INTERVENTO MILITARE DI BELGRADO IN KOSOVO? PRIMI SEGNALI DI UNA CATASTROFE POSSIBILE

DI ALBERTO TAROZZI

La notizia è di quelle che, se avranno un seguito, potrebbe far tremare il quadro politico italiano ed europeo più dello spread. Che non si tratti comunque di una bufala è attestato dal fatto che la fonte è quella del Tg Com 24, che ben raramente si lascia abbindolare da agenzie inaffidabili o diffonde qualcosa di assimilabile a una fake news.

La premier serba, Ana Brnabic, non esclude la creazione di un esercito regolare serbo in Kosovo, che sulla base degli accordi di Kumanovo, che posero fine alla guerra del 1999, Belgrado ritiene ancora territori del proprio paese..

Una “bomba” appena un poco addolcita da un auspicio di segno contrario “Voglio sperare che mai saremo costretti a far uso delle Forze armate”. Purtuttavia con un’aggiunta non proprio rasserenante ” Purtroppo penso che ciò sia al momento una delle opzioni sul tavolo”.

In che misura c’è da temere il peggio e in che misura c’è da sperare in una soluzione pacifica?

Che la tensione tra Belgrado e Pristina fosse in fase montante è un dato di fatto. Fallita l’ipotesi di un accordo storico, sponsorizzato dall’Ue oltre che, probabilmente, da Usa e Russia, con uno scambio di territori: un accordo criticato da falchi albanesi e da colombe serbe che avrebbe indottto quasi sicuramente un mancato rispetto dell’intesa da parte dei primi proponendo le seconde come vittime sacrificali. Al fallimento dell’accordo erano poi seguite reiterate provocazioni delle forze di polizia speciali kosovaro albanesi dell’autoproclamato governo del Kosovo, che era giunta all’aggressione nei confronti di un inviato di Belgrado a Pristina; poi numerosi atti di violenza in occasione della visita del presidente serbo Vucic in Kosovo , ispirati dal falco di Pristina, il premier Haradinaj, assolto da diversi crimini di guerra grazie alla “provvidenziale” morte violenta di testimoni a carico.

Infine lo scontro diplomatico commerciale. Il veto della Serbia, ma anche della Bosnia, all’entrata dei kosovari albanesi nell’Interpol. Significativa in tal senso l’anomala accoppiata tra Belgrado e Sarajevo. Va infatti tenuto conto del fatto che la Bosnia, subito dopo il Kosovo, è il territorio con la maggiore presenza di foreign fighters legati all’Isis. Facile da intuire come i bosniaci in primo luogo temessero una salvaguardia a dir poco scadente se non sospetta da parte della polizia di Pristina nel filtraggio dei terroristi rientrati.

A quest’ultima mossa era seguito il boicottaggio delle merci serbe e bosniache importate in Kosovo, pari a dazi del 100% sulle importazioni. Roba che in confronto, dimensioni a parte, la querelle Usa/Cina è un gioco da ragazzi.

Infine, dulcis in fundo, la volontà delle istituzioni di Pristina,  compreso il presidente Thaci, che pare aver dismesso dopo breve tempo la sua molto provvisoria veste di colomba, di mettere sù un proprio esercito, in palese scontro con le dichiarazioni di Belgrado che ancora ritiene il Kosovo parte integrante del proprio territorio e comunque col chiaro intento di gettare benzina sul fuoco, tenendo conto del clima già acceso nel quale viene avanzata la proposta.

Che se ne dice all’estero? Mentre l’italia tace, dimenticando quanti interessi abbia negli scambi con la Serbia, la Nato e gli Usa tergiversano. Si va da un non meglio identificato allarme di fronte a episodi violenti a un’apertura al momento solamente ipotetica nei confronti delle intenzioni di Pristina, al silenzio ponziopilatesco di fronte agli episodi più inquietanti. Inutile dire che, dall’altra parte, Putin mantiene un filo diretto con Belgrado con la ferma intenzione del mantenimento della Serbia in una posizione di diplomatica equidistanza tra le superpotenze, viste anche la svolta filo Nato del Montenegro e la situazione della Macedonia, spaccata tra presidenza filo russa e governo filo occidentale.

Tutti ingredienti di un cocktail che potrebbe farsi esplosivo. Quali gli interrogativi ancora sul tappeto, prima di dichiarare aperto a tutti i livelli lo stato di emergenza?

La dichiarazione di una possibile risposta militare serba è stata fatta dalla premier Brnabic, che finora non pare avere un peso paragonabile a quello del presidente Vucic. Per quanto allarmante pare dunque un colpo di sonda per vedere le risposte di Washington e di Bruxelles, prima di procedere oltre. Inoltre la Nato per quanto si sia astenuta dal criticare le azioni di Haradinaj e soci ha sempre prefigurato un eventuale sostegno aperto alla escalation dei kosovari albanesi lungo un orizzonte di medio lungo periodo. Infine, tutta la situazione oggi presente nei Balcani, risulta sovradeterminata, nel male come nel bene, da un quadro geostrategico moto più ampio della ex Jugoslavia, che comprende tanto la rotta balcanica dei profughi come i gasdotti russi verso il sud Europa, come anche il possibile risorgere dell’isis come gli equilibri della Ue in conseguenza delle elezioni, nonché la situazione bellica in Ucraina.

Ma il campanello d’allarme è comunque squillato. Prova ne sia il fatto che la premier serba non ha voluto commentare le notizie secondo cui gli Usa avrebbero intenzione di inviare in Albania armamenti, che verrebbero poi dirottati all’esercito kosovaro. Come dire che la macchina bellica non si è ancora messa in moto, ma qualche motore di troppo si è comunque acceso.