste interesse perché i tre erano riconosciuti come i ministri tecnicamente più preparati del precedente Governo per i rispettivi settori di competenza, con plausi che talvolta arrivavano anche più dall’esterno che dall’interno del partito in cui certe scelte di governo venivano viste poco di sinistra. Ciò non di meno il messaggio che emerge da un asse Minniti, Padoan, Calenda pare essere proprio quello del ritorno ad una gestione competente delle questioni di partito e di Governo.

Minniti, dalle stime che circolano, potrebbe ad oggi contare anche sull’appoggio della maggioranza dei Parlamentari di legislatura, aspetto che potenzialmente gli potrebbe consentire una buona diffusione a rete sui territori di provenienza di quei parlamentari, utile a ridurre il distacco di 2-3 punti percentuali che i sondaggi danno fra i due candidati di testa.

Ha recentemente sciolto la riserva e sarà della partita anche l’ex Segretario reggente, Maurizio Martina. La sua candidatura, giunta dopo la decisione di Minniti e scomparsa quindi inevitabilmente la possibilità di un congresso pressoché unitario che convergesse sul nome di Zingaretti, potrà contare sull’appoggio dell’ex ministro Graziano Delrio, di Matteo Orfini e dei suoi giovani turchi, di Debora Serracchiani, dell’ex sindacalista Carla Cantone, e del cuperliano Andrea De Maria. Ancora in forse gli appoggi di Cuperlo e di Marianna Madia.

Ha assicurato il sostegno a Martina anche Matteo Richetti: l’ex renziano aveva inizialmente annunciato la propria candidatura diretta, salvo pori ritirarla per convergere proprio su Martina.

La candidatura dell’ex Ministro dell’agricoltura e ex reggente fa quindi confluire su di sé una parte significativa dei “generali” su cui si reggeva la segreteria di Renzi, ottenendo quantomeno di dividere notevolmente le forze di quell’area.

Più staccate, almeno secondo i sondaggi, le candidature di Cesare Damiano e Francesco Boccia, più orientate alla rivendicazione di posizioni politiche che ad una effettiva velleità di vittoria finale.

Titolo di outsider di queste primarie va necessariamente a Dario Corallo, trentenne proveniente dalla segreteria nazionale dei giovani PD, porta avanti la propria candidatura in solitario con l’idea di “azzerare il partito”, in nome di una sorta di rottamazione 2.0.

Oscar come miglior attore non presente va a Matteo Renzi: l’ex segretario e ex premier aveva da tempo deciso di non partecipare a queste primarie, mostrando in pubblico un certo distacco, al limite del disinteresse per l’andamento del congresso. Inizialmente pareva probabile un proprio endorsement su Minniti, accusato proprio di essere il candidato ombra di Renzi. Dopo le recenti prese di distanza di Minniti steso, l’appoggio di Renzi si è decisamente intiepidito. Ha preferito mandare avanti i suoi e non coinvolgersi direttamente nell’operazione.

Come nella migliore tradizione Morettina “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”, Renzi rischia tuttavia di avere un ruolo da protagonista assoluto anche in questa fase congressuale per due motivi fondamentali:

Primo fra tutti, il regolamento congressuale del PD, che prevede l’elezione del Segretario tramite primarie solo se questi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti. La presenza di tanti candidati, e di questi almeno 3 di un certo peso, apre la strada alla possibilità che nessuno riesca in definitiva ad ottenere l’agognato 50% più uno.

In questo caso la palla spetta all’assemblea nazionale, dove Renzi conta ancora fra le proprie file plotone significativo di fedeli.

Secondo aspetto è quello legato alla nascita del famoso “soggetto differente”: non è un mistero che Renzi sia fortemente tentato dal distacco dal PD, ed anzi la possibilità è ormai vista da molti all’interno del partito come inevitabile e per molti probabilmente anche sperata. Non è un mistero nemmeno che un’intera area politica, quella dei forzisti e dei moderati di centro, in presenza di un progressivo e costante ridimensionamento delle prospettive di vita dell’aera berlusconiana ed un continuo travaso verso Lega e FdI, vedrebbe in un soggetto renziano autonomo, peraltro accreditato dai sondaggi già adesso attorno al 12 %, un riferimento interessante verso cui convergere.

Da qui l’attendismo, per certi versi insolito di Renzi che, se da un lato difficilmente si farà coinvolgere in un progetto formato da transfughi berlusconiani e mediaticamente attraente quanto una banca che fallisce, di certo non esclude di “mettersi in proprio”, con tempistiche che, se prima erano orientate decisamente ad un post europee, adesso non escludono una certa accelerazione.

In tutto ciò il Partito democratico è oggi attestato fra il 17 ed il 18 %; vedremo se le primarie saranno sfruttate come occasione per riconquistare un maggior consenso popolare o se, polemica dopo polemica, il PD perderà anche questa occasione di esposizione mediatica.