COME FIDARSI DI UNO STATO CHE BASTONA I DEBOLI E PREMIA I FURBI ?

DI DANIELE GARBO

L’Italia non è un paese per giovani. E neppure per gente onesta. L’Italia è il paese dei furbi, di quelli che sperano sempre di farla franca, di fregare il prossimo. Sentite cosa è accaduto a un mio amico, uno che ha sempre pagato le tasse fino all’ultimo centesimo. O almeno così credeva. Finché due giorni fa gli è arrivata una cartella esattoriale dell’Agenzia delle Entrate che gli imponeva di pagare 64,86 euro. E fin qui niente di strano. Salvo poi verificare cosa sono questi 64,86 euro.
Semplice: il mio amico, che chiameremo Tommaso, aveva presentato la dichiarazione dei Redditi nel 2014 versando l’importo di Irpef indicato dal suo commercialista. Ma c’era stato un errore materiale di un migliaio di euro di cui il commercialista si era fatto carico. A quel punto Tommaso aveva deciso di rateizzare l’importo, come consentito dalla legge, ma ha sbagliato la suddivisione delle rate versando 1,04 euro in meno.
Naturalmente all’occhio attento dell’Agenzia delle Entrate non sfugge niente ed ecco l’emissione di una cartella esattoriale che impone a Tommaso di saldare il conto con la giustizia fiscale. Gli 1,04 euro diventano magicamente 64,86 perché al mancato versamento di una cifra così esorbitante vanno aggiunti 52,40 euro di sanzione per ritardato/omesso versamento Irpef, più 5,54 euro di interessi e balzelli vari, più 5,88 euro di spese notifica. Totale: 64,86 euro, per l’appunto.
Come 1 euro e 4 centesimi possano diventare 64,86 è così spiegato in forza di una legge di questo fantastico Stato che è inflessibile con i cittadini onesti, ma diventa evasivo (mai termine fu più azzeccato) con gli evasori totali, naturalmente inafferrabili come Arsenio Lupin.
Per gli evasori parziali c’è invece una certezza immutabile: ogni tanto arriva un condono che rimette le cose a posto, così i furbi possono continuare a rubare ringraziando i vari governi. L’ultimo in ordine di tempo è l’esecutivo Di Maio-Salvini in cui il presidente del Consiglio fa da spettatore non pagante. Però si diverte un sacco.
Come si fa a non voler bene a uno Stato come questo ? E’ la domanda che ho fatto a Tommaso, il quale mi ha risposto che qualche anno fa è stato costretto a svendere la sua azienda perché il suo socio principale, lo Stato appunto, lo aveva costretto al limite del fallimento. Come mai, se l’azienda funzionava benissimo, produceva utili e dava da lavorare a un po’ di persone ? Semplice: lo Stato, quello che pretendeva il 68% degli utili, risultava debitore verso Tommaso di un milione e mezzo di euro per lavori effettuati mesi addietro. Nel frattempo Tommaso aveva continuato a pagare i dipendenti, l’IVA, i fornitori. Finché la situazione non è diventata insostenibile e Tommaso si è arreso: “Avete vinto voi”, ha detto al suo socio di maggioranza, quello che pretendeva il 68% dei suoi guadagni senza avere nessuno rischio d’impresa.
E’ un fatto con cui si sono trovati a fare i conti molti imprenditori di questo bellissimo paese: c’è chi è fallito, chi ha chiuso l’azienda, chi ha scelto una via più drammatica e si è suicidato.
E’ lo stesso Stato che, grazie a una legge emanata nel 2014 dal governo Renzi, paga la liquidazione dei dipendenti statali dopo 27 mesi dall’uscita dal mondo del lavoro per dimissioni o pensionamento. Strano che la Corte Costituzionale permetta un obbrobrio giuridico come questo, visto che l’articolo 3 della Costituzione recita che “tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge”.
Ecco, questo è lo Stato che ci amministra: da una parte ti taglieggia con multe salate se sbagli i versamenti Irpef di 1,04 euro, dall’altra non ti paga quanto dovrebbe per lavori che tu hai realizzato e finanziato a tue spese. Naturalmente se tu devi allo Stato una cosetta tipo 49 milioni di euro, puoi pagarli in comode rate novantennali. Una bella lezione di civiltà, non c’è che dire.
E poi c’è ancora chi si meraviglia se molti italiani se ne vanno in paesi più civili, dove il cittadino non si sente perseguitato a ogni piè sospinto, ma è parte di una comunità che rispetta i suoi diritti. Esattamente quello che non avviene più in Italia.