PROCESSO AEMILIA: SOLO ORA LA SCORTA PER I GIUDICI CORAGGIOSI

DI MARINA NERI

 

 

“La ‘ndrangheta è arrivata al nord, ma sicuramente qualcuno, in questi anni, gli ha aperto la porta!” ( Nicola Gratteri)

Dichiarazione chiara, esaustiva del Procuratore Capo di Catanzaro rilasciata in una intervista al Fatto Quotidiano di qualche anno fa.

Era la disamina attenta di un fenomeno che, ritenuto erroneamente circoscritto alle latitutidini calabresi, era stato sottovalutato e lo stesso subdolamente, aveva attecchito profondamente in un terreno fertile, con un humus non avvezzo alle tecniche di invasione tipiche delle famiglie di ‘ndrina.

Cosi’ l’apparato criminale piu’ potente in Italia, si era propagato, inquinando con la logica del potere e le lusinghe del denaro, non piu’ con la coppola o la lupara, un tessuto sociale impreparato ad affrontarlo. E lo aveva fagocitato, facendo divenire organici all’esercito di ‘ndranghitisti, nella qualita’ di nuovi adepti, insospettabili colletti bianchi, professionisti, imprenditori, uomini dello Stato, oltre alla manovalanza spicciola ricattabile con denaro facile o con la droga.

E gli anni recenti sono stati spettatori di importanti processi di mafia o ‘ndrangheta celebrati in luoghi di commissione del reato che non erano piu’ le impervie montagne dell’Aspromonte o le vallate nere di lava siciliana. Non era Corleone. Non era San Luca. Era Milano. Era Reggio Emilia. Era Bologna.

Davvero i tentacoli, mossi da vita propria, seguivano l’odore del denaro. Un olezzo che portava lontano dalla Calabria e faceva radicare genti e tradizioni a oltre mille km di distanza dal luogo in cui usanze, legami, segreti erano nati.

Cosi’ l’eterno gioco delle guardie e dei ladri sposto’ il suo palcoscenico oltre il Tevere. Alea iacta est, sussurro’, probabilmente, il primo ‘ndranghitista che passo’ il Rubicone ideale spostando a Nord il suo centro di affari.

Ma, talvolta, in questo perenne tiro alla fune, lo Stato mette a segno vittorie insperate che iniettano nella gente e negli operatori di giustizia, dosi massicce di ottimismo, la speranza che la piovra, per quanti tentacoli possa avere, puo’ venire mutilata, storpiata e,forse, un giorno, persino uccisa.

Questo deve avere pensato il Dottor Francesco Maria Caruso, il giudice che agli inizi di novembre, presiedendo il Collegio al processo denominato “Aemilia ” con la sentenza ha inflitto oltre 1.200 anni di carcere a 118 condannati nel piu’ grande processo di ‘ndrangheta del Nord Italia.

Un processo con diversi imputati e con svariati reati contestati. Dall’ estorsione, alle minacce, dall’ usura alla intestazione fittizia di beni, dalla turbativa d’asta, alla detenzione di armi, dalla emissione di fatture false, al caporalato, dal riciclaggio alla associazione a delinquere di stampo mafioso.

E nell’inchiesta erano coinvolti personaggi in vista, professionisti, ex assessori, costruttori, il calciatore, ormai ex, Iaquinta e suo padre, imprenditori, costruttori, consulenti finanziari e fiscali e una famiglia ‘ndranghitista
di Cutro ( Crotone) stabilmente insediatosi da tempo nella citta’ di Reggio Emilia.Le accuse, in particolare, ruotavano attorno al clan ’ndranghetista di Cutro, capeggiato da Nicolino Grande Aracri.

Un processo che, come ebbero a dire i giudici stessi, non riguardava la semplice infiltrazione di un clan della ‘ndrangheta al Nord, ma il suo radicamento. Era il processo per intenderci in cui due degli imputati, uno dei quali un costruttore, intercettato, ridendo godeva dell’avvenuto terremoto a Mirandola pensando ai benefici che per la sua economia sarebbero entrati con l’affidamento diretto delle opere di ricostruzione post sisma.
Quelle risate indignarono un’Italia che nelle stesse ora piangeva morti e cercava sopravvissuti sotto le macerie.

Il processo inizio’ a Bologna nel 2016 in un padiglione della fiera blindato per l’occasione. Molti degli imputati scelsero il rito abbreviato, altri decisero di affrontare il dibattimento.
Dibattimento tenutosi
nell’aula bunker del Tribunale di Reggio Emilia. Il 16 ottobre 2018 si è chiuso con la 195esima udienza, il dibattimento di questo processo. Un processo con 149 imputati e in cui erano stati chiesti dal P.M oltre mille anni di reclusione.

I tre giudici che componevano il collegio, il Dott. Caruso, la Dott.ssa Cristina Beretti ed il Dott. Andrea Rat con la sentenza pronunciata hanno inflitto pene molto dure agli imputati, un totale di circa 1200 anni di reclusione.

Dopo estenuanti momenti vissuti nel ritiro della camera di consiglio,protetta a vista, letta la sentenza, sono stati proiettati, anzi scaraventati nella dura e pericolosa realta’.

Per due di loro, il Dott. Caruso e il dott. Rat , non era stato configurato un servizio scorta che li tutelasse dopo essere stati il braccio dispensatore di legge e giustizia. L’altra componente il collegio usufruiva di una tutela accordatale in precedenza e per altre ipotesi di pericolo.

Cosi’ i due magistrati, servitori dello stato, ligi al loro dovere, ritornando all’espletamento della normalita’ del loro ruolo, non si vedevano riconosciuto alcun servizio di tutela a difesa delle loro incolumita’.

Eppure avvisaglie di pericolo ce n’erano state a iosa in concomitanza della pronuncia.
Il gesto di Francesco Amato, uno dei condannati, che il giorno della lettura della sentenza si era asserragliato dentro un ufficio postale per ore prendendo ostaggi e minacciando una strage. Oppure il plico recapitato ad un amministratore giudiziario dei beni sequestrati nel processo che aveva ricevuto una busta contenente escrementi.

Segnali forti e inequivocabili. Eppure i due giudici rimanevano inspiegabilmente senza scorta.

Profetiche apparivano ai non addetti ai lavori le parole pronunciate da Giovanni Falcone in uno sfogo dal quale emergeva tutta la desolante solitudine in cui operava chi aveva l’ardire di violare gli altari della mafia. ” Quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata: emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’ impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’ opinione pubblica.”(G. Falcone).

L’oblio sembrava essere calato sulla vicenda, un oblio pericoloso nei cui recessi si celava il lavorio infaticabile di chi e’ abituato ad ordire vendetta.

Ma stavolta il velo del silenzio complice e correo e’ stato squarciato: il caso dei giudici lasciati senza scorta, esposti alla vendetta delle cosche mutilate dalla sentenza ha suscitato scalpore, e indignazione nell’ opinione pubblica.

Contattato dai giornalisti il Dott. Caruso, sulla sua vicenda, non aveva voluto rilasciare interviste.

E’ risaputo che il meccanismo di assegnazione scorte ubbidisce a determinate logiche di tutela e deve rispettare determinati requisiti. Esso e’ stato rimodulato all’indomani dell’omicidio del giuslavorista Marco Biagi cui era stata da poco revocata la scorta.

Esiste l’Ufficio Centrale Interforce per la sicurezza personale ” UCIS”. E’ questo l’ufficio preposto a gestire l’assegnazione della scorta, a raccogliere le informazioni utili, pianificare le modalita’ di protezione , interagire con le forze di polizia.

Ma a segnalare la necessita’ della scorta per un dato soggetto, deve essere il Prefetto sulla base di indagini o segnalazioni ben precise.

L’ ufficio centrale analizza la richiesta e stabilisce l’assegnazione della scorta secondo diversi livelli di allerta. Decide anche della eventuale revoca.

La vibrante protesta e segnalazione da parte dell’ associazione Libera, l’indignazione della gente, il tam tam mediatico creatosi attorno alla vicenda, probabilmente hanno avuto il loro peso.

E’ delle ultime ore la notizia che e’ stata accordata la ” tutela” ai due magistrati che hanno redatto la storica sentenza.

La gente comune tira un sospiro di sollievo insieme ai due protagonisti.

Non vorremmo mai piu’ sentire le parole, rimbombanti nel silenzio della rassegnazione, di uno sfortunato servitore dello stato:” si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”( G. Falcone)

Si, perche’ chi ha schierato contro la ‘ndrangheta le armi del suo coraggio e della sua lealta’ va tutelato…non ha una vita di scorta.