TORINO FILM FESTIVAL 36: “I NOMI DEL SIGNOR SULCIC”

DI MARIUCCIA CIOTTA

Il confine divide la terra, il sogno, il passato e il presente. La colonna sonora di Franco Battiato muove i personaggi in una danza di ombre. Trieste e l’altrove, Lubiana. Alla ricerca di un’identità sfuggente. Chi è il signor Sulcic e perché ha tanti nomi diversi? Il labirinto di indizi passa dalla tomba di una donna seppellita nel cimitero ebraico di Trieste che una giovane ricercatrice di Ferrara viene a cercare per conto di un’altra, Irena Ruppel (Lucka Pockaj), slovena. Tra le mura della sinagoga, Roberto Herlitzka sembra uscito da un fotogramma di Manoel De Oliveira così come tutto il film diretto da Elisabetta Sgarbi su sceneggiatura solenne con humour di Eugenio Lio.
Un film immerso nell’avvolgente mistero di fantasmi familiari, tracce autobiografiche, fotografie sopravvissute al tempo. E i primissimi piani così insistiti e prepotenti? Le “teste” dei personaggi quasi tagliate dai corpi? De Oliveira qui non c’entra, ma i volti scanditi aggiungono al noir l’ambiguità di un’indagine cartografica emozionale microscopica. E istigano gli attori a superarsi. Irena cerca sua madre sulla linea di frontiera e nel sovrapporsi storico di presenze aliene, nazisti, titini, alleati, italiani, sempre con lo sguardo fisso sul Delta del Po, set ideale della regista e luogo di provenienza del malinconico Gabriele Levada, pescatore, così espressivo “che al suo posto non avrei preso neanche Clint Eastwood”, già protagonista del documentario di Sgarbi Il pesce rosso dov’è?. Gabriele fa da guida all’enigma sulle origini di quella donna e di suo marito, quel signor Sulcic camaleontico e inafferrabile che una spavalda Elena Radonicich vorrà smascherare solo nella riunione finale a Tolmin, presenti i protagonisti del “giallo”, una scena alla Agatha Christie, con Irena al posto di Monsieur Poirot. La storia di fantasia si intreccia con il cimitero notturno, reale come i volti dei suoi inquilini, immerso in un’oscurità cangiante, lungo il percorso che va da interni-giorno dentro case antiche a esterni freddi, aria da neve, dietro la verità di un uomo nascosto in un passaporto tedesco negli anni della guerra nazi-fascista.
I nomi del signor Sulcic, presentato in anteprima al Torino Film Festival, esce più decisamente dalla non-fiction, anche se tutti i film di Elisabetta Sgarbi sfoggiano uno sguardo obliquo, da risveglio ancora sognante, e dove appaiono, trasfigurati, allievi di se stessi, Claudio Magris e Giorgio Pressburger, Adalberto Maria Merli e Paolo Graziosi.
C’è qualcosa di doloroso e inesplicabile in questo inseguimenti di spettri, identità doppie che generano contrasti, corpi separati ma uniti. Fratello e sorella costretti da ricordi incancellabili, disubbidienti al poeta ferrarese che consiglia “Portami via la memoria e non sarò mai vecchio”.
Un film che deriva da una pratica poetico-visionaria, lavoro di tanti titoli precedenti sull’arte e la storia, e che indaga un altro confine, quello tra documentario e narrazione, analogico e digitale, questione al centro del cinema di oggi. Sgarbi definisce I nomi del signor Sulcic “inattuale e poco italiano”, ma l’inattualità è ora l’oggetto del desiderio filmico, al centro della ricerca sull’immagine-tempo. Cinema della trascendenza secondo Paul Schrader che raccomanda di non perdere nell’astrattezza del virtuale la materialità della storia, la politica del testo. “Poco italiano” forse perché il film replica Lo strano caso di Angelica, la ragazza morta di Lisbona che solo nell’obiettivo della macchina fotografica e del cinema torna a sorridere.