DECRETO SICUREZZA: 4 DOMANDE CHE DOVREBBE FARSI CHI LO SOSTIENE

DI STELA XHUNGA

Non sono affatto chiare alcune modalità con cui troverà effettiva applicazione il cosiddetto “decreto sicurezza” (d.l. del 4 ottobre 2018, n. 113), approvato in prima lettura al Senato lo scorso 7 novembre e definitivamente convertito in legge il 28 novembre scorso; il pacchetto di norme, dopo la promulgazione del Presidente della Repubblica, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 novembre 2018, ed è entrato in vigore il giorno successivo.

Tanti gli emendamenti contenuti all’interno del decreto, che comprende “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”. L’attenzione, però, è tutta rivolta alla prima parte del decreto, quella che dall’articolo 1 all’articolo 14 tratta il tema dell’immigrazione. E proprio chi si dice a favore delle nuove normative sull’immigrazione e non vede l’ora che vengano applicate, dovrebbe farsi 4 domande.

1) Con quali soldi il Governo intende rimpatriare le almeno 40mila persone che il decreto ha reso automaticamente irregolari?

Si tratta di una questione di natura prettamente economica, di numeri. Considerato che un rimpatrio costa in media 4mila euro e che Matteo Salvini ha stanziato solo 1,5 milioni per i rimpatri, al netto della situazione attuale potranno essere rimpatriate al massimo 400 persone, vale a dire un centesimo degli irregolari.

C’è poi un problema di ordine pratico, perché, fatta eccezione per la Libia e la Tunisia, l’Italia non gode di rapporti internazionali che garantiscano che i Paesi d’origine degli irregolari accoglierebbero tutti i rimpatriati. Di qui la seconda domanda:

2) Che fare se il Paese d’origine non accetta i rimpatriati a bordo dei nostri aerei o delle nostre navi?

Un conto è bloccare in mare una nave ONG a spese di chi la finanzia, altro è bloccare navi e aerei a spese nostre con a bordo ufficiali dello Stato, già carenti in città come Roma.

Ammesso che si trovino fondi e accordi internazionali per gli espatri, la pratica di espatrio si profila lunga e lesiva della libertà del rifugiato. Il Governo ha infatti esteso da 90 a 180 giorni il trattenimento degli irregolari presso i C.P.R. (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) che sostituiscono i C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione). Laddove non vi sia disponibilità nei C.P.R., lo straniero sarà detenuto in “strutture diverse e idonee nella possibilità dell’Autorità di pubblica sicurezza” e in “locali idonei presso l’ufficio di frontiera”, in attesa che l’espatrio possa realmente effettuarsi.

La detenzione del migrante arrivato in Italia, invece, sarà “per il tempo strettamente necessario, e comunque non superiore a 30 giorni”.

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