LA PRIGIONE DENTRO ME: IN COREA DEL SUD UNA CELLA CONTRO LO STRESS

DI MARINA NERI

 

 

Chissa’ cosa avrebbe pensato Silvio Pellico nel sentir decantare le proprieta’ terapeutiche delle ” prigioni”.

Che l’idea di una finalita’ antistress di una gattabuia sia venuta ad un avvocato non deve meravigliare. Celle, sbarre, ambienti avvolti nell’ombra divengono luoghi familiari per un leguleio, come i ferri del mestiere, come i bisturi per un chirurgo.

Cosi’ nella produttiva Corea del sud, dove si arriva a lavorare anche 52 ore settimanali, in barba ad ogni statuto dei lavoratori,ad ogni lotta sindacale, ad ogni diritto ad una esistenza al di fuori dal lavoro, un avvocato ha, forse, trovato il rimedio contro lo stress.

E che sia stressante lavorare 50 ore la settimana (fino a qualche anno fa le ore erano addirittura 68) lo dimostra il fatto che nei paesi civilizzati le ore lavorative non sono mai piu’di 40/42.

In media gli italiani che lavorano a tempo pieno lavorano 38 ore la settimana, la media europea è di 40 ore e gli stakanovisti inglesi arrivano a lavorare persino 42 ore la settimana.

Si comprendono cosi’ le motivazioni quasi filantropiche che hanno spinto l’avvocato coreano, che per sua stessa ammissione, lavorava fino a 100 ore la settimana, a dare corso alla sua idea.

Ha ideato una “prigione anti stress”.

Coloro che si rivolgono a lui per godere di questa “terapia” vengono ospitati in una “cella di isolamento” per qualche giorno.

Kwon Yong-suk, questo e’il nome dell’avvocato, ha rilevato una prigione composta da 28 celle identiche. Ogni cella e’arredata in maniera spartana ed e’dotata solo di elementi essenziali.

Ogni  “strano detenuto” viene dotato di : un materassino per fare yoga, un set per preparare il te’, un tavolino e del materiale per potere scrivere.

La permanenza, con tanto di preventiva prenotazione,al modico costo di circa 90 dollari a notte, e’ preceduta da una riunione in cui gli “ospiti” debbono presentarsi agli altri “detenuti” ed estrinsecare ansie e afflizioni da cui sono affetti.

Un po’ come le riunioni degli alcolisti anonimi.

L’isolamento totale e’circoscritto ad una parentesi temporale, dalle 13.45 alle 21.45.

La cella si presenta angusta ma confortevole, con le finestre la cui vista non deprime l’anima ma la esalta in quanto essa puo’ spaziare dinanzi ad un paesaggio fatto di prati, alberi, colori rasserenanti.

Anche se per poche ore, l’esperimento consente di recuperare ritmi e dimensioni umane che il lavoro ha reso alienanti.

Niente cellulari,niente orologi, niente contatti con l’esterno, o con gli altri “detenuti​”, niente tv, niente giornali.

Le celle sono dotate di servizi igienici ma non possiedono uno specchio. A fungere da elemento riflettente solo l’anima. Soli con se stessi con la consapevolezza che l’io e’ il primo e vero nemico da controllare.

Una prigione in cui sentirsi liberi di confidare a se stessi le debolezza invece mascherate sul posto di lavoro, dove il rendimento conta piu’ del sentimento.

Pare che l’esperimento funzioni, che all’uscita dalla prigione si sentano gli effetti benefici su psiche e sul corpo.

Una prigione che non induce nella tentazione della fuga, ma incita a restarci, a ricercare se stessi, a porsi domande e a cercarne le risposte, amplificando la solitudine, l’empatia con il proprio essere.

Non e’ l’Alcatraz di manager, professionisti succubi di orari assurdi di lavoro. E’ un angolo rubato al tempo in cui si celebra il paradosso di limitare lo spazio per il corpo e dilatare quello concesso alla mente, ripercorrendo a ritroso la strada per conoscere se stessi.

Come sono strani questi coreani del sud: pagano per andare in prigione e per stare addirittura un giorno in isolamento.
“Prison inside me” ( la prigione dentro me) si chiama, infatti, il progetto partito nel 2013 ed e’ un progetto che ha riscosso e riscuote grande successo.

Viene spontaneo pensare ai mafiosi di casa nostra. Per loro stare in carcere, in isolamento, e’ persino gratuito e,nonostante cio’, ci sono forze politiche che, inopinatamente, volevano eliminare addirittura l’art.41 bis ( cercere duro con isolamento ) non sapendo che, in fondo,trattasi di un antistress.