SARDEGNA.  LA SIDERALLOYS ACQUISISCE L’ALCOA MA IL FUTURO DEGLI OPERAI E’ INCERTO

DI CHIARA FARIGU

In tempo di crisi, come quella che attanaglia la nostra penisola da oltre un decennio, lottare per difendere il proprio lavoro sta diventando sempre più una prerogativa dei lavoratori italiani.

Sono tante le aziende che chiudono, altrettante quelle che delocalizzano la propria produzione in paesi dove il costo lavoro è nettamente inferiore e le tasse da pagare anche.

La cronaca periodicamente, e purtroppo sempre più spesso, riporta in prima pagina le proteste delle famiglie che di questa crisi pagano le conseguenze.

La protesta a oltranza degli operai dell’ Alcoa (Aluminium Company of America) dello stabilimento di Portovesme (in presidio permanente dal 2013), nel Sulcis-Iglesiente, zona sud-ovest della Sardegna, è divenuta il simbolo di una resistenza operaia per la difesa del lavoro.

Ed è grazie a quella lotta che oggi l’Alcoa ha un nuovo proprietario: il gruppo svizzero SiderAlloys. L’acquisizione da parte della multinazionale svizzera era nota sin dallo scorso settembre quando, all’ingresso dello stabilimento era comparso un mega pannello bianco, rosso e nero con il nome della SiderAlloys e la scritta “stabilimento di Portovesme-alluminio primario”.

La fine di un incubo per tutti quegli operai e le rispettive famiglie, stanchi di presidi, di incontri sindacali, di promesse politiche che poi puntualmente svanivano nel nulla. Finalmente potevano cominciavano a sperare di varcare nuovamente quei cancelli e di produrre alluminio come prima e meglio di prima.

Bisogna tornare indietro nel tempo per comprendere questa travagliata vicenda. E’ il novembre del 2009 quando gli operai occupano la fabbrica al centro di una crisi industriale e occupazionale senza precedenti. A questa si aggiunge la crisi economica di tutto il Sulcis-iglesiente, una della zone che l’Istat colloca puntualmente agli ultimi posti per povertà e numeri esponenziali di disoccupazione.

A marzo 2012 l’Alcoa annuncia l’interruzione di produzione dell’alluminio e la volontà di trovare un compratore. Un duro colpo per quegli operai che nel 2014 vengono messi in mobilità. Un assegno di disoccupazione con lo spettro del licenziamento dietro l’angolo.

Dal maggio 2013 danno vita ad un presidio davanti ai cancelli della fabbrica, organizzandosi in turni, giorno e notte. Presidio che giurano di smontare solo quando lo stabilimento ricomincerà a produrre.

Tre anni dopo, nel dicembre del 2017, si giunge ad un accordo tra il ministero dello Sviluppo economico- Regione Sardegna-Invitalia e la multinazionale svizzera per il rilancio del sito di Portovesme, con trasferimento della proprietà al febbraio successivo.

E’ un momento di ‘moderata soddisfazione’, così la definiscono i sindacati in quanto non si conoscono i dettagli del piano industriale della nuova azienda, gli investimenti che intende fare e soprattutto quale piano assunzionale intende perseguire. Per gran parte di quei lavoratori la mobilità in deroga è in scadenza e i sindacati ne chiedono la riassunzione.

I nuovi proprietari necessitano di tempo per quello che chiamano ‘il revamping’, ovvero la ristrutturazione e rimessa in moto di quei macchinari fermi ormai da troppi anni. Se tutto dovesse procedere senza intoppi la produzione di alluminio dovrebbe ripartire nella primavera dell’anno prossimo con i primi 260 operai, mentre la messa a regime dovrebbe avvenire entro la primavera del 2020.

Tempi lunghi. Troppo lunghi per molti di quei 700 operai, il cui futuro lavorativo è ancora incerto.

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