LE DONNE SENZA NOME DI UN INFINITO FEMMINICIDIO

DI CLAUDIA PEPE

La mia amica non ha nome. Tante donne hanno un nome come il suo e non lo pronunciano più con quella dignità e fierezza che deve accompagnare la donna sempre, in qualsiasi momento e in qualsiasi stato di sofferenza la vita ti ponga. Smagrita, tremante, la bellezza sfumata insieme ai suoi sogni, mi ha raccontato come se ne è andato il suo uomo, lasciandola senza replica davanti ad una vita apparente, incorniciata da simboli vuoti e pronti ad essere soffiati. Trovare la forza per non essere aspirate da quell’ imbuto cieco che ti impedisce di ascoltarti e risponderti, di sfogarti e placarti, di voler morire e invece pretendere di vivere, è difficile ma necessario. La donna, simbolo di un sistema nato con le favole della nonna, che violentata subisce e ancora subisce fino all’annullamento della propria identità e della propria consapevolezza. Una donna che tutto rimette nelle mani di un uomo, consentendogli di affondare il coltello e indicandogli il punto dove fa più male. Un femminicidio assistito, difeso per amore della figlia e consegnato al mondo come residuo di una devozione diabolica e perversa. È di oggi l’ennesima notizia di altre due donne uccise con la complicità dell’indifferenza che ostinatamente rimane attaccata alle pareti di casa come grasso che cola dalla bocca dell’immane mostro dell’incomunicabilità. L’essere donna rimane ancora nelle pieghe di una costola amara. Carne da poter staccare a morsi e con avidità , rendendo a brandelli le filastrocche che porti con te ,quella parte che vuoi dimenticare, dove vive l’uomo nero vicino all’uscio, pronto a farti ritornare sotto ad un tavolo appena il tuo sguardo volge verso la finestra. Questi uomini cresciuti a pane e vigliaccheria, che nel diffamare il corpo di una donna affermano il loro esercizio di potere costruito per annullare, e pronti a colpirsi solo un attimo dopo. Sempre e solo dopo aver consacrato la loro presunzione nelle carni ormai già segnate di un’amica senza nome. Non siamo mai cresciuti insieme, non l’hanno mai voluto. La donna rappresentazione sempre di un qualcosa e mai un’espressione, un linguaggio imprescindibile dell’essere e non dell’avere. Alfabeto alternativo illeggibile in tavole già scritte. Tutto ciò sotto l’assenso-silenzio di chi pretende di vivere senza esporsi, pronto a chiudere la porta di casa assicurandosi, prima di dormire, che il gas sia chiuso. Anche i figli di queste amiche cresceranno e per reagire alla loro disperazione, rimangeranno dalla stessa ciotola, sicuri che uscendo dalla porta, Mangiafuoco sia l’unica strada da percorrere. Quella che prendi quando rimani sordo dalle troppe urla, e accecato dallo spettro di un’infanzia difesa da mani urlanti e troppo piccole per coprirti tutto. Essere donna, oggi è un lusso, un lusso che ci si deve costruire con forza, con resistenza, con orgoglio e soprattutto con la fierezza di sentirlo. La fierezza che ci deve accompagnare pronunciando il nostro nome,  vanto di un mondo che ci deve essere solo grato