MUTTI MERKEL SE NE VA. BILANCIO NEGATIVO MA IL PEGGIO E’ DIETRO L’ANGOLO

DI ALBERTO TAROZZI

La politica europea si congeda da Angela Merkel, sulla breccia da 14 anni, al governo di una Germania che ha costituito il paese guida della Ue, personaggio forte di un’Europa debole. Difficile, per non dire impossibile, accennare ad un rimpianto per gli anni passati, nei quali si è visto sprofondare la Grecia, annaspare l’Italia e contare ben poco l’Unione su scala internazionale, al di sotto di quelle che potevano essere le minime ambizioni dei padri fondatori. Pure, al momento del commiato, anche tra i suoi più accaniti oppositori, serpeggia il dubbio che al peggio non ci siano limiti e che quello che ci aspetta ci possa far rimpiangere le miserie del passato recente.

Forse perché, nelle strategie di Mutti Angela (mamma Angela come viene chiamata dagli amici) l’obiettivo di portare a casa il massimo dei risultati per il proprio paese, era sempre condito da un poco di attenzioni per quanto avveniva su scala internazionale. Dunque un’idea di Europa, magari anche nel male, nella testa di questa Cancelliera dalle quattro legislature consecutive, si può dire che frullasse. Qualcosa che ponesse un minimo di freno allo scatenarsi del tutti contro tutti che rischia di condurre all’annichilìmento il peso politico dei paesi del continente; senza escludere il riaffiorare di conflitti bellicosi, placati per una settantina d’anni, quanto meno lungo il confine franco tedesco di quel fiume Reno che fu l’epicentro delle più grandi carneficine della storia europea.

Una democristiana alla tedesca, fatta di un rigore che lasciava qualche spazio al pragmatismo, sul piano interno come su quello internazionale. Quattro governi: una prima grande Coalizione nel 2005, a seguire un testa a testa elettorale con la Spd di Schroeder, a dimostrare che il paese poteva reggere un governo fondato sulla discorde concordia dei due maggiori partiti.

Poi il secondo governo, dal 2009 al 2013, gli anni più neri, contraddistinti dal partenariato interno con un partito piccolo ma ingombrante come quello liberale. Mentre il partenariato internazionale si fondava sulla figura lugubre e inquietante di Sarkozy. ultraliberista in economia, subordinata alle scelte della banda dei Clinton e particolarmente arrogante col sud Europa, in perfetta sintonia con la destra Cdu del falco Schauble. Smaniosa di dare una lezione alla Grecia e di mettere al guinzaglio la politica economica dell’Italia, dopo avere messo al sicuro le banche teutoniche. Sola nota dissonante, in positivo, la capacità di tenersi alla larga dall’avventura militare libica, forse anche perché zona lontana dagli interessi di Berlino. Per il resto sudditanza agli Usa sulla vicenda Ucraina, ottusa ostilità, nei Balcani, contro un governo serbo europeista come mai era accaduto né mai potrà ripetersi.  E purtuttavia, per gli analisti più attenti, una certa presa di distanza dai falchi del proprio governo che la porterà a un rapporto col governatore della Bce, Mario Draghi, che non raggiungerà mai un punto di rottura, nonostante la sua politica di Quantitative Easing non faccia comodo a Berlino e lanci una ciambella di salvataggio a Roma.

Alle elezioni del 2013, scomparsi dalla scena i funesti liberali, con il governo Merkel 3 e la nuova coalizione con la Spd, Angela Merkel vive forse la sua stagione apparentemente migliore, anche se sprovvista di un lieto fine. Relativa calma nei rapporti col sud Europa. Poco interesse in Medio Oriente, senza per questo rinunciare al business della vendita di armi all’Arabia Saudita. Aperture sul fronte delle migrazioni, con l’accortezza di selezionare la componente migratoria più funzionale al mercato tedesco. E, anche, con una ricaduta positiva sul fronte balcanico. Lì dove la temporanea apertura del corridoio per i profughi spinge la Merkel a inventare una efficace, pur se provvisoria, politica di tregua tra realtà locali impegnate in un conflitto ventennale sul filo della guerra. Per non parlare del fronte ucraino, dove la ubbidienza ai diktat dell’amico americano nel merito delle sanzioni a Mosca non impedisce che il danno riportato in sede Ue riguardi più noi italiani che lei. Lei che nel frattempo trova un accordo con Putin per il gasdotto Northstream che garantisca a Berlino il rifornimento di carburante,

Ma l’apertura sia pure regolata e temporanea al flusso dei migranti, conclusa in qualche mese con l’accordo con la Turchia, le costa comunque caro sul fronte della destra interna. Restano avvolti dal mistero i fatti di Colonia, del capodanno 2016, quando la polizia lascia via libera a quattro gatti di migranti in vena di molestie. In una città dove, tra le altre cose, si era materializzata un’alleanza col partito dei verdi, in un possibile scenario di alleanza con forze nuove ma non reazionarie. L’approdo alle elezioni del 2017 rappresenta il preambolo dello sfascio. Nonostante il forte calo elettorale, Angela Merkel resta ancora in piedi. I socialdemocratici di Schulz, in agonia, che alla vigilia si erano espressi contro una replica della Grande Coalizione, accettano di rinnovare l’alleanza, una volta fallito il tentativo di accordo anomalo tra democristiani, i rinati liberali e i verdi in forte crescita. Ma è lo spostamento a destra del quadro politico a tenere banco, a dispetto del buon risultato dell’estrema sinistra. Si affacciano alla ribalta quelli dell’Afd, ferocemente anti immigrati e che non disdegnano nostalgie nazistoidi. Strizzano l’occhio alla destra Cdu. Angela regge ancora, grazie alla stampella di una Spd alla deriva, ma la fine è vicina.

L’ulteriore tracollo alle regionali dell’Assia, sempre a vantaggio dell’estrema destra, le fa dire, a modo suo “grazie ho già dato”. Passa la palla alla sua delfina, dal cognome kilometrico e per questo meglio nota come Akk. Dicono che sia più conservatrice di lei, ma con qualche attenzione ai diritti sociali e non così pronta a stringere pericolosi legami con la destra più estrema come potevano essere i suoi concorrenti della destra democristiana.

Così, con la lagrima in gola, se non proprio sul viso, Mutti Merkel se ne va. Lei che era stata delfina di un padre della Ue come Kohl e che era venuta a sostituirlo dal profondo della Germania ex comunista, quando il suo padrino si era trovato impicciato in traffici un tantino fuori regola. Lascia il paese e l’Europa sull’orlo del baratro. In campo internazionale questione Ucraina e questione Balcani sono rimaste aperte. Sul fronte migranti vige un accordo con la Turchia di Erdogan a fare da tappo, che gioca costantemente al rialzo sulle contropartite da incassare. Sul fronte politico finanziario i falchi della Bundesbank stanno prendendo il volo per giocare nuovamente al massacro. Gli equilibri politici interni sono sul punto di esplodere e le prossime elezioni europee potrebbero fungere da detonatore. E anche la situazione economica e finanziaria interna offre segnali di cedimento.

Bilancio negativo dunque, per colei che può essere forse considerata l’ultima esponente di una visione dell’Europa che in parte si richiama al tempo che fu, quello dei padri fondatori. Proprio mentre il partner straniero, che avrebbe aspirato a sostituirla, si trova rinchiuso a Parigi, in una capitale in stato d’assedio.

I suoi sostenitori lasciano intendere che senza di lei nel burrone ci saremmo già finiti, ma la cosa potrebbe essere solo questione di tempo.