LE GUERRE PRIVATE DEI GIORNALISTI

DI ALBERTO NEGRI

La giornalista Marie Colvin, protagonista del film Private War, venne uccisa a Homs il 22 febbraio 2012. Un mese prima sempre a Homs rimaneva ucciso il collega francese Gilles Jacquier. Fu il primo giornalista ucciso sul campo in Siria: morì tentando di proteggere con il corpo la sua traduttrice che rimase indenne mentre lui si prese una scheggia fatale nella schiena. Ecco la mia cronaca di quella giornata.

12 gennaio 2012
Così a Homs hanno ucciso il valoroso Gilles
dal nostro inviato Alberto Negri

Le grida disperate di Caroline Poiron piegata in due dal dolore mentre infilano il cadavere di Gilles in un taxi giallo: lei, la giovane compagna fotografa che stringe ancora la macchina in pugno, ha già capito tutto e l’auto si allontana senza speranza per le strade di Homs. È l’ultimo fotogramma di una vita spezzata da una raffica di colpi di mortaio: sul terreno otto morti e 25 feriti.

Restano sull’asfalto le pozze di sangue e il taccuino di un grande reporter, Gilles Jacquier, 45 anni, inviato speciale di France 2, premio Albert Londres, premio Ilaria Alpi due volte, quest’anno per un reportage sulla rivolta in Tunisia: le medaglie di una carriera già brillantissima e troppo breve.

Come’è accaduto? «Gilles e Caroline non sono partiti da Damasco in pullmino con il gruppo di giornalisti organizzato dal ministero dell’Informazione: li hanno raggiunti a Homs con la loro auto e poi si sono accodati», racconta l’inviata dalla tv austriaca, Fatima Al Shahabi. «Sono rimasti in convoglio per un po’ ma a un certo punto si sono staccati per andare avanti qualche centinaio di metri, verso la linea dei combattimenti: è stato in quel momento che sono partiti i mortai, diversi colpi che hanno fatto una strage».

La loro camera all’Hotel Ferdoss di Damasco, la numero 1006, di fronte alla mia, questa notte non si aprirà. E questo albergo, dal design moderno di un architetto di grido, diretto da una signora energica, esponente dell’opposizione, diventa improvvisamente la meta di un pellegrinaggio di giornalisti siriani e diplomatici francesi che per sicurezza hanno stabilito di trasferire i compagni di Gilles e Caroline in ambasciata. Prima era soltanto uno degli alberghi della capitale, ieri si è trasformato in una delle tante tristi torri di cemento di questo mestiere, come il Palestine a Baghdad o l’Holiday Inn di Sarajevo.

La fine di Gilles Jacquier, primo giornalista ucciso sul campo in Siria, è un evento drammatico e clamoroso, che imbarazza Bashar Assad e infligge un duro colpo all’immagine del regime, in grande difficoltà a tenere sotto controllo molte aree del Paese. Il ministero dell’Informazione siriano caldeggiava con insistenza la partecipazione a queste visite «guidate» proprio perché, dicevano i funzionari, «garantivano la sicurezza della stampa». Per le autorità di Damasco, che vogliono comunque dimostrare di potere tornare alla «normalità», si tratta di un grave scacco. Così come era apparsa assai discutibile, dopo il ferimento di alcuni di loro, la protezione accordata agli osservatori della Lega Araba: quanto durerà ancora questa missione? Uno degli osservatori, algerino, ieri si è dimesso affermando che si tratta di «una farsa».

Ma l’uccisione di Gilles Jacquier complica la situazione anche per il fronte anti-regime: non sappiamo infatti da chi sono partiti i colpi di mortaio da 85 millimetri e forse neppure i numeri di serie degli spezzoni di proiettili recuperati potranno chiarire la questione. Come nel caso delle autobombe esplose a Damasco avremo versioni differenti: l’opposizione sostiene che il regime attua una perversa strategia della tensione, le autorità siriane incolpano gli estremisti islamici.

Chi uccide chi? Siamo scivolati nella domanda angosciosa e puntualmente senza risposte che avvolge la Siria di oggi così come avvenne nell’Algeria degli anni 90 durante lo scontro tra i generali e gli islamici. Un clima di incertezza e paura che non assolve il regime dalle sue responsabilità per una repressione feroce e ingiustificata quando si è abbattuta sulle manifestazioni di dimostranti pacifici.

Bashar Assad ha commesso molti errori, forse non soltanto suoi, perché la sua cerchia, composta da alauiti, generali e parenti, ha molte responsabilità sul comportamento delle forze di sicurezza e dei servizi segreti. Ha ragione un esponente sunnita che afferma: «Bashar deve scegliere tra la sua famiglia e lo Stato, tra il suo clan e la Siria».
Ma anche i settori dell’opposizione devono interrogarsi su cosa intendono fare: abbattere il regime con la guerriglia e i sabotaggi oppure fare una scelta diversa.

Il timore è che non ci siano molte alternative: Assad, che ieri è sceso in piazza per arringare la folla in piazza degli Ommayadi, non ha fatto ancora passi concreti per un negoziato, limitandosi ad annunci di vaghe riforme. L’opposizione è divisa e frammentata. Quella locale si difende come sa e come può, ma ci sono evidentemente gruppi armati che hanno un’agenda diversa da quella del fronte all’estero e o dei comitati politici. Lo stesso Esercito di liberazione nazionale, al confine tra Turchia e Siria, resta una formazione ambigua: non si sa quanto conta e quale influenza possa avere.

Chi controlla chi? Anche questa è una domanda che forse ci faremo spesso nelle prossime settimane, a ogni tornante sanguinoso di questa nuova tragedia mediorientale.

12 gennaio 2012

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