CON LA CULTURA SI MANGIA

DI GIOVANNI BOGANI

Allora. Riassunto puntate precedenti: alla Coop di piazza Leopoldo, a Firenze, avevano un bel mercatino di libri usati. Sempre ricco di potenziali scoperte; e povero di richieste, perché ogni libro “costava” 50 centesimi.

Causa mail di una consumatrice, o per motivi che non so – a me hanno addotto questo – hanno cancellato l’iniziativa. Qui sotto, come chiarisce anche Francesca De Carolis nella sua bacheca, spiego che cosa abbia rappresentato per me e per tanti abitanti del quartiere la presenza di quei volumi.

Io ho inviato una mail alla Coop, chiedendo di rimettere quei libri. E di valutare meglio la questione: perché, a mio modo di vedere, quel mercatino è un fiore all’occhiello, di cui un mercato che pensa alla gente, ai consumatori, alla cultura dovrebbe farsi vanto. E non cancellarlo.

Mi avevano detto che era tutto risolto, mi aveva chiamato giorni fa uno dei responsabili della comunicazione della Coop. “Se i libri ci sono, il mercatino può riprendere anche subito”. Dubito, ho pensato dentro di me. E infatti, pare che non sia così.

Allora, se qualcun altro la pensa come me, e gli fa piacere l’idea che insieme ai surgelati, alle capesante e ai panettoni possa esserci anche un libro di cui nutrirsi, può mandare una mail alla Coop. Perché è bello, quel murale di Mandela, appena inaugurato, proprio lì. Parla di rispetto dell’altro, del lungo cammino dell’uomo per diventare migliore, parla di cultura. Ma allora non ha senso cancellare uno spazio, una finestra, un giardinetto, un angolo, una nicchia per i libri, e per il racconto che essi fanno della vita, della nostra vita, di noi tutti.

La mail dell’ “Informatore”, la rivista che raccoglie pareri, proposte, segnalazioni dei consumatori è informa@coopfirenze.it.

“Faccio la spesa, come quasi tutti i giorni, a quella Coop che è vicino a casa mia. Quella dove, da poche settimane, c’è quel grande murale di Nelson Mandela. Il progresso, la giustizia, un mondo diverso, più umano, migliore. Quel murale dice tutte queste cose. E anche quella Coop, per me, dice quelle cose.

Faccio la spesa, come tutti i giorni, e lì vicino alle casse, dove c’è quel ripiano che i vecchi usano per appoggiarsi, dopo aver fatto la spesa, e rimettere in ordine gli occhiali, il borsellino, il sacchetto con le cose che hanno comprato – lì ci sono dei libri.

Dei libri messi in fila. Che cosa strana. Cosa sono? Mi avvicino. Un po’ esitante. Sono libri usati. C’è un cartello, non tanto grande, lì sopra. Dice che ogni libro costa 0,50 euro. Che i soldi serviranno per attività sociali, per due associazioni di volontariato. E i soldi li possiamo mettere in un tubo di plastica, che sta a qualche metro di distanza, vicino al banco informazioni.

Ma nessuno ti controlla. Quindi, volendo, puoi anche metterci di meno, o di più, o non metterci niente.

Da quel giorno, ci ho sempre messo il mio soldino. Il mio mezzo euro, o un euro, o due euro. Perché ogni giorno c’era qualche libro che mi piaceva. E ho sempre cercato, anche se nessuno mi guardava, di metterci proprio quello che dovevo. Cioè pochissimo, in effetti. Perché cinquanta centesimi per un libro… Beh, non riesco nemmeno a dirlo, quanto è poco.

Perché i libri per me sono stati, e sono, il mondo.

Sono quello che non mi potevo molto permettere quando ero ragazzo.

Quando avevo sei o sette anni, in casa di mia nonna c’era un libro di Pinocchio, pieno di illustrazioni. Era “il” libro. E mia nonna era un’artista, dipingeva, amava la bellezza, amava la gioia che dà l’arte. In casa mia c’era una Garzantina blu, un’enciclopedia. E poi le enciclopedie che mio padre comprò a fascicoli, ogni settimana in edicola, negli anni ’70.

Quando feci la Prima comunione mi regalarono cinque libri di Jules Verne e tre di Emilio Salgari. Ce li ho ancora. Quello è stato il momento in cui ho capito che i libri aprono mondi interi. Perché con Jules Verne andavo sulla Luna e al centro della Terra, e facevo il giro del mondo in ottanta giorni. E con Salgari andavo nei mari della Malesia, e incontravo Sandokan e Tremal Naik, i dayaki e la Perla di Labuan, e salivo sui prahos, mi salvavo, combattevo, scomparivo nella foresta ed ero un po’ indiano, un po’ una tigre anch’io.

Da allora ci sono sempre stati i libri nella mia vita.

Ma non sempre me li sono potuti comprare. Per esempio al liceo. Ho fatto tutto il liceo senza il dizionario di latino. Volevo vedere se ci arrivavo anche dal contesto, a che cosa significavano le parole. E ce l’ho fatta. Senza mai comprarlo. Infatti, in casa non ce l’ho. E nemmeno i libri dell’ultimo anno.

Poi mi ricordo quel negozietto in via Ventisette Aprile, quel buco pieno di carta e di polvere. C’erano i libri usati che andavo a comprare, quelli della Bur Rizzoli, tutti grigi e basta, che costavano poco ma mettevano la tristezza nel cuore peggio di un’immagine della Terra prima che ci fosse l’amore, come dice Lucio Dalla.

E frugavo, fra quei libri Bur che anche al tatto erano orrendi, copertine di cartoncino crudo che al tatto non era mai piacevole. Ma fra quei libri c’erano Shakespeare, i classici, Ariosto, Tasso… mangiai anche quei librini, che costavano poco.

Poi a vent’anni sono stato libraio. Sono entrato in una libreria per venderli, i libri, e non per comprarli. Quella non era una libreria, era un mondo. Era una città. Eravamo così in tanti. E tanti di noi avevano vent’anni. Iniziavamo tutti a vivere. E il responsabile del reparto tascabili aveva un’immensa saggezza, e sapeva di cinema, di letteratura, conosceva Truffaut e Antonioni, aveva letto Proust, e sembrava fosse lì per regalarmi la conoscenza e la vita.

E fra i libri da vendere, quell’anno, quel Natale, c’era “Il nome della rosa” di Umberto Eco, l’edizione tascabile. Ne arrivavano centinaia, centinaia di copie e copie e copie e copie, non finivano mai, pesavano tanto da sistemare, trasportare, e poi sistemare migliaia di libri in ordine alfabetico… Beh, è lì, è anche lì che ho imparato l’ordine, e la vita, e la bellezza delle persone che esistono e che vivono intorno a me.

E tante altre cose. Per esempio, quanto era incazzoso e meraviglioso Bruno, con i suoi baffi e la sua faccia da Renzo Montagnani, il suo comunismo antico e semplice, che tutti siamo uguali, non importa quanti soldi abbiamo e che vestiti abbiamo addosso, perché quello che conta è come ci comportiamo, se siamo giusti o ingiusti, se siamo onesti o disonesti, generosi o stronzi. Ed è così semplice, non c’è altro da sapere, ma passiamo la vita a complicare le cose, a inventare altre regole, a fingere che le verità siano altre, a trovare giustificazioni, a dire supercazzole a tutti.

Umberto Eco lo scoprii lavorando a quella libreria. Non mi misi a leggere “Il nome della rosa”, ma un altro suo libro: “Diario minimo”. Iniziai a ridere e non smisi più. E poi li lessi tutti. Tutti gli altri suoi libri. Divenne un’ossessione. Ma soprattutto, mi nutriva. Mi dava conoscenze, e il modo di affrontare i problemi, di risolverli. Di ragionare sulla vita, sulla conoscenza, sulle cose che stanno in terra e su quelle che forse stanno in cielo.

Mi appassionai al cinema. E cercai i libri sui registi, dovunque. Nella biblioteca degli angeli a Berlino, la Staatsbibliotek, dove nel film di Wenders gli angeli passeggiano invisibili, sorvegliando gli uomini che studiano, che cercano di comprendere il mondo, che è un modo di amarlo. E nelle librerie di Berlino, dove ci sono centinaia e migliaia di libri di cinema, in inglese, in francese, in tedesco. E il mio sogno era riuscire a leggerli in tutte queste lingue. Libri sulla Nouvelle vague in francese, su Wenders e Fassbinder in tedesco, su Chaplin in inglese, su Bergman in spagnolo. Alla fine, ce l’ho quasi fatta. Mi sembrava che mi si aprissero le porte del mondo.

Adesso non vado più tanto all’estero, il mio mondo si è chiuso, o forse è sempre rimasto qui, in questo quartiere che amo e dove tuttavia non conosco nessuno, e nessuno mi conosce. Ma sono nato qui, sono stato bambino qui, conosco queste strade e queste piazze, so come erano, prima della tramvia, prima della Coop, prima che nascesse tanta di questa gente che cammina, adesso, qui.

E le mille bancarelle che ho amato, che ho esplorato, in tutti i posti dove sono stato. I banchi fra la Stazione Termini e piazza Esedra, dove i libri sono chiusi nel cellophane e sigillati, dove ho comprato il mio primo Maigret, in francese, “Maigret et le marchand de vins”, credo fosse, e a quello ne sono seguiti altri trecento, tutti comprati per un euro, o due euro, o quattro euro.

E ci sono stati anni che Maigret viveva a casa mia, ero io sua moglie, ogni notte dormivamo insieme, lui a fare le sue inchieste con la sua pipa, io a seguirlo per le strade di Parigi. Cercando di imparare, da lui, l’arte del silenzio, dell’impassibilità, della flemma imperturbabile, l’arte di camminare con la testa incassata nel collo del cappotto, e di non curarmi di che cosa dicono gli altri. Ma io sono più fragile, più svelto a infiammarmi, più svelto a farmi male, a tagliarmi con le occhiate, la voce, l’indelicatezza della gente.

E a New York, nella libreria Strand, che è una città immensa, ci si può camminare dentro per ore e ore, con gli scaffali infiniti dove ho trovato tutti i libri di Oliver Sacks, un medico che amava la musica e la letteratura, e soprattutto amava gli uomini, i suoi pazienti che trattava con gentilezza e comprensione infinita, ed era riuscito a raccontare la malattia come nessun altro, riusciva a capire ciò che c’è di sconcertante in ogni malattia, per come trasforma gli uomini, per come ci dice che potrebbe essere tutto diverso, invece di come è. Raccontava le malattie come un pittore sotto acido, come un avanguardista, un surrealista. Ha conosciuto, ed è quasi arrivato a comprenderle, tutte le bizzarrie del mondo, tutte le anomalie della nostra percezione.

E a Nuova Delhi, quando trovai in inglese quel libro, “La strana storia del cane ucciso a mezzanotte”, in una libreria dell’usato vicino ai giardini di Lodhi Garden, che ci ero andato solo perché mi ricordavano Lodi, la città di Lucio, il mio amico. E in quel giardino c’erano le scimmie sugli alberi, e in quella libreria quel libretto dalla copertina rossa, in inglese. La vita vista dagli occhi e dalla mente di un bambino autistico.

E a Edimburgo, in un charity shop, comprai il primo libro di Stieg Larsson, in inglese. La trilogia Millennium. E anche lì entrai in un mondo, un mondo di rispetto per le donne, per il lavoro, per i patti onesti fra gli esseri umani. Un romanzo che ti diceva che con un computer e un cervello puoi sollevare il mondo. Che è quello che sognavo io, verso i trent’anni. Un euro, per quelle cinquecento pagine in inglese. E poi ho letto anche gli altri, e li ho riletti, perché anche quei libri mi hanno salvato la vita.

Un libro salva la vita. Un libro ti capisce. Non sempre, certo. Ma qualche volta sì. Qualche volta ti carezza, mentre sei lì sotto le coperte e non c’è nessuno dall’altra parte del letto, o dall’altra parte del telefono, o dall’altra parte di Facebook, o dall’altra parte di niente. Un libro ti può capire, può sapere che cosa senti, può dirti che non sei solo ad avere certi pensieri

E ora, che ho ristretto il raggio d’azione della mia vita a questi quattro isolati, scopro questo scaffale.

Lo guardo senza tanto entusiasmo, la prima volta. Ma poi ho cominciato a scoprirci dei tesori. Ci ho trovato un libro di Indro Montanelli, il suo diario, quello in cui scrive anche il giorno in cui gli sparano alle gambe, e la lingua italiana impara una nuova parola: “gambizzato”.

Ci trovo un libro di Tiziano Terzani, “La fine è il mio inizio”, in cui scopro come è stata la sua vita, da quando è nato nel quartiere di Monticelli, lo stesso dove è nata Caterina, la ragazza che ha cantato con me quattro anni, ma allora Monticelli era quasi campagna, e nel 1938 i genitori di Terzani erano andati in viaggio di nozze a Prato, e i soldi non c’erano nemmeno per comprare le lenzuola. E quel ragazzo alto poi finisce in Inghilterra a mangiare scatolette di tonno in scatola, sempre senza una lira ma con un lavoro all’università e una fidanzata, e poi finisce in Asia, a conoscere storie che io sentivo solo al telegiornale, a vivere in case in mezzo alle foreste, a fare come Sandokan, ma senza fare la guerra.

E poi ha finito l’aria dentro il serbatoio, poi ha capito che dopo la vita c’è sempre la morte, quello che io non ho capito ancora, e che non ha capito la marea di haters su Facebook, che cerca di dare di stronzo all’altro prima di tutto, di dirgli che è un coglione, anche se è Bertolucci, o Ron Howard, o Gesù Cristo, o te. L’importante è screditare, sminuire, degradare, smerdare. Dovremmo pensare di più che siamo tutti quanti a soffrire, desiderare e morire. Terzani l’aveva capito, viveva quegli ultimi doni del tramonto della vita come grandi regali, un tramonto, un gatto che veniva a strusciarsi fra le sue gambe, il cielo guardato da lassù, dall’Orsigna. Con l’ultima curiosità: vedere che cosa c’è, se c’è qualcosa, di là.

E insomma, di libri in quello scaffale ne ho trovati quanti non ne potete immaginare. Libri sul giornalismo, che è la mia passione: la passionaccia di Enrico Mentana, che in un libro racconta la sua vita, il suo lavoro. E Oriana Fallaci, il suo reportage sul Vietnam, la sua cocciutaggine di andare a vedere fino in fondo, e raccontare l’orrore col linguaggio di una ragazzina di Firenze che ha visto donne bruciarsi vive per protesta contro gli americani, donnina che si fa raccontare da vietcong che verranno fucilati fra pochi giorni quanto forte amassero una donna che non vedono da dieci anni, e da un soldato americano quanto è semplice andare giù in picchiata con un caccia e sparare su una postazione vietcong abbattendo quelle formichine che corrono che sono esseri umani.

Ho trovato persino un libro sul Leicester di Claudio Ranieri, la squadra che ha fatto vivere a chi ama il calcio il sogno più pazzo degli ultimi vent’anni, che una squadra minuscola potesse vincere la Premier League contro l’Arsenal, il Tottenham, il Chelsea, il Manchester United e il Manchester City, a dispetto di tutti e di tutto.

Ho trovato persino un libro su Cary Grant in inglese. Per sentirmi ancora quel ragazzo che frugava nelle librerie di Berlino, cercando libri in tutte le lingue del mondo. E ho trovato Il giro del mondo in 80 giorni, per sentirmi ancora il giorno della prima comunione, quando mi hanno regalato i libri di Jules Verne. E l’ho riletto, scoprendo che era un po’ meno geniale di come credevo, ma non importa.

Ho trovato i libri di Enzo Biagi, altro giornalista nato in un posto impensabile, fra le montagne dell’Appennino, figlio di un operaio, arrivato a intervistare tutti i grandi della Terra, a dirigere giornali e telegiornali, a scrivere libri, capace di porre domande a chiunque con l’aria di un bambino educato e curioso, senza arroganza ma anche senza paura.

Ho trovato “La commedia umana” di William Saroyan, scrittore armeno d’America, racconti semplici che mi facevano affacciare su un’America di gente povera, semplice, che somigliava a me, a noi. E Saroyan è stato il primo armeno che ho apprezzato, cominciando a intuire che c’era qualcosa di speciale in quella gente: da Mondrian a von Karayan, da Giorgio Armani a Charles Aznavour, da Sylvie Vartan ad Atom Egoyan, uno dei registi che ho amato di più, e gli scacchisti Petrosyan e Kasparov…. E vabbè, e chi se ne frega.

E ho comprato le enciclopedie, quelle che non potevo avere da ragazzo: “Conoscere”, quella meravigliosa enciclopedia dei ragazzi fortunati, che potevano guardare tutte quelle illustrazioni e imparare tutto il mondo, gli Antichi Romani e gli animali estinti e le Autostrade e l’Albania, ogni pagina una scoperta e immagini meravigliose, i viaggi spaziali, i dinosauri, tutto il mondo in una serie di libri.

E il libro delle poesie di Pessoa, quelle tradotte da Tabucchi, Pessoa che si nascondeva dietro trentotto pseudonimi, per vincere il terrore di essere solo, o per esserlo ancora di più, quelle poesie scabre, precise, implacabili. E persino un dizionario di inglese, e un libro di Braudel, lo storico del Medioevo, che non mi ero mai potuto permettere di comprare quando facevo l’università.

Chissà quanti altri ne ho comprati. Con la speranza di leggerli tutti, prima di morire. Di sentirmi abbracciato dalle persone che stanno dentro quei libri. O anche di darli a un figlio che non avrò. E di darne il contenuto ai miei allievi, parlar loro di Terzani, della Fallaci, di Montanelli, di Mentana.

E ogni volta ho messo il soldino in quel tubo, contento di fare una cosa buona, una cosa che serviva a qualcuno, oltre che a me. Quando non avevo spiccioli, andavo alle casse a farmi cambiare una banconota, pur di mettere il soldino in quel tubo.

Ho conosciuto, non ricordo più come, la persona che curava tutto questo. È un cassiere di quel supermercato. Ha le mani tutte ruvide, tagliate dal freddo e dall’allergia al nickel che ha scoperto di avere, facendo il cassiere. Arriva ogni mattina da Scandicci con lo scooter, e quindi c’è anche il freddo nelle sue mani. E spesso arriva prima, per sistemare quel mercatino.

Con gli spiccioli del tubo aiuta un servizio di trasporto per disabili, e un’altra associazione di solidarietà. E una volta all’anno organizza uno spettacolo in un teatro di Firenze. La domenica organizza un mercatino, sempre qui al supermercato. Per farlo, si alza alle cinque e allestisce tutto prima dell’apertura. Cioè, ci si ammazza di lavoro, oltre all’orario normale che non è uno scherzo neanche quello.

E lo fa per beneficenza. Per sentirsi a posto. Per fare qualcosa di buono. Fra mille difficoltà, con le banche che non gli vogliono più cambiare tutti quegli spicciolini, e che gli mettono una commissione anche sui soldi che porta.

Quando ci scambiamo i numeri di telefono, vedo che ha un telefonino che solo i puri di spirito hanno. Uno di quei telefoni che non scattano le foto, che non vanno online, che non hanno le notifiche di Whatsapp. Un Nokia, o un Samsung, di quelli grandi come un accendino, che costano diciannove o ventinove euro. Quelli che non muoiono mai. Vuol dire fregarsene di tutto quello che dice la pubblicità, e degli amici che ti dicono “ti mando un messaggio vocale su Whatsapp”.

È felice di quello che sta facendo; e in fondo, si chiama “Coop” anche perché dovremmo tutti cooperare, siamo tutti parte della stessa umanità, quella che cerca di aiutare i deboli, di accogliere, di non lasciare indietro. Il contrario di “io vado a 200 all’ora e di te me ne sbatto”, il contrario dell’ognun per sé e – ovviamente – contro tutti, che impera, il contrario del “prima gli italiani”, “prima la mia regione”, “prima la mia famiglia”, “prima io”: la pura e semplice darwiniana sopravvivenza. Quelle specie di quattro “o” della scritta Coop, quella gigantesca scritta rossa che macchia la notte in tante città di Toscana e di Emilia, per me vuole dire “noi” contro “io”. Credere in un noi, e non nel solo, brutale, rancoroso, sospettoso, sgomitante “io”.

Bene. Oggi passo, saluto il cassiere dalle mani ruvide. Vedo che i libri oggi non ci sono. Mi dice che è arrivata in direzione la mail di un cliente. Un cliente che protesta, perché “la Coop non deve chiedere i soldi dei consumatori”. Come se cinquanta centesimi non li buttassimo via in mille modi, pagando un euro e cinquanta un pacchettino di insalata, pagando tanti prodotti molto più di quello che valgono, comprando cose che non ci servono. Ma soprattutto, nessuno glielo impone: se quella moneta la vuoi lasciare in quel tubo, puoi farlo. E se non vuoi farlo, non lo fai. Ma la mail di un consumatore è bastata.

In direzione hanno deciso di cancellare il mercatino dei libri. Invece di difendere il cassiere dalle mani ruvide e dal telefono da 19 euro. Invece di sostenere le ragioni di un progetto che aiuta disabili che devono andare e tornare dall’ospedale, invece di rendere possibile a qualche studente, a qualche “consumatore” magari di settant’anni, di non consumare solo filetti, birre, bottiglie di vino, frollini o crocchette per i gatti, ma anche qualche libro. Magari, uno di quei libri che amava quando era ragazzo, regalandogli una gioia che nessun tortellino Sfogliavelo o nessun Philadelphia spalmato sul pane, in cucina, da solo, riuscirà a dargli.

Ho salutato il cassiere con le mani ruvide, e il sorriso mite. Con un groppo in gola che non andava né su né giù. Però, mentre tornavo a casa, ho pensato: “ma se basta una mail per cancellare una cosa simile, allora forse può bastare una mail anche a mettergli qualche dubbio, alla direzione: il dubbio che invece sia una cosa buona”. Sì, lo so, mi sento sempre un colibrì con una goccia d’acqua che cerca di spegnere un incendio. Ma almeno vorrei fare la mia parte.

La mail dell’ “Informatore”, la rivista che raccoglie pareri, proposte, segnalazioni dei consumatori è informa@coopfirenze.it”.

Risultati immagini per MERCATINO DEI LIBRI USATI A FIRENZE