CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA. REVOCATA LA SCORTA A TESTIMONE DI GIUSTIZIA

DI MARINA NERI

 

E la terra non e’ amara. Lo dimostro’ Antonino Cento, calabrese, che dal cuore del suo Aspromonte lancio’ una sfida imprenditoriale. A se stesso, alla sua gente, allo Stato, alla ‘ndrangheta. La cooperativa che lui guidava ” Resort di Zomaro”, zolla dopo zolla aveva instillato linfa nuova nel terreno della speranza e delle iniziative tese a non fare affievolire il desiderio di rinascita.

Aveva deciso di sfidare l’atavica rassegnazione del suo popolo e aveva chiesto in affitto un grande appezzamento di terreno nel comune di Cittanova( RC).

Voleva imprendere onestamente e sin dall’inizio la sua volonta’ ebbe a scontrarsi con pastoie burocratiche, lungaggini ed ostruzionismi. Uomo votato all’ azione, Cento, non si arrese. Decise di combattere l’immobilismo della pubblica anministrazione a modo suo.

Un giorno si incateno’ nella piazza del suo paese e al campanile di una delle tante chiese.

Capirono la caparbieta’ di chi voleva solo lavorare e farlo con onesta’ e passione. Ottenne, cosi’, le autorizzazioni necessarie.
Comincio’ a coltivare, coadiuvato da tanti lavoratori, more e lamponi, poi origano e patate. Poi la folgorazione di un’idea e la decisione di coltivare, in quei terreni posti a circa 900 mt sul livello del mare, mele.
E da quel momento per Cento inizio’ la sfida.

Contro una natura madre e spesso matrigna, contro un Aspromonte bellissimo e a volte asperrimo , avaro di gioie e soddisfazioni, contro la burocrazia e contro una realta’ subdola, parallela al mondo civile e legale che imbibisce il tessuto sociale, permeandone ogni aspetto e infangando ogni anelito di riscatto e rinnovamento: la ‘ndrangheta.

Giungeva, puntuale e preciso come una tassa, la richiesta del c.d. “pizzo”, cioe’ la richiesta di un pagamento alla ‘ndrina territorialmente competente alla ricezione, a fronte della protezione.

Cento aveva vinto la sua scommessa con l’Aspromonte, con la terra a tratti arida e ingenerosa. Le sue mele profumavano di fatica, di orgoglio, di speranza. Croccanti e succose, talmente buone da poter competere con le mele del Trentino.

Era orgoglioso Cento di potere lavorare e fare lavorare nella sua terra, di fare impresa senza scendere a patti con la sua coscienza, di esportare un nome, un marchio che non fosse made in ‘ndrangheta.

Fino a che la ‘ndrangheta, vestiti i panni delle cosche di  Cittanova, come risulto’ dalle inchieste clamorose che ne scaturirono, non busso’ alla sua porta.

Pizzo si chiamava quella prassi urticante che lui aveva aborrito da sempre, sia quando ne sentiva parlare, sia quando la impressero a caratteri cubitali sulla sua pelle. Rifiuto’ di inchinarsi al diktat muto ma eloquente.

Non attese che lo cercassero. Cerco’ lui lo Stato e li denunzio’. Non rimpianse mai il gesto di civilta’. Non lo fece quando dalle sue dichiarazioni parti’ una grande operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di RC denominata Alchimia che condusse in carcere parecchi affiliati alle cosche di Cittanova.

Non lo fece quando la Prefertura, ravvisando nei suoi confronti ipotesi molto attendibili di pericolo concreto, gli assegno’ la scorta.

Non lo fece quando testimonio’ nelle varie udienze scaturite da quella inchiesta e la tensione,la fatica erano davvero immani.

Lo fece ieri, 4 dicembre 2018, quando gli giunse comunicazione della ” revoca del provvedimento di assegnazione della scorta”.

Il suo animo e’ passato gradualmente, quasi a rallentatore, dalla incredulita’, alla rabbia, alla disperazione. Era stato lasciato solo da quello Stato nel quale aveva confidato e creduto.

Cento e’ consapevole che le vendette della ‘ndrangheta non sono a tempo, sa che la revoca della scorta lo ha esposto a un grave pericolo, che i rischi per la sua incolumità’ sono elevatissimi.

Con tutta la comprensibile amarezza per un provvedimento che allo stato appare illogico ed incomprensibile, egli ha preparato un video che in queste ore sta circolando su Facebook e sui media, con cui denunzia l’accaduto.

L’uomo che qualche anno fa parlava di riscatto dal ricatto di ogni mafia, attraverso il lavoro, il sogno,la passione che promanava direttamente dal cuore del suo Aspromonte, nel video parlava dello “scacco matto”che aveva subito.

E a muovere il pezzo non era stata la ‘ndrangheta che pur lui aveva avversato.

Era lo Stato che, ingrato, dimenticava i contributi in termini di impegno,coerenza,coraggio dei suoi figli. Era lo Stato che condannava Cento ad una pena di morte “incerta quando sed certa an” ( incerta nel tempo,ma certa nell’accadere). E lui ha reagito d’istinto. Ha dichiarato nel video che ha divulgato che non presenziera’ piu’ ai processi, non rendera’ piu’ alcuna testimonianza, non rendera’ piu’ servigi ad uno Stato patrigno che ha abbandonato un suo figlio ad un destino di morte.

Occorrera’ certamente appurare le ragioni sottese alla revoca della scorta. Ma ove non fossero tali da contrastare le affermazioni di Cento, la credibilita’ di uno Stato che combatte la mafia sarebbe gravemente menomata. Il cittadino deve sapere che se compie il suo dovere civile, viene garantito e tutelato senza se e senza ma. Altrimenti l’omerta’ tornera’ ad essere un costume generalizzato e lo Stato sara’ solo l’ennesimo nemico da combattere in una terra di frontiera.