DAL BLOCCO STRADALE ALLA LIBERTÀ DI MANIFESTARE

DI LUCA SOLDI

 

Non ci sono certo i timori per la volontà di fermare i black bloc e neppure i gilet gialli ma ben altri rischi sono adesso a preoccupare i democratici del Paese.
Scavando ma non più di troppo nel Decreto Sicurezza messo alla firma anche del presidente Mattarella, emergono una serie di aspetti che si aggiungono allo scientifico sfaldamento del sistema di accoglienza ed integrazione che pure in presenza di limiti rappresentava un esempio di risposta al fenomeno delle migrazioni.

Si tratta di evidenti limiti che metterebbero a rischio i legittimo diritto alla protesta dei cittadini nel caso di manifestazioni o flash mob.
Salvini, confidando in molte “distrazioni” ha voluto cautelarsi inserendo una norma che colpisce gli ‘assembramenti’. Precisamente nell’Articolo 23 del Decreto 113/2018 ci si occupa delle “Disposizioni in materia di blocco stradale”.
Si entra nel merito di una questione spinosa quella legata a chi blocca le strade con oggetti ma anche le “ostruisce o le ingombra”, lo si fa riportando alla luce il reato di blocco stradale.
A spiegare il rischio di questa reintroduzione, Antonello Ciervo dell’Asgi, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione: “Il problema però non è tanto nell’articolo ma quanto nella relazione tecnica introduttiva al decreto che spiega la ratio legis ovvero l’obbiettivo della legge che è quello di reprimere le varie forme di assembramento”. La norma era stata in sostanza depenalizzata nel 1999 e da allora restava attiva come elemento legato all’ordine pubblico ma sanzionata con una multa.
Il realtà appare evidente che i termini di discrezionalità sembrano essere prevalenti rispetto a quello che intende farci credere il vice-premier.
Dal Ministero si affrettano a minimizzare. Infatti nella relazione allegata si legge che “La norma si rende necessaria al fine di fronteggiare i sempre più frequenti episodi di blocco stradale, posti in essere anche nella forma di assembramento, suscettibili di colpire una pluralità di beni giuridici che comprendono non solo la sicurezza dei trasporti, ma anche la libertà di circolazione”.
È molto più probabile sospettare che alla radice di quanti hanno redatto la legge ci sia una volontà di colpire quanti vedono lesi i diritti democratici piuttosto che i soliti facinorosi.
Nel citare gli “assembramenti” si fa riferimento ai momenti che si creano tipicamente all’inizio ed alla fine delle manifestazioni. La legge in questo caso riesce a dare uno strumento in più alle forze dell’ordine per attenzionare le persone che defluiscono nelle strade alla fine di un corte. “Magari un giudice successivamente archivia l’inchiesta – sottolinea Ciervo – ma intanto si apre un fascicolo di natura penale. Con tutte le conseguenze del caso”. Ancora una volta però sono i migranti fra gli obiettivi principali da colpire. Per esempio al Cara di Mineo, pochi giorni addietro, alcuni migranti hanno bloccato le strade per protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita al centro di accoglienza. Da adesso grazie al rifermento dell’articolo 23, come si legge nel comma 2, i migranti condannati in via definitiva per blocco stradale non avranno più diritto ad avere un titolo di soggiorno per restare in Italia. Niente asilo politico, niente permesso per lavoro. Non solo, tutto ciò è anche motivo per vedersi revocato un permesso di soggiorno.
L’articolo 23 quindi toglie diritti agli italiani, può dare adito a pericolosi fraintendimenti e ancora più colpisce gli ultimi, i migranti, erodendo altre frazioni di libertà e diritti civili mentre sostanzialmente rafforza il potere discrezionale delle forze di polizia.
Contrasta, quell’articolo della legge di Salvini, con il pilastro dell’ordinamento italiano, la Costituzione e in particolare con un suo fondamentale articolo, il numero 21 che evidenzia la libertà di manifestare come principio democratico inscalfibile.