ECOTASSA SULLE AUTO DEI POVERI

DI GIORGIO DELL’ARTI

Ecotassa anche di seimila euro sulle auto
Polemiche per l’ecotassa sulle auto, prevista dalla manovra che arriva oggi alla Camera e su cui il governo dovrebbe mettere la fiducia: si tratta di «incentivi da 1.500 a 6mila euro per l’acquisto di auto elettriche, ibride o piccole auto a metano o diesel e di una tassa da 150 a 3mila euro (proporzionale al livello di emissioni) per chi compra modelli inquinanti. Il meccanismo “bonus malus” per tassare l’acquisto di auto inquinanti e incentivare quelle “green” sarà in vigore dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2021; interesserà anche gli acquisti in locazione finanziaria» [Mobili-Rogari, Sole]. «Se venisse approvato l’emendamento, sostengono i rappresentanti dei venditori di automobili, il mercato dell’auto rischierebbe una nuova frenata. Il prezzo medio delle vetture salirebbe di oltre 300 euro con picchi di mille euro e oltre. Perché si lamentano costruttori e rivenditori? Gli incentivi riguardano un potenziale di vendite complessive intorno alle 150 mila macchine, pari all’8,5 per cento del mercato. Le imposte invece colpirebbero circa un milione e 350 mila acquirenti» [Donelli, CdS]. Fra le altre novità della manovra, le modifiche ai congedi di maternità e paternità: la mamma potrà lavorare fino al nono mese e prendere tutti e cinque i mesi di astensione dopo il parto, mentre il papà avrà cinque giorni (uno in più) dopo la nascita. Inoltre il bonus nido aumenta a 1.500 euro l’anno. La Lega ha imposto un suo emendamento che esclude dalla carta-sconti le famiglie di immigrati.
«L’effetto è quello delle più famigerate imposte dell’800, come la tassa sul sale o sul macinato: colpire gli acquisti dei più poveri per favorire i consumi dei più ricchi. Se davvero la tassa sull’anidride carbonica emessa dalle auto nuove, inserita all’improvviso ieri nella Finanziaria, dovesse diventare legge si otterrebbe questo paradossale risultato: chi da gennaio dovesse acquistare una Fiat Panda da 8/9.000 euro andrà a pagare 150 euro in più mentre chi dovesse comprare una lussuosa Tesla elettrica da 120.000 euro di listino otterrà uno sconto di 6.000 euro. Se si considera che da gennaio a novembre di quest’anno sono state vendute in Italia 113.724 Fiat Panda – di gran lunga il modello preferito dagli italiani – e solo 47 Tesla si comprende il gigantesco effetto Robin Hood al contrario di questa norma che ieri ha lasciato di stucco l’intero mondo dell’automotive italiano, dalla Fiat all’ultimo concessionario passando per i sindacati metalmeccanici dei circa 300.000 addetti alla filiera. La tassa è fatta in modo tale da colpire in modo progressivo, da un minimo di 150 ad un massimo di 3.000 euro, le auto nuove – anche quelle euro6 – sulla base della quantità di anidride carbonica che producono» [Pirone, Mess].

Incidenti
«Fara in sabina. Sembra di essere in guerra. L’asfalto zeppo di detriti, l’odore acre di qualcosa di indefinibile. Ecco a sinistra il distributore devastato, a destra il rottame sventrato di un mezzo dei vigili del fuoco. Lì accanto, nel campo abbruciacchiato e annerito, c’è quel poco che resta della motrice dell’autocisterna. Più su, verso la palazzina bianca che svetta sulla Salaria vecchia — che corre parallela e rialzata — ecco la maledetta cisterna. Lo chiamano flash fire, il mostro che ha ucciso. Alle 14,20 di ieri il distributore Ip al 39esimo chilometro della via Salaria si è trasformato nella rampa di lancio di un missile. Un’autocisterna impazzita, ancora piena del gas liquido che aveva iniziato a travasare sottoterra, è decollata in un inferno di fuoco volando in un campo a una settantina di metri da dove si trovava. Ha oltrepassato la Salaria nuova, rubato la vita di un passante e quella di un vigile del fuoco, ustionato e ferito diciotto persone tra cui sei vigili del fuoco. Tutto era iniziato mez’ora prima da un principio di incendio. Poco prima delle 14, durante le operazioni di travaso del Gpl per rifornire il distributore, sulla parte posteriore dell’autocisterna si sprigionano le prime fiamme. Da Poggio Mirteto e Montelibretti partono due mezzi dei vigili del fuoco. Un terzo mezzo, con a bordo Stefano Colasanti, sta transitando per caso e si ferma ad aiutare. È allora, quando già intorno al distributore si sono fermati passanti e curiosi, mentre i vigili del fuoco spengono le fiamme che escono dalla parte posteriore del camion, che un intervento ormai quasi risolto diventa una tragedia. «Non è stata un’esplosione — spiega il comandante generale dei vigili del fuoco, Fabio Dattilo — ma il flash fire» , la lama di fuoco che sorge improvvisa e violenta quando il gas si mischia con l’aria e prende fuoco. L’onda di fuoco si leva altissima. La cisterna vola via, disarticolandosi in aria dalla sua motrice che forse travolge il camion dei pompieri. Una delle due vittime, ieri sera non era ancora stata identificata: il corpo carbonizzato era volato a cento metri di distanza». Claudio Colasanti, poliziotto, ha accompagnato sul posto il questore di Rieti, Antonio Mannoni, e così ha scoperto che tra le vittime c’era suo fratello Stefano [Brera, Rep].

«Era un uomo mite e un gran lavoratore, Alfonso Campochiaro. A 62 anni, alle prese con il diabete, usciva di casa nella notte dai vicoli dei Quartieri Spagnoli e inforcava il motorino per arrivare a Pozzuoli, dove si prende il traghetto per Procida. E lì sull’isola, puntuale, all’alba, entrava in servizio come netturbino. Una vita umile. Venerdì notte, alle 3.30, il signor Alfonso è stato ucciso per uno stupido gioco tra due ventunenni che s’inseguivano in auto. Erano appena usciti da un pub, dove si erano incrociati per caso, ciascuno con i propri amici. Non avevano nemmeno bevuto più del dovuto. La gara è iniziata quasi per caso. Come sfoggio di potenza. E siccome uno aveva la fidanzata accanto, non ha accettato che l’altro lo superasse. Si sono inseguiti per qualche chilometro, correndo sempre più veloci, per un lungomare stretto e dalla minima visibilità. Finché a una curva si sono trovati di fronte il povero netturbino che andava al lavoro. Uno l’ha evitato in extremis, l’altro no. L’impatto è stato terribile. E ora sono accusati entrambi di omicidio stradale» [Grignetti, Sta].

Renzi scarica Minniti, Minniti si ritira
Interrogato dai cronisti sull’irritazione di Marco Minniti, candidato alla segreteria dem che doveva essere appoggiato dai renziani, ieri mattina Matteo Renzi ha risposto così: «Come sapete non mi occupo del congresso Pd». Minniti ha quindi annullato tutte le partecipazioni a radio e tv, ufficialmente «per un fortissimo mal di schiena», e ieri sera, nonostante il sostegno assicuratogli da Luca Lotti e Lorenzo Guerini, ha fatto sapere che non parteciperà alla corsa per la segreteria. A Claudio Tito, di Repubblica, ha detto: «Quando ho dato la mia disponibilità alla candidatura sulla base dell’appello di tanti sindaci e di molti militanti che mi hanno incoraggiato e che io ringrazio moltissimo, quella scelta poggiava su due obiettivi: unire il più possibile il nostro partito e rafforzarlo per costruire un’alternativa al governo nazionalpopulista. Resto convinto in modo irrinunciabile che il congresso ci debba consegnare una leadership forte e legittimata dalle primarie. Ho però constatato che tutto questo con così tanti candidati potrebbe non accadere. Si è semplicemente appalesato il rischio che nessuno dei candidati raggiunga il 51 per cento. E allora arrivare così al congresso dopo uno anno dalla sconfitta del 4 marzo, dopo alcune probabili elezioni regionali e poco prima delle europee, sarebbe un disastro. Se noi accettassimo l’idea di eleggere un segretario non “eletto” dalle primarie allora accetteremmo anche l’idea di un partito che sia solo una confederazione di correnti. Il mio è un gesto d’amore verso il Pd». Tito gli ha chiesto se ne avesse parlato con Renzi. Minniti ha risposto: «Non ci siamo sentiti». A Monica Guerzoni del Corriere Minniti ha poi fatto sapere che non seguirà Renzi nel suo nuovo partito.
«L’accelerazione di Matteo Renzi verso la creazione di un nuovo soggetto politico comincerà a prendere forma con una sua lista per le Europee che verrà annunciata a gennaio: così raccontano i suoi deputati visibilmente irritati, che temono di restare al palo se il loro leader dovesse davvero rompere gli ormeggi per una navigazione verso nuovi lidi. Un’accelerazione che ormai viene data per scontata al Nazareno e che alcuni attribuiscono a una sorta di scelta obbligata, perché “Matteo deve sbrigarsi se non vuole che Calenda parta prima di lui occupando lo stesso spazio politico”» [Bertini, Sta].