FIRENZE. IL MOSTRO SENZA VOLTO

DI PAOLO VARESE

In un cuscino, che era all’interno di una tenda in cui avvenne un fatto di sangue nel 1985, nei giorni scorsi è stato ritrovato un proiettile. Si tratta di un reperto dell’ultimo delitto del “mostro di Firenze” e quel reperto potrebbe riaprire le indagini su una serie di macabri delitti per cui pagarono solamente alcune persone, ma che ancora lascia molte domande senza risposta.

Era il 21 agosto del 1968 quando, in una Alfa Romeo posteggiata in una stradina di campagna che costeggiava il piccolo paese di Signa, vicino Firenze, vennero assassinati Antonio Lo Bianco e Barbara Locci. I due erano amanti, entrambi con famiglia e figli, ed erano stati in un cinema. Poi si erano appartati, con il figlio di 6 anni della donna che dormiva sul sedile posteriore. Alle 2 di notte il bambino si svegliò, suonò alla porta di un casolare e chiese ospitalità perché “la mi ma mamma e lo zio che sono morti in macchina”. L’uomo che gli aveva risposto chiamò i carabinieri, i quali, giunti sul posto, non poterono far altro che constatare l’omicidio. 4 colpi di pistola a testa avevano raggiunto gli sfortunati amanti. Le prime indagini si concentrarono ovviamente sul marito della donna, per motivi di sospetta gelosia, ma tale ipotesi decadde proprio perché la donna in paese era nota per i suoi amanti ed il comportamento del marito succube nei confronti delle passioni della moglie. Ciononostante il marito, Stefano Mele, confessa l’omicidio, per poi ritrattarlo, per poi ancora attribuirlo ad un suo complice, tale Salvatore Vinci. Costui portò un alibi confermato da due persone, ma Mele ritratta ancora la sua versione, accusando stavolta il fratello di Vinci, anche lui amante della moglie di Mele. Dopo altalenanti ammissioni e ritrattazioni, Mele venne riconosciuto colpevole, e condannato a 14 anni di prigione, per via di una parziale incapacità di intendere e volere. Passarono 6 anni, ed il 14 settembre 1974, in una stradina sterrata di Borgo San Lorenzo, vennero uccisi due fidanzatini, Pasquale Gentilcore, di 19 anni, e Stefania Pettini, di 18. 5 colpi di pistola, dello stesso calibro e modello di quella usata nel 1968, raggiunsero il ragazzo, freddandolo sul colpo, mentre la povera Stefania, raggiunta da 3 proiettili, venne tirata fuori dalla vettura, ed accoltellata 3 volte allo sterno. Una volta morta, l’assassinò infierì sul corpo martoriandolo per altre 96 volte, e poi penetrò la vagina con un tralcio di vite, in un macabro accanimento di follia non soltanto omicida. Un carabiniere,  durante il dibattimento processuale in aula, svenne guardando le foto. I corpi furono ritrovati da un contadino, ed i carabinieri giunti sul posto non poterono far altro che constatare l’orripilante situazione trovata. Durante le indagini emerse una confidenza fatta da Stefania ad una amica, il pomeriggio precedente alla sua morte, in cui aveva riferito di un incontro con una persona che l’aveva turbata. Ma purtroppo non si arrivò a nulla. La quiete della campagna fiorentina venne nuovamente stravolta da un omicidio, il 6 giugno 1981, quando vennero uccisi Giovanni Foggi e Carmela Di Nuccio. Nella loro autovettura, appartati in un luogo isolato a Mosciano di Scandicci, vennero raggiunti da 8 proiettili, ed a Carmela poi venne asportato di netto il pube. Altre indagini, altro nulla a cui arrivare, altri morti per colpa di un mostro senza volto. Il 19 giugno del 1982, un anno dopo, vennero uccisi Paolo Mainardi e Antonietta Migliorini, ma le circostanze furono leggermente diverse. Infatti, pur essendo usati gli stessi proiettili, il delitto avvenne in un luogo frequentato, tanto che venne scoperto quasi subito. Ed inoltre i corpi non subirono ulteriori profanazioni. Il 9 settembre del 1983 furono invece uccisi, a Giogoli, 2 turisti tedeschi, Jens Uwq Rusch e Horst W. Meyer, mentre erano nel loro furgone Wolksvagen. 7 proiettili che li raggiunsero mentre ascoltavano la musica, rilassandosi. Su di loro nessun accanimento successivo, circostanza che fece pensare ad una confusione nell’omicida, che probabilmente aveva scambiato uno dei due per una donna. Ancora un duplice omicidio il 29 luglio del 1984. Claudio Stefanacci e Pia Rontini vennero colpiti da 6 proiettili mentre erano sui sedili posteriori della Fiat Panda di Claudio, ed alla povera ragazza vennero asportati seno sinistro e pube, in un osceno delirio di sangue che lasciò atterriti gli amici della coppia, i primi a ritrovarne i resti. Anche Pia sembra avesse ricevuto delle molestie da qualcuno rimasto ignoto, proprio come Stefania Pettini. L’8 settembre 1985 l’ultimo delitto, a farne le spese 2 turisti francesi, J.M. Kraveichvili e Nadine Mauriot. L’assassino penetrò nella tenda e sparò ad entrambi, uccidendo la donna sul colpo. L’uomo fuggì ma venne raggiunto e finito a coltellate. Anche sul corpo di Nadine ci fu accanimento, con asportazione di seno sinistro e pube, ed un brandello di seno venne spedito al P.M. di Firenze incaricato delle indagini. Per tutti questi delitti nel corso del tempo vennero indagati diversi personaggi, tra cui il più noto fu Pietro Pacciani. Costui in gioventù, nel 1951, era stato condannato a 13 anni di prigione per aver ucciso un uomo a coltellate, dopo averlo sorprese in intimità con la sua fidanzata dell’epoca. Dopo l’omicidio inoltre aveva costretto la ragazzina, appena 15enne, ad un rapporto sessuale accanto al cadavere, ed in sede di giudizio disse di essere rimasto sconvolto dall’aver visto che la ragazza si era scoperta il seno sinistro. Inoltre scriveva la parola repubblica con una sola b, come sulla busta inviata alla P.M. di Firenze, ed aveva una raccolta di articoli sul “mostro di Firenze”, dove lo foto delle parti asportate erano segnate a matita. Inoltre il contadino Vampa, così era soprannominato, aveva lavorato in tutti i luoghi dove erano avvenuti i delitti, ed era anche perverso, violento, teneva segregate in casa le figlie nutrendole con mangimi per cani e violentandole. Arrestato con l’accusa di essere il mostro, nel 1993, e condannato all’ergastolo nel 1994 per tutti gli omicidi, escluso quello del 1968, venne assolto dalla Corte di Appello, che mise in discussione l’impianto accusatorio indiziario. La morte di Pacciani nel 1998 impedì il giudizio della Cassazione, ma non servì a dimenticare la vicenda.Un altro sospettato fu Mario Vanni, colui che parlò delle merende con Pacciani, i famigerati compagni di merende citati sui giornali, e che venne poi condannato al carcere a vita per vilipendio di cadavere. Ed ancora venne arrestato e condannato a 30 anni Giancarlo Lotti, perché confessò di aver preso parte a tutti i delitti assieme a Pacciani, ed egli dichiarò che le parti intime asportate erano state comprate da un misterioso dottore, ammissione che fece sospettare l’esistenza di una cupola di mandanti. L’ultimo a deporre contro Pacciani fu Fernando Pucci, il quale, da amico di Vanni e Pacciani, fece da testimone oculare ai delitti, circostanziando in particolare l’omicidio dei due francesi. Purtroppo un ritardo mentale conclamato fece inizialmente dubitare delle sue parole, ritardando così le fasi processuali. Relativamente alla cupola di mandanti, si cercò di seguire anche una pista esoterica, soprattutto in ragione di considerevoli somme di denaro che Pacciani si trovò a maneggiare negli anni 80 dello scorso secolo. Ci sarebbe molto altro da dire e da scrivere su quei delitti che sconvolsero la nazione, ma purtroppo ciò che si vorrebbe sapere forse giace sepolto da tempo, a meno che il proiettile ritrovato non apra nuovi spiragli di indagine.