PER IL DISTRETTO TESSILE DI PRATO É L’ULTIMA FERMATA

DI LUCA SOLDI

 

 

Una parte degli imprenditori pratesi del distretto storico hanno capito, hanno compreso che le attuali scelte politiche portano davvero in poche direzioni.
Occorre di nuovo ricostruire, perché quanto si è costruito o meglio tentato di conservare, fino ad oggi pare non abbia avuto valore.
Niente si è compreso delle enormi potenzialità del distretto. È stato tutto uno sminuire. Anzi il disvalore accumulato nei decenni ha consentito ad altri di appropriarsi di quanto era il patrimonio valoriare ed economico.
L’eco-sostenibilità soprattutto, è diventata proprietà di mondi al di fuori dal distretto che oggi rendono le nostre aziende schiave di una miriade di protocolli che appaiono come vere e proprie tangenti all’utilizzo del riciclato, del rigenerato. Quella che un tempo era la quotidianità rischia così di diventare un orpello coperto dalle scartoffie.
Mentre il mondo è andato avanti proponendo il prodotto riciclato come grande opportunità le solitudini degli imprenditori hanno portato solo al gioco al massacro di prodotti venduti o meglio svenduti giocando sulla concorrenza sul filo dei centesimi.
Un gioco che via via, a cascata è finito sulle spalle di artigiani ed operai che non hanno potuto fare altro di tirare avanti al solo scopo di arrivare alla propria fine carriera.
Il distretto, le “botteghe”, gli “stanzoni”, vessati, umiliati economicamente e socialmente non hanno potuto che soccombere.
Il distretto è stato abbandonato, dato per perso, deriso dagli stessi fautori delle pratesità mentre si portava, oltretutto, ad un penoso deprezzamento delle professionalità.
Culturalmente la ricchezza, il tesoro dell’industria tessile, il patrimonio che risiedeva nelle persone, nelle capacità artigianali è stato equiparato a quello del terzo mondo che si gettava a capofitto nelle esasperate industrializzazioni dei prodotti.
I nostri filatori, i nostri torcitori, i tessitori, i maestri finitori del tessuto abbandonati a loro stessi, spesso sono stati le vere vittime di un mercato al quale non si è riusciti a far comprendere la forza della manualità abbinata a passione ed esperienza. Tutti questi soggetti si sono ritrovati a soccombere.
Una grande platea di persone abbandonata a se stessa ha così trovato naturale ritirarsi e far ritirare le generazioni successive da ogni prospettiva di inserimento.
Artigiani, operai ma anche gli stessi imprenditori hanno deciso di mollare tutto sopraffatti dalle indifferenze di una politica che ormai sembrava indirizzata solo al mondo del 2.0
In queste condizioni Prato si è trovata alla pari di qualsiasi altra città post industriale del mondo
Il tutto aggravato da uno Stato famelico che non é riuscito a fare altro che accanirsi contro quanti avevano compreso il compito di seguire le regole.
Le nostre lavorazione come in una lenta litania adesso stanno estinguendosi inesorabilmente
Chi rimane riesce a sopravvivere solo grazie ad una grande forza di animo data dal suo essere figlio di questa città, madre spesso ma anche matrigna.
Una città che riesce a dare stimolo ma che oggi offre ben poche opportunità in chi decide di credere in lei.
Adesso abbiamo forse la speranza di raggiungere l’ultima fermata.Di impedire, per l’ultima volta, omologazione ed estinzione.
Ancora una volta l’appello è di unire, ascoltare, prospettare, interagire e poi passare ai fatti
Sostenendo soprattutto il lavoro e le professionalità
Inseguendo come fondamentale la prospettiva della contaminazione fra distretto del pronto moda più avanzato è quello storico del “programmato”.
Aiutando i giovani a capire ed apprezzare la specificità del territorio.

Modificando le convinzioni del passato, apprezzando le potenzialità.

Aiutandoli a comprendere l’arte della “mescolanza” di generi.
Mescolanza, si di fibre e di colori ma anche di persone, di energie anche alternative che fra di loro possono camminare in una unica direzione che deve essere la salvaguardia e la valorizzazione della “bellezza” del proprio fare.