LUKA MODRIC. DALL’INFANZIA TRA LE BOMBE AL PALLONE D’ORO

DI GIACOMO MEINGATI 
Come sempre le favole come quella di Luka Modric, che ha vinto il pallone d’oro 2018 arrivando davanti al suo ex compagno di squadra Cristiano Ronaldo e a Antoine Griezmann, rischiano di venir consumate a forza di raccontarle. Eppure il trionfo del capitano della Croazia, scelto dalla giuria di France Football per le quattro Champions League vinte con il Real Madrid, di cui tre consecutive, per la grande annata appena trascorsa e soprattutto per la cavalcata della sua nazionale giunta a un passo dalla vittoria del mondiale di Russia, colpisce particolarmente. 
La storia di Modric ci riporta a una dimensione del calcio ancora in grado di raccontare miti, e svela forse la funzione più profonda di questo Gioco, in grado a volte di regalare ad alcuni suoi figli prediletti una sorta di laica e umana resurrezione. 
Proprio questa difficile e impegnativa parola è infatti il miglior punto di partenza per la raccontare la storia di Luka Modric, una vicenda individuale che sembra ricalcare e fare eco alle storie di tanti eroi della terra dove è nato. Una terra, quella croata, in cui per secoli i bambini sono cresciuti nei paesaggi rurali immersi in una natura forte, dalle temperature rigide e dagli inverni ostili, ascoltando i racconti di tantissimi eroi nelle cui vicende si ritrovava in infinite variazioni sempre la stessa storia fondamentale, una storia che inizia con una morte necessaria per accedere alla trasformazione e alla resurrezione in una vita più piena. 
La storia di Luka Modric inizia infatti con la morte, quando è solo un bambino smagrito e nel villaggio di Obrovac si allena con i palloni e le scarpe che riesce a trovare, coltivando il sogno di giocare con la sua squadra del cuore, l’Hajduk Spalato, ignaro di quello che il suo duro ma glorioso destino ha in serbo per lui. Quel bambino infatti, sul cui volto spicca già l’inconfondibile sguardo che ancora oggi lo contraddistingue, dovrà vedere morire suo nonno, anche lui chiamato Luka, ucciso dalle milizie serbe durante la guerra nella Ex Jugoslavia, davanti ai suoi occhi. Dovrà scappare, e diventare un profugo, cercando di continuo riparo insieme al resto della sua famiglia. 
È proprio a questo punto della sua ancora giovane storia che Luka ricalca inconsapevolmente quella dei tanti eroi della sua terra, che avevano tutti una caratteristica fondamentale: usavano la morte per trarne forza, e questa forza per trarne una vita migliore e più piena. Modric infatti continuerà a tirare pallonate ai vetri del parcheggio dell’Hotel di Zara in cui la sua famiglia si è rifugiata, tanto che un impiegato dell’hotel rivelerà: «Rompeva più finestre lui con un pallone che i serbi con le loro bombe». Ma da quando muore suo nonno ed è costretto a fuggire il calcio per Luka assume tutto un altro significato: diventa il mezzo per tirarsi fuori da quell’inferno, il modo in cui esprimersi e star bene con sé stesso, lo strumento con cui riscattarsi personalmente e costruirsi un futuro migliore, e come per Riva ogni gol significava ricordarsi che nella vita si stava realizzando nonostante le sventure della sua infanzia di orfano, come per Maradona significava tirarsi fuori dalle baraccopoli e dalla vita di strada, così per Modric il calcio assume il valore profondo di una storia di umana rinascita e resurrezione. 
In questa storia ci sono due uomini che diventano da subito decisivi, uno è suo padre, su cui Modric stesso ha detto: «mio padre ha fatto qualsiasi tipo di sacrificio per mandarmi a una scuola calcio, per comprarmi gli scarpini e tutto quello che mi serviva per giocare». È il padre infatti il primo a notare quello che oggi è riconosciuto a Luka da tutto il mondo, il primo a notare quella capacità di tirare fendenti potentissimi e precisi con tutti e due i piedi, quella facilità nel dribbling, quelle movenze che ricordano il modo di giocare di Johan Cruijff. È lui il primo a crederci, a sostenerlo, a dare tutto, a gettare sull’altare della vita tutte le poche monete che gli sono rimaste sperando che suo figlio ce la faccia. 
Il secondo protagonista della storia è il primo allenatore, che convince il team NK Zadar ad inserire Modric nelle giovanili, nonostante il fisico gracile che gli è già costato l’esclusione dalla squadra dei suoi sogni, l’Hajduk Spalato.   Al suo primo allenatore nell’NK Zadar Modric dedicherà la Champions League vinta col Real Madrid nel 2014, dichiarando: «Gli devo tutto, senza di lui non sarei mai arrivato fino a qui».
Come si chiude il viaggio dell’eroe lo sapete tutti, e non c’è quasi bisogno di raccontarlo ancora. L’ascesa fulminante di Luka Modric che passa dalla Dinamo Zagabria al Tottenham e poi al Real Madrid, non ha bisogno di parole ma solo di tanti video YouTube dove poter ammirare le prodezze di un calciatore che mette il pallone dove vuole con entrambi i piedi, che ha una visione di gioco sterminata e una capacità di smarcarsi e giocare in verticale che ha francamente pochi uguali al mondo. 
Modric, con la sua vittoria, interrompe il decennio di dominio assoluto di Cristiano Ronaldo e Messi, vincitori delle dieci edizioni precedenti del pallone d’oro.