GIUSEPPE

DI MAURIZIO PATRICIELLO

Da lontano sembriamo tutti uguali. Uomini senza volto, senza nome, chiusi nei propri pensieri, che corrono inseguendo una meta agli altri sconosciuta. Quando alla stazione, in aeroporto, in metropolitana ci affolliamo, ci accalchiamo, ci spingiamo accade di rado che riusciamo a guardarci in viso. Eppure ognuno di noi è atteso, amato da qualcuno; per ognuno di noi c’è chi sarebbe disposto a dare la vita; per ognuno di noi Gesù Cristo è morto. Sosta davanti al bar dove entro per un caffè. Viene dall’ Africa nera, è educato, silenzioso, gentile, non chiede, solo ti guarda tenendo tra le mani un berretto capovolto per chiedere un aiuto. La gente passa, c’è chi non lo vede, chi finge di non vederlo, chi lascia cadere un soldino nell’incavo del copricapo. Lo faccio anch’io. Con imbarazzo. Come sempre, un senso di vergogna mi prende ogni qualvolta “restituisco” in pubblico qualcosa al legittimo proprietario. Il mendicante ringrazia con educazione, riconoscenza. Mi fermo, gli chiedo se vuole entrare con me a fare colazione. Ringrazia ancora, declinando l’invito, qualcuno gli ha già offerto da mangiare. «Come ti chiami?» insisto. «Giuseppe, mi chiamo Giuseppe» risponde. Giuseppe, come lo sposo di Maria, il custode di Gesù, l’uomo al quale l’umanità non sarà mai abbastanza grata. Sorridendo, gli allungo la mano per salutarlo. La nostra chiacchierata è durata solo pochi minuti, ma, evidentemente, sono bastati perché Giuseppe prendesse coraggio. «Padre, ho sempre mal di testa» mi dice, guradandomi con due occhioni sbarrati, mentre con una mano fa scivolare via il pesante cappuccio che gli copre il capo. La fronte nera, alta, lucida i capelli riccioluti, gli occhi vivi e tristi, mi fanno capire che Giuseppe è molto più giovane di quanto avrei creduto. «Da quando tempo ti fa male? Sei stato da un medico, Giuseppe?» chiedo. «Si, padre, sono andato da medico e mi ha dato medicina, ma io ho sempre mal di testa. Vuoi fare una preghiera per me, per favore?» mi dice mentre, con garbo, afferra la mia mano e la poggia sulla sua fronte. Poi, come stando davanti al Santissimo, si inchina e attende fiducioso. Anch’io abbasso lo sguardo con serietà. Prego e gli traccio sulla fronte un segno di croce. Restiamo così per pochi, interminabili, minuti. Intorno a noi, la gente passa, entra nel bar affollatissimo a quell’ora. Qualcuno si ferma a guardare stupito un prete italiano e un mendiante africano che implorano l’unico Signore del cielo e della terra. Ci salutiamo. Adesso Giuseppe non è più è più un immigrato qualsiasi. Adesso ha un nome, un volto, una storia che comincio a conoscere. Credo che diverremo amici, ci faremo del bene. Giuseppe non ha avuto vergogna di pregare in pubblico, cosa che sovente accade a noi, cristiani di lunga data. Ripenso alle parole di papa Francesco:« A Natale non nasce un albero, ma Gesù Cristo». È lui e soltanto lui il festeggiato. È lui che ci chiede di riconoscerlo nei fratelli affamati e senza tetto. È sempre lui che, sfidandoci, ci indica la via della gioia. Penso alla nostra società dove l’apparenza ingannevole, spesse volte, prende il posto della sostanza. Dove la Parola di Dio non sempre trova quello spazio che dovrebbe avere. «Io non mi vergogno del vangelo» scrive san Paolo. Non posso farlo. Certo, non lo ostento ma non me vergogno. Un vangelo che nessuno è obbligato a seguire ma che tutti hanno il diritto di ascoltare. «Il Cristianesimo avanza per attrazione non per costrizione» ha detto ancora papa Francesco. Siamo attratti dal bello, non dal brutto; dal vero, non dal falso; dal bene non dal male. Il Vangelo è questo. E se un mendicante di colore ci ricorda che possiamo pregare Dio con la stessa semplicità con cui parliamo con un amico anche per la strada, ben venga. Penso a che sarebbe la nostra vita se solo avessimo il coraggio di uscire dai nostri angusti ambiti e parlare, agire, comportarci da uomini veramente liberi. Liberi di ridere e di piangere, di viaggiare e di pregare. Liberi di raccontarci le nostre paure, le nostre speranze, la nostra fede. Di chiedere e dare aiuto senza preconcetti e senza pregiudizi. Da lontano, solo da lontano, sembriamo tutti uguali. Un pizzico di coraggio, di pazienza, di generosità, un sorriso, una stretta di mano e il mendicante che tante volte non abbiamo visto ci diventa amico. Un amico cui fa tanto male la testa e che, umilmente, chiede le nostre preghiere e il nostro aiuto. Un aiuto che non potrà mancare. Padre Maurizio Patriciello.