ANDALUSIA. IL FRANCHISMO DAL VOLTO UMANO E L’EUROPA

Il risultato delle elezioni in Andalusia è stato pessimo. Ma, forse, ancora peggiore, almeno in prospettiva, l’interpretazione che ne ha dato l’Europa. O meglio gli ambienti di Bruxelles e gli organi di stampa che ne propagano gli orientamenti.
Questi ci invitano a concentrare la nostra attenzione sul successo di Vox, ennesima manifestazione di consistenti minoranze “sovraniste, eurofobe e xenofobe”; e, nel contempo, sull’insuccesso dei socialisti. Suggerendo, come via d’uscita, una specie di “taglio delle ali”, con la formazione di una maggioranza “europea”: socialisti, popolari e “liberali” di Ciudadanos.
Una proposta che non sta né in cielo né in terra. In primo luogo perché il partito di Rivera è sicuramente liberista, e in questo senso europeista; ma non è per nulla liberale. Perché “spagnolista ”e perciò partigiano di un centralismo repressivo in Catalogna e altrove; perché pubblicamente ostile a qualsiasi tipo di condanna del regime franchista; e, infine, perché visceralmente ostile al socialismo, una politica e una cultura da “cancellare” in Andalusia come in Spagna. E, perciò, pubblicamente disponibile alla formazione di una maggioranza con l’appoggio degli “estremisti” di Vox; ipotesi cui il Ppe, tra l’altro fortemente indebolito dalla concorrenza di Rivera, non potrà dire di no.
Avremo, allora, e in una delle regioni più “rosse” di Spagna, un governo di destra radicale, frutto di una specie di vendetta postuma di un franchismo, consensualmente superato negli anni Settanta al prezzo di non essere mai collettivamente ripudiato. E, nel contempo, radicalmente altro rispetto ai valori su cui è stata, nel corso di decenni, costruita l’Europa.

Abbiamo parlato di franchismo dal volto umano. Perché a vincere, oggi in Andalusia e magari domani a Madrid, non sono e non saranno (ci mancherebbe…) i metodi praticati durante e dopo la guerra civile ma i principi e i valori che portarono una grandissima parte degli spagnoli a sostenerlo. Riassumibili, come abbiamo detto in precedenza, come richiamo al ritorno dell’ordine, morale, economico e sociale, ostilità nei confronti del diverso e in particolare del migrante islamico e, infine, spagnolismo negatore in radice delle identità nazionali.

Ciò detto, l'”oggi a Siviglia, domani a Madrid” non è scontato ma è molto probabile. Perché non si vedono ancora all’orizzonte, i processi in grado di impedirlo. Nell’ordine: l’accettazione da parte dei socialisti di un’ipotesi di grande coalizione con il Ppe; o, al contrario, il consolidamento politico e programmatico dell’alleanza parlamentare che regge il governo Sanchez (Psoe, Podemos, più i catalani e i baschi); e, infine e soprattutto un qualche altolà da parte di Bruxelles.

Ora è molto difficile che i popolari (oltretutto diventati minoritari nel centro destra prima in Catalogna, poi in Andalusia) facciano quest’offerta e ancor più che i socialisti l’accettino: tra l’altro l’avevano rifiutata ai tempi di Zapatero e successivamente, sempre fedeli allo schema bipolare; perché mai allora dovrebbero capitolare adesso? Possibile, invece, in sé e per sé, il rafforzamento dell’accordo con Podemos e i nazionalisti catalani e baschi; tenendo presente, però, che questo accordo troverà fortissime resistenze nelle “alte sfere”, in Spagna come in Europa.

Di altolà, infine, neanche a parlarne. Ppe e Ciudadanos sono i beniamini dell’eurogruppo e i fiori all’occhiello dei gruppi parlamentari popolari e liberali di Strasburgo, perché cultori inflessibili dell’ordoliberismo e dell’austerità. Così, non sono considerati né sovranisti né populisti. E’ vero: le carceri spagnole sono piene di politici e di rappresentanti delle istituzioni carcerati preventivamente e minacciati di pene severissime, sempre per reati politici; ma non per colpa bensì per iniziativa della magistratura indipendente (ma eletta dal Parlamento a maggioranza Ppe NdA). E’ vero: la Corte costituzionale ha condannato il governo Rajoy per il suo attacco alle prerogative del Parlamento. E’ vero: ma fermiamoci qui. Perchè a cancellare questo e altro sta il fatto che la destra spagnola difende l’ordine costituito; un ordine in cui la contestazione delle regole fissate dall’eurogruppo è l’unico peccato mortale mentre tutto il resto è, tutt’al più un deplorevole eccesso.