COSA SIAMO DIVENTATI? INSULTATA SULLA METRO DI ROMA GIORGIA ROMBOLA’, GIORNALISTA DI RAI NEWS

DI LUCIO GIORDANO

C’è chi addirittura è convinto che Giorgia Rombolà si sia inventata l’intera vicenda. Che abbia cioè raccontato sulla propria bacheca facebook una storia politicamente corretta così, giusto per perdere tempo, come se la gente vivesse solo di manie di protagonismo. Dubbi, tanti dubbi nei commenti al post.  No, se questa è l’idea che in molti hanno, non ci siamo proprio. La  domanda più scontata allora è: di grazia, quale sarebbe secondo costoro  il motivo vero che ha indotto la giornalista a spogliarsi di ogni pudore per raccontarsi in prima persona  ? Ricerca di visibilità? Suvvia. Giorgia, che conosciamo bene, è una collega seria e stimata,  e di certo non ha  bisogno di farsi pubblicità. Cronista parlamentare di Rai news, il suo quarto d’ora di celebrità l’ottiene spesso, quasi tutti i giorni,  con le sue note politiche. Voglia allora  di creare scalpore usando l’io solo per portare alla ribalta un problema evidente, ormai enorme? Non scherziamo, che senso avrebbe. A quel punto bastava un post argomentato. E poi,  mettere in piazza quello che ti capita, non è  mai bello. Giorgia ha semplicemente fatto il proprio dovere di cittadina italiana. Senza incertezze. E’ andata dove l’ha portata il cuore .Fastidio per aver gridato al mondo che il re è nudo, che cioè gli italiani sono diventati in gran parte un popolo razzista, rabbioso e violento? Ecco, questo può probabilmente esser vero. Il post della Rombolà infatti in  poche ore è diventato virale, scatenando le fazioni. Buonisti da una parte, cattivisti dall’altra.
Italiani brava gente. Una volta, forse. Perchè la reazione dei passeggeri della metro, alla fermata San Giovanni,  raccontata dalla Rombolà, lascia  in effetti sgomenti. Perchè siamo diventati delle bestie, poche storie. Insufflati da un ministro che fa dell’odio verso il diverso la sua campagna elettorale permanente ,ormai detestiamo tutto quello che è politicamente corretto.  Intendiamoci, le responsabilità non sono tutte sue.  il ‘merito’ del ministro della paura è però  quello di aver sdoganato il cattivismo, il disprezzo per il diverso e per chi lo difende. Un disprezzo, un disagio che magari covavano da anni nelle menti e nei cuori di nostri connazionali fragili, disorientati, insicuri. Quel venticello con la ruspa sotto il braccio, ha fatto uscire  lentamente dalla fogna in cui molti sguazzano, quel gas mefitico che porta ad odiare la solidarietà, l’ amore verso il prossimo, di qualunque razza e religione sia. Gente che magari posta cagnolini pelosi, gattini amorevoli e poi , con la stessa leggerezza e senza pensarci troppo, manderebbe a morte rom, ebrei, extracomunitari, neri, comunisti, cattolici, poveri, barboni e tutto l’armamentario dei luioghi comuni e distanti dell’italiano fiero, cazzuto e un po’ fascista che cerca di riconoscersi in un’identità razziale e ideologica, pesantemente sconfitta dalla storia quasi un secolo fa. In fondo, lo capite bene da soli, niente di nuovo sotto il sole. Tutto già visto, noiosamente visto,  esattamente 80 anni fa con le leggi razziali . 
Qualcuno del resto, nei commenti di siti che hanno ripreso la notizia, lo ammette senza remore. Ma il problema è: se questo è l’andazzo, allora prepariamoci al peggio. Il clima è da guerra civile, inutile farci illusioni. Perchè i buonisti iniziano a stufarsi di assistere senza reagire a questo degrado della nostra società. Non ne possono più di violenza, odio, cattiveria gratuita, stupidità a buon mercato. E hanno deciso di dire basta. Come ha fatto Giorgia Rombolà ieri. Peccato che dentro i vagoni della metro nessuno l’abbia difesa. Speriamo solo  sia stato un caso,  che la gente con un cuore e con un cervello in quel momento abbia deciso di voltarsi dall’altra parte, per paura, per codardia, o più semplicemente  perchè, come scriveva qualcuno, ormai la gente è matta ed è meglio far finta di non vedere. Per non farsi ammazzare di botte. Botte che hanno sempre più  l’aspro sapore di olio di ricino e manganello. Così, una volta ancora ha preferito il silenzio. Ma fino a quando?

 

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ECCO IL RACCONTO CHE GIORGIA’ ROMBOLA’ CI HA AUTORIZZATI A PUBBLICARE

QUESTO È SUCCESSO A ME.

Questo è successo a me, e non a qualcun altro. È successo alle 14.30 su un treno della linea A della metro di Roma. Fermi a una fermata, trambusto, urla e il pianto disperato di una bimba. Una giovane, credo rom, tenta di rubare il portafoglio a qualcuno. La acciuffano e ne nasce un parapiglia, la strattonano, la bimba che tiene per mano (3/4 anni) cade sulla banchina, sbatte sul vagone. Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla. La picchia violentemente, anche in testa. Cerca di strapparla ai vigilantes tirandola per i capelli. Ha la meglio. La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte. La bimba piange, lui la scaraventa a terra. Io urlo dal vagone: “Non puoi picchiarla, non puoi picchiarla”. Ma non si ferma. Io urlo ancora più forte, sembro una pazza. Esco dal vagone, mi avvicino e cerco di fermarlo. Solo ora penso che con quella rabbia mi avrebbe potuto ammazzare, colpendomi con un pugno. “Basta, basta”, urlo. I vigilantes riescono a portare via la ragazza. Lui se ne va urlando, io risalgo sul treno. È lì vengo circondata. Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla. Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo. Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti. Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata. Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere. Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me.