SONO VENUTO CON LO SCOOTER, CON IL MIO CENTIMETRO DI LIBERTA’ INDIVIDUALE

DI GIOVANNI BOGANI

È già buio quando esco. Non so se prendere lo scooter o il tram. È più facile stare dentro il tram, farsi guidare, quando sei triste, quando non hai voglia, non hai forza neanche di tendere le manopoline dell’acceleratore.

Ma prendo lo scooter. Ce la farò, anche questa volta. Anche se la ragazza con cui stavo mi ha lasciato proprio oggi, e al telefono non ha voglia di parlarmi. E io le sto parlando fra gli scaffali dei surgelati, quelli degli insaccati, fra i sughi e la pasta.

Fra la gente. Quelle due straniere con le cosce lunghe che sono finite qui chissà come. Quello mezzo matto che si veste sempre con una pettorina fosforescente arancione come se fosse a fare lavori sull’autostrada. L’altra mezza matta che fa la gattara e ha i capelli bianchi scompigliati, e sembra non vedere mai nessuno. Ma ventiquattro anni fa, noi ci amavamo. Ed era anche bello. E lei era spiritosa.

Esco dal supermercato. Ho comprato solo pane e succo di frutta, e dei biscotti. Non ho l’entusiasmo per comprare niente altro.

Prendo lo scooter. Sono solo oggi, sarò solo domani, che è domenica. Ma andrò da qualche parte, in scooter. Andrò a Vallombrosa, sul grande prato. E se nello stradone un’auto mi mette sotto, vorrà dire che era destino. Andrò all’Olmo, a stendermi fra le famiglie e i ragazzini che fanno volare l’aquilone. Andrò, domattina andrò.

Sono forte, sono solo e sono forte. E questa ultima parte dei miei giorni, della mia vita, non cederò alla tristezza. Beh. Spero. Magari qualche volta ricorderò di essere stato con una ragazza giovane e di averla amata, ma che non ci siamo capiti.

Vado con lo scooter. Parcheggio in via degli Alfani. E poi? Boh, vediamo.

C’è un gruppo di turisti che mi viene incontro. Sono ragazze, bionde, chiassose. Americane, penso. E invece stavolta no. Sono tedesche. Una mi sbatte quasi addosso. E mi fa quasi piacere il contatto fisico. Mi fa quasi piacere essere stato toccato, anche se per sbaglio. Vado verso piazza del Duomo. Non c’è nessuno a suonare la chitarra.

Ma c’è tanta gente. Turisti giapponesi, ragazze fiorentine con i jeans strappati. Una americana che si fa fare la foto dal suo ragazzo, che si è messo a trenta metri di distanza.

Non ho idee. Non so dove andare. Non so neanche che ore siano. Poi mi ricordo di aver letto ieri che sarebbe stata aperta la galleria dell’Accademia, questa sera. Apertura eccezionale, prezzo simbolico un euro.

Io ogni tanto le ho viste, la mattina, le file per entrare alla galleria dell’Accademia a vedere il David di Michelangelo. File che non finiscono mai, gente che sta ad aspettare ore. E tutti parlano, tutti chiacchierano, tranquilli. Perché è un must, è una delle cose che devi fare se sei americano e vedi Firenze per tre giorni.

Mi immagino la fila che ci sarà, adesso, col biglietto praticamente gratis. No, non ci vado. Vabbè, provo.

Faccio qualche passo verso piazza San Marco. E mi accorgo che la strada è buia. Allora ho capito male. Allora questa apertura serale non c’è. Pazienza. Farò un giro a caso, e poi tornerò nella mia cucina, a farmi da mangiare.

Invece c’è un po’ di luce. Una porta. Un custode, lì davanti. “Ma c’è l’apertura serale stasera?” chiedo. “Certo!”. “Quella col biglietto a un euro?”. “Un euro!”. Ma non c’è quasi nessuno. E allora capisco, o credo di capire. E dico la stronzata più grossa della settimana. “Ma il David non c’è, vero?”. “Bah… Se ‘un l’hanno spostato ora, e c’è!”, dice il custode. Mi guarda come uno che ne ha sentite anche di peggio.

Proprio qui vicino, in piazza San Marco, un turista americano mi chiese: “This is San Marco?” e io: sì. “And where are the gandòlas?”. Cioè: ma dove sono le gondole? Pensava di essere a San Marco a Venezia.

Un euro, dunque. Entro.

Mi fanno il controllo dello zainetto. Devono accendere il metal detector, apposta per me. E un po’ mi sembra di cominciare a fare un viaggio.

Non c’è tanta gente. Faccio il biglietto, do veramente un euro, incredulo. Poi un altro impiegato me lo strappa. Ed entro.

È una cosa bella, una cosa civile. Ogni tanto, poter entrare a vedere i grandi musei, anche noi che non ci andiamo mai. Anche noi che non contiamo niente.

E forse gli americani non lo sapevano. O a quest’ora preferiscono mangiare e strafogarsi di alcolici, per poi crollare per le strade a notte fonda. Gli americani non lo sapevano, di questa apertura.

L’ultima volta che sono stato alla galleria dell’Accademia avevo forse tredici anni. Quarantadue anni fa. Quarantadue. Il tempo intercorso fra l’inizio della Prima guerra mondiale e I soliti ignoti di Monicelli; o fra l’inizio della Seconda guerra mondiale e il Mondiale vinto dall’Italia nell’82 con Pablito Rossi. Un’enormità di tempo.

Avevo tredici anni, e avevo deciso di vedere tutti i musei di Firenze. Avevo deciso di imparare, di bere tutto quello che c’era da bere, di arte, di bellezza, di storia, di armonia. Di capire com’era fatto il mondo, che cosa lo rende più bello, che cosa lo rende speciale. E avevo letto del David, ma anche dei Prigioni di Michelangelo.

E allora sono qui, di nuovo dopo mille anni, grazie a questa iniziativa, il patrimonio di Firenze, o dell’Europa, mica ho capito. So solo che adesso sono dentro la galleria dell’Accademia, e mi hanno anche trattato bene all’ingresso. E non c’è quasi nessuno. Non ci sono americani, cinesi, giapponesi, turkmeni, azeri, balinesi, kirgisi, kamchatki. Ci sono io, per ora, e tre o quattro custodi.

E allora lascio perdere tutto il resto, e vado dritto lì. A vedere se c’è ancora.

E c’è.

Mamma mia, è pure grande. Il David.

E rimango lì. E me lo guardo, per un bel po’.

Le mani, troppo grandi, lo sapevo. Ma bellissime. Come le mani di una persona viva. Le vene, i nervi. Il movimento. Il fisico da ragazzo, non troppi muscoli. La grazia. La leggerezza. La senti quasi l’agilità. Senti che è giovane. È più giovane di me. Anche se ha cinquecento anni. E penso al modello che Michelangelo avrà avuto. Al tempo che ha passato con lui. Giovane, il modello. Avrà avuto vent’anni, come vent’anni ha, per sempre, il David. E penso a Michelangelo, se e come avrà desiderato quel corpo. Quanto lo avrà amato. E se si saranno presi, amati. Che parole si saranno detti, in quei giorni di cinque secoli fa. In cui l’uomo non era poi così diverso da adesso.

Le mani, che sembrano un po’ le mani di mio padre. E un po’ anche le mie. Piene di vene, di forza controllata. Le mani di uno che sta per tirare un sasso contro un gigante. Le mani di un musicista. Le mani di un artista. Forse le mani di Michelangelo.

Guardo la postura del David. Quella rilassatezza pronta. Non ha tanti muscoli, non ha fatto palestra alla Virgin per tutto l’inverno. Ha i muscoli guizzanti di chi è giovane , ha muscoli quel tanto che basta per fotterti. Io non sono più il David, forse lo sono stato. Adesso forse sono Golia, adesso forse non sono niente. Golia era più anziano di David? Chi era Golia? Come Giuda, sono quei personaggi costretti dalla storia a interpretare il ruolo del vilain, e finire male. Chissà che malinconia aveva dentro, Golia.

Guardo il braccio destro del David. Rilassato, sciolto giù lungo il fianco. Il braccio sinistro è alzato, ha in mano la fionda. Il braccio destro si solleverà in un attimo, pronto a far male. Le gambe sono gambe di ragazzo, gambe di dolcezza e non di corsa, né di lotta, né di rabbia.

Guardo la testa, quella testa forse troppo grande, lo sguardo dritto. Chissà se era biondo, o se aveva i capelli neri. E se aveva gli occhi chiari. Ha un naso dritto, che gli viene giù robusto, deciso, non un nasino da ragazzetto. E l’aria che hanno i fiorentini, quando non si lasciano impressionare.

E quei riccioletti, già un po’ barocchi, un po’ troppi, capelli mossi un po’ da stronzetto. E insomma, siamo io e te, David. Tu più giovane di me, anche se hai cinquecento anni.

E poi, all’improvviso, quello spazio vuoto dove eravamo solo io e te si riempie di voci. In portoghese. Sono un gruppo di brasiliani, una donna sta spiegando a voce alta e gli altri ascoltano. Arrivano dei bambini, non capisco se siano degli adulti di quel gruppo o se siano di altri turisti arrivati dopo. Un gran rumore, un rimbombo. I bambini giocano, gridano, si rincorrono. Il custode, dopo un bel po’, si alza e dice “SCUSATE! SIAMO IN UN MUSEO QUI! Fate un po’ di silenzio!”.

Era tanto che non sentivo qualcuno richiamare le persone all’educazione, con il risentimento un po’ rassegnato di chi è destinato a perdere la partita; con il rancore di chi ha già perso.

Non siamo più in un museo, siamo in un parco giochi.

Una ragazza colombiana, o portoricana, si fa un selfie inquadrando se stessa e la schiena del David, o meglio il culo. E mette un dito in corrispondenza del buco del culo, nella foto.

Ma mettitelo per te, un dito nel culo.

Da dove sono venuti tutti questi? Penso che è questa la normalità, che è stato quel momento l’unica eccezione, che in questo museo non si può essere soli.

Avevo lasciato perdere tutte le altre statue. Ora vado all’indietro, bastano pochi metri. I Prigioni. Li avevo visti quando ero un ragazzino. Ovviamente, pensavo che fossero “peggio”, perché non erano del tutto formati. Ma avevo capito, anche allora, che c’era qualcosa di eccezionale, una specie di grido sordo, nella decisione di non liberarli dal marmo, quelli lì. Che Michelangelo, vecchio, aveva scelto di non finirli. Che non gli piacevano più le forme perfette, lisce, levigate che sapeva modellare quando era giovane. Era diventato moderno, terribilmente moderno. C’era il movimento, in quelle statue che cercavano di divincolarsi dall’informe.

Li guardo, li riguardo, i quattro Prigioni. Quello giovane, quello vecchio, quello con la barba. Quello chiamato Atlante. La fatica immensa di venir fuori dal nulla. E lì vicino, una Pietà. La terza che fece, se non sbaglio. Anche quella, grezza. Con un Cristo che cade, che pesa da morire, un peso morto straziato. Il dolore non più estetizzante, come nella Pietà che sta a San Pietro. Un dolore pesante, un dolore adulto, maturo. Penso alla Pietà Rondanini, la più bella di tutte. Così desolata, secca, senza speranza.

Erano gli ultimi anni della sua vita. Forse non pensava più all’aldilà come a qualcosa che esiste, Michelangelo. Quella Pietà risecchita era la sua idea del dolore e della morte. Niente più capellini phonati, riccioli ribelli: capelli grezzi, sporchi, facce dure come in una chiesa di figure stilizzate degli anni Settanta, di quelle che trovi ogni tanto in periferia con i crocefissi fatti a T, con tanta roccia, vetrate e legno all’interno, e quei Cristi un poo’ etnici, un po’ hippie, che ci sentivi dentro l’arte africana di mille missioni e l’informale, Burri e Picasso.

Scoprirò dopo, tornando a casa, che invece non erano voluti, così. Che i Prigioni erano statue incompiute. Ma io continuo a pensare che li sentisse così, i Prigioni. Continuo a pensare che sentisse giusto scolpire l’incompiutezza. Come a dire che non possiamo fare figure tutte belline, perfette, finite. Che non saranno mai finiti i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre vite. Sarà sempre un incompiuto, tutto quello che facciamo.

Sto lì, davanti a quel marmo che sembra sabbia della Pietà di Palestrina. E vado ancora all’indietro. Alla prima sala, quella dei dipinti che forse nessuno poi ricorda. E che nemmeno io ricorderò: il Duecento, il Trecento fiorentino. Nomi di autori che non conosco, ma bravi. Alcuni più bravi, altri più scarsi.

Ogni tanto, fra una sala e l’altra, sobbalzo: quadri di Sandro Botticelli, o del Ghirlandaio. C’è un piccolo quadro, si chiama La Madonna del mare. E c’è proprio il mare, sullo sfondo. Chissà che mare aveva visto, Botticelli. Mare di Toscana, probabilmente. E lo aveva trasformato nell’idea stessa, lieve e sfumata, del mare. Di ogni mare.

Mi colpiscono quelli di cui non conosco il nome. Una vita da mediano. Finiti lì, a fare da contorno al piatto forte. Tanti quadri. E mi fermo, lì, uno a uno me li guardo. Sono solo. Un cinquantenne solo, magari anche un po’ sospetto, con il suo zainetto e la sua solitudine. Alle nove e mezza di sera di un’apertura eccezionale. Magari sono un terrorista. Un custode mi sta guardando da un po’.

Penso a quegli artisti nati e morti senza mai divenire Michelangelo. E sono la maggior parte. Penso a come ognuno avrà ritenuto di essere diverso dagli altri, di fare gli angeli in un modo tradizionale, sì, ma diverso da tutti gli altri. Ognuno di loro si sarà impegnato, sette giorni su sette, per essere il migliore. Ognuno di loro avrà pensato che, come faceva gli angeli lui, non li faceva nessuno.

Io guardo quel cammino lungo due secoli, dalle figure quasi bizantine, da tutto quell’oro, da quei volti statici, fino a quelle figure luminose, con paesaggi leonardeschi dietro, quella bellezza così leggera del primo Cinquecento.

C’è un quadro stranissimo, degli inizi del Trecento. Un Cristo crocefisso a una croce di legno, che diventa un albero, ai cui rami sono appesi dei tondi: dentro questi tondi dorati ci sono le storie della vita di Cristo. Chi lo ha dipinto si chiamava Pacino di Bonaguida.

Poi ci sono i seguaci, gli amici di Giotto: e ci sono Bernardo Daddi e Taddeo Gaddi, e non riesco a distinguere neanche i loro nomi. E in un angolo, c’è un pezzo di affresco con la mano di Giotto a dipingere due volti. Niente di più, niente di meno. Ma quei volti, c’è poco da fare, hanno una verità che non trovavi in nessuno dei suoi contemporanei.

Il Ghirlandaio, maestro di Michelangelo. Un Santo Stefano tra i santi Jacopo e Pietro, volti di una nitidezza fotografica. Vestiti di ricchezza incredibile. Tre figure in piedi, e vorresti vederli muoversi, da tanta è la perfezione.

E finisco in un’altra grande sala, la gipsoteca. I gessi. Gessi preparatori per sculture quasi tutte di monumenti funebri. Una stanza tutta bianca, una stanza di bambini, di figurine neoclassiche, di angeli. E penso: quanta gente, oltre Michelangelo, era brava, bravissima. Magari è un caso che tutti siamo d’accordo che il David è la più bella scultura della storia. Magari uno diceva che era questa donna qui, con i seni nudi, che è adesso davanti a me. Ed è bellissima, anche lei. E leggera, come il David. E sensuale, come lui. Ma nessuno ne parlerà mai.

Mi rendo conto solo adesso che queste figure di gesso hanno come tanti piccoli nei neri. Sono le estremità delle stecche di metallo che li sostengono. Le statue più solide è come se avessero la scarlattina. Tutte picchiettate di puntini neri. Ci sono statue di ragazzini, c’è una donna chiamata L’Inconsolabile, mi pare. Ricchi che hanno commissionato monumenti funebri per le loro mogli, per i loro figli. La voglia di fermare le loro forme, per sempre. Di sottrarre la loro morte al lavorio di gomma da cancellare che fa il tempo.

E un po’ è vero. Di questi qui, abbiamo la faccia. Di tutti gli altri che sono vissuti accanto a loro, non abbiamo più niente. Però è anche vero che loro sono morti, esattamente come quegli altri. E che se non c’è un Dio, se non c’è un aldilà, anche tutte queste statue bellissime non servono a niente.

Suona una campana che sembra un allarme di ascensore, o un allarme antincendio di albergo. Un’Apocalisse. E io, i brasiliani e i bambini ce ne andiamo via, ognuno per la sua strada, ognuno per la sua Firenze, un po’ diversa da quella dell’altro. Io a camminare nel centro, come un uomo tranquillo, cavaliere dell’Apocalisse di me stesso,, a guardare la gente che mangia il gelato o si fa i selfie, e a sentire i musicisti di strada, con le americane che fanno semicerchio intorno. Arrivare al fiume, alla sua misura perfetta, né troppo stretto né troppo immenso. Respirare quest’ultimo scampolo di estate, vedere la mia città che sembra, qui, un pezzo dell’Europa, un luogo dove si parlano tante lingue, come a Parigi, ad Amsterdam, a Colonia, ad Amburgo, a Oslo. Mi piace pensare che Firenze sia così, e non la gretta cittadina ricca ed egoista che mi pare essere diventata.

Sono venuto con lo scooter, non con la tramvia illuminata, moderna. Sono venuto con lo scooter, con il mio centimetro di libertà individuale. Con lo scooter ritorno, ritorno nella mia periferia, alle mie strade vuote, e questo David a un euro mi sembrerà proprio di averlo sognato.