CIFRE AMARE PER CLANDESTINI E BUONISTI

DI PAOLO DI MIZIO

Da un po’ di tempo i giornali non si appassionano più al tema degli immigranti clandestini. Non ne parlano più semplicemente perché l’emergenza è finita. Poteva essere stroncata anni fa, ma i governi imbelli e ipocriti che si sono succeduti non l’hanno fatto. Anzi, hanno mercanteggiato un po’ di flessibilità in Europa (serviva per comprare voti, consensi) e in cambio hanno trasformato l’Italia nel campo profughi dell’Africa. È una faccenda assolutamente immorale: è una porcheria da sepolcri imbiancati. Abbiamo dovuto attendere l’arrivo di un esecutivo M5S-Lega per tagliare il codone ombelicale che attraverso gli schiavisti libici e i taxi del mare gentilmente forniti dalle ONG univa l’Africa all’Italia.

Però i guasti perdurano e perdureranno per molto tempo. È appena stato pubblicato un rapporto della Conferenza episcopale italiana, elaborato con l’apporto della Caritas e della Cgil, che fa il punto sugli africani impiegati nelle campagne. Ne esce un quadro infernale, da girone dantesco.

Si parla di 100 mila clandestini impiegati nell’agricoltura: il 70% senza alcuna ombra di contratto, in condizioni che vengono definite dalla Cei “paraschiavistiche”, veri servi della gleba, sfruttati, ammazzati dalla fatica. L’80% non ha alcun modo di esprimersi in italiano o di capire la nostra lingua. Il 30% non dispone di un gabinetto. Il 36% non ha accesso all’acqua potabile. I bambini non vanno a scuola e a 14 anni ancora non sanno leggere né scrivere, ma sono pronti per essere mandati a spaccarsi la schiena nei campi per due lire. Le bambine e le donne lavorano come gli uomini e in più subiscono continui abusi sessuali.

Circa 90 mila immigrati clandestini sono accampati in tende o casolari diroccati, privi di acqua, di gas, di riscaldamento, di luce elettrica. E i migranti clandestini sono così tanti che il fenomeno dilaga: lo sfruttamento dei braccianti agricoli schiavizzati non riguarda più soltanto il meridione, ma si sta estendendo anche al nord. Il rapporto della Cei segnala in particolare una forte crescita in Piemonte, ma da tempo già risultava che diverse province settentrionali ne fanno largo uso, come per esempio Bolzano, Trento, Verona, Ravenna, Ferrara, Forlì.

Aggiungiamo che, secondo un’elaborazione effettuata nel 2016 dalla Coldiretti, gli immigrati fornivano già allora un quarto del lavoro necessario nei campi: una percentuale che oggi, con ogni probabilità, va aggiornata al rialzo, dopo la crescita dei flussi avvenuta nel 2016 e 2017.

E si badi che la nuova indagine della Cei, la seconda nel suo genere, prende in considerazione solo i migranti impiegati nell’agricoltura, mentre non considera quelli sfruttati dalla piccola industria, che sono anche loro manovalanza oscura, schiavistica, senza alcun inquadramento legale, senza alcuna rete di protezione, senza tutele. E questi di sicuro non se la passano meglio di quelli al lavoro nei campi.

Ecco dunque che fine fanno i clandestini, quelli che i nostri buonisti vorrebbero accogliere in numero sempre maggiore. Accoglierli dove? Nel loro nuovo inferno? È questa l’auto-decantata umanità di buonisti e radical-chic? La verità è che importiamo schiavi dall’Africa – detti eufemisticamente migranti – come fossero cavalli da lavoro o bovini da macello, per far ingrassare gli sfruttatori, oltre che per far lucrare certe ONG e per mantenere in piedi tutto il ricco giro degli affaristi che si dividono la torta dell’ospitalità pagata dallo Stato, pari a qualche miliardo di euro l’anno.

Sarebbe ora che buonisti e radical-chic si facessero un esame di coscienza, o per meglio dire di incoscienza, e chiedessero scusa agli africani e agli italiani. Non sarà mai troppo presto per farlo.

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