MESSICO: INIZIA IL MANDATO DI AMLO, CON UNA PROMESSA DI GIUSTIZIA SOCIALE

DI FRANCESCA CAPELLI
È stato il grande assente al G20 di Buenos Aires. Giustificato, certo. Dal 1 dicembre, infatti, Andrés Manuel López Obrador (AMLO, dall’acronimo del nome) è il nuovo presidente del Messico. E ha lasciato che al G20 ci andasse il suo predecessore, Enrique Peña Nieto, che ha firmato il rinnovo del trattato commerciale tra Messico, Usa e Canada: un trattato fortemente osteggiato da Donald Trump e voluto dalle imprese dei tre paesi, che hanno vissuto per mesi nell’incertezza legislativa.
Peña Nieto chiude il suo mandato al minimo della popolarità, mentre la corruzione e la violenza – istituzionale e non – sono salite ai massimi storici. Duecentomila omicidi negli ultimi sei anni.
Anche per questo AMLO ha deciso di iniziare il suo mandato con un gesto di discontinuità, che rompe con il protocollo consolidato: ricevere il bastone del comando dalle mani di un rappresentante delle popolazioni native del Messico.
Inoltre, continuerà a vivere a casa sua, a sud di Città del Messico – di cui è stato sindaco di centro-sinistra dal 2000 al 2005 – fino a giugno del 2019, quando il figlio più piccolo finirà la scuola primaria; poi si trasferirà nel Palacio Nacional o affitterà una casa nel centro della capitale. La tenuta di Los Pinos, tradizionale residenza del capo di stato, diventerà un parco pubblico.
Gesti simbolici a parte, la sfida che si prepara ad affrontare López Obrador è enorme, con il 43 per cento della popolazione in condizioni di povertà.
“Non ho diritto a sbagliare” ha affermato il neopresidente, annunciando che tra due anni si sottometterà volontariamente a un referendum di metà mandato per la sua revoca o conferma.
Tra le promesse con cui apre la sua presidenza: abbassare il prezzo dei combustibili (e qualche fenomeno italiano farà subito un parallelismo con i gilet jaune), costruire una nuova raffineria di petrolio (sì, la tensione tra sviluppo e ambiente è ancora un nodo irrisolto), concedere dieci milioni di borse di studio a studenti di basso livello economico e creare cento nuove università pubbliche. Ancora, fare accedere due milioni e 300mila giovani all’apprendistato retribuito nelle imprese, raddoppiare le pensioni minime e rendere universale il sistema pensionistico, offrire un milione di pensioni di invalidità (che se lo fanno in Svezia è stato sociale, ma in America Latina è populismo), aumentare il salario minimo e assicurarsi che futuri adeguamenti non vengano fissati sotto i livelli di inflazione. E un classico: lotta al narcotraffico, alla violenza e alla corruzione.
Tutto questo, senza aumentare il debito pubblico, che nel 2016 ha superato il 48 per cento del Pil, il massimo storico, per scendere al 46,4 per cento nel 2018.
“Ci trasformeremo in una potenza economica mondiale” ha detto López Obrador. “E soprattutto in un paese modello che dimostrerà al mondo che sconfiggere la corruzione è possibile”.