L’EREDITA’ MANCATA DI GEORGE H. W. BUSH

DI FLAVIO FUSI

Non passerà alla grande storia, George Herbert Walker Bush, 41esimo presidente degli Stati Uniti, morto la notte di venerdì nel suo ranch texano alla veneranda età di 94 anni. La grande storia prende subito commiato dai leader irresoluti, dimentica i perdenti, cancella i personaggi banali e sbiaditi, che il caso o una buona stella si degna ogni tanto di innalzare sul trono. Dunque, silenzio. Eppure, tra i doverosi necrologi che l’establishment politico e intellettuale americano tributa al suo lontano comandante in capo, si può cogliere oggi un filo di amarezza e nostalgia.

Il “New York Times” – che pure fu rigoroso avversario di questa dinasty repubblicana – dedica al vegliardo un titolo sorprendente: L’insolita grazia di Bush (The George H.W.Bush’s Uncommon Grace), citando una frase chiave del discorso di insediamento. Era il lontano ’89 e questo figlio di petrolieri del Texas, appassionato di baseball, veterano di guerra, politico e funzionario di lungo corso, così descrisse il suo nuovo compito di presidente: «dobbiamo rendere più mite (kinder) il volto dell’ America e più gentile (gentler) il volto del mondo».

Si poteva allora affrontare la sfida ciclopica del pianeta, gettando nella mischia queste due indifese parolette: mitezza e gentilezza. E la sfida, per il lungo, allampanato, impacciato, sorridente George Herbert Walker fu davvero ciclopica. In un colpo solo, la caduta del muro di Berlino, la rovina e la scomparsa dell’Unione Sovietica, il nuovo micidiale “pantano” mediorientale e, per finire, la prima guerra del Golfo. Con questa impressionante lista di vittorie sugli “imperi del male”, chiunque sarebbe stato rieletto presidente. Non il povero Bush, sconfitto nel ’92 dal suo “opposto” democratico: il giovane, affascinante, travolgente, sfacciato Bill Clinton. Il presidente, con tutte le sue medaglie di guerra, fu abbattuto dagli indici di borsa e dai balbettamenti dell’economia americana.

Nell’ansia delle ultime battute elettorali, Bush pagò caro l’unico azzardo della sua presidenza, quando dagli schermi televisivi scandì una frase che doveva essere un urlo di guerra e fu invece una patetica bandiera bianca: «leggete le mie labbra (read my lips), nessuna nuova tassa».

Lo sconfitto lasciò la Casa Bianca con la consueta signorilità. In una lettera al vincitore scrisse: «non farti scoraggiare dalle critiche. Il tuo successo è ora il successo del nostro Paese, io ti sono a fianco».

Ma Bush senior era allora il “vecchio” e Bill Clinton il “nuovo”. La sfida tra l’ultimo presidente del secondo conflitto mondiale e il primo presidente babyboomer (figlio del miracolo economico del Dopoguerra) era segnata fin dall’inizio.

Oggi, sia il settantenne Bill Clinton che il trapassato George Bush rappresentano il “vecchio”, il passato senza ritorno, il “c’era una volta l’America”. Un ciclone si è abbattuto sul grande Paese, nelle vesti di un presidente violento e gaglioffo, che interpreta umori profondi e, fino a ieri, inconfessati. Un vento che ha scardinato i recinti del vecchio Partito repubblicano e che ha reso i democratici inerti davanti allo sgomento di una politica che parla il linguaggio primordiale delle nuove masse.

Il “New York Times” conclude che parole come mitezza e gentilezza sono monete fuori corso nel nuovo discorso politico, dove domina ormai la “carneficina americana” (american carnage) dell’oratoria volgare e aggressiva di Donald Trump (se ne parla qui, su TESSERE). Un commento che rende l’onore delle armi al vecchio presidente e che si può leggere come un epitaffio delle buone maniere. O delle buone maniere in politica. O della buona politica.

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