IL FUTURO NEGLI OCCHI DI CHI CRESCE. TRA LACRIME E UNA SPERANZA

DI CLAUDIA PEPE

 

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, 
sole che batte sul campo di pallone e terra 
e polvere che tira vento e poi magari piove. 
Nino cammina che sembra un uomo, 
con le scarpette di gomma dura, 
dodici anni e il cuore pieno di paura.

Così inizia una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori che spiego ogni anno ai miei allievi. I miei studenti, quella parte del mio essere che continua giorno dopo giorno ad essere sempre più importante. Quella parte che sì è professione, ma fanno parte del mio corpo. Dal mio letto, vedo le immagini di Corinaldo. Una strage dovuta sicuramente alla mancanza di sicurezza, all’ingordigia di un mondo in cui conta più il denaro che la speranza. E pagano sempre gli adolescenti. L’adolescenza è quella fase precaria dell’esistenza, dove l’identità appena abbozzata non si gioca come nell’adulto tra ciò che si è e la paura di perdere ciò che si è, ma nel divario ben più drammatico tra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire a essere ciò che si sogna. La vita per gli adolescenti, oggi è sempre più dura, più pesante. Accumulo di zavorre inconsapevoli, calate dal clima oramai diventato sempre più problematico. Un clima denso di uragani e schiarite improvvise, conclamato da quegli orrendi brufoli che spuntano quando non te l’aspetti, peli che crescono nelle notti baciate da una fata che è stata la loro cometa nella fanciullezza. La voce si incrina e riflette l’innocenza di fronte all’inevitabilità della natura. La scuola, la famiglia, gli amici. Non sempre vanno come si immagina. Valori messi alla prova dall’ignoranza di una società creata dalla bulimia di un inferno che vende alcolici a minorenni, li ubriaca di tristezza, porge loro con seducente provocazione sostanze che prima ti inebriano, e poi ti fanno inginocchiare davanti ad un cielo buio. I nostri studenti non riconoscono più la relazione. Là dove la relazione è scambiata per potere e non per approccio, per condivisione e per quell’incrocio di contaminazione e confronto della propria verità

Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore, 
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, 
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori 
che non hanno vinto mai 
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro 
e adesso ridono dentro a un bar, 
e sono innamorati da dieci anni 
con una donna che non hanno amato mai. 
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.

I ragazzi sono pieni di paura, ed è giusto che lo siano: non hanno certezze, non hanno appigli solidi. Tutto all’improvviso si sgretola: come zolle di terra si aprono voragini difficili da risalire e facili a risucchiarti se non cerchi potentemente la luce. I ragazzi hanno paura ma si incamminano per la loro via, forse quella che hanno indicato i genitori, forse quella indicata dagli insegnanti, forse quella che hanno incontrata nei loro sogni. Quando ho letto e spiegato queste frasi, negli occhi dei miei studenti, sono spuntate le lacrime senza rumore, come non avessero mai sentito una voce. Una voce che parla, che comprende, che perdona. Nella vita si sbaglia tante volte e adesso che incominceranno a sentirlo nella loro pelle, devono sapere. Si sbaglia per amore, per ingenuità, per bisogno di affetto, per dimostrare quello che non si è. Ma quello che ho cercato di imprimere nei loro occhi, che sì sì sbaglia ma mai cedere all’asfalto, alla terra, ma non si deve cedere mai. Si, in ginocchio. Ma per potersi dare una spinta verso l’alto, come a spiccare un volo. L’ennesimo che ti fa arrivare ancora più in alto di dove pensavi di non poter arrivare. Devono sapere che la persona che sbaglia, lo fa solo per un grande amore o un grande vuoto che porta dentro di sé. Com’è facile vivere una vita senza cadute, percorrendo una via sempre diritta come se l’orizzonte non esistesse, e i lati della via non fossero pieni di fiori e profumi che aspettano solo di essere colti. Com’è facile vivere una vita pensando solo alle nostre piccole miserie e non accorgersi che sulla strada, vicino a te, c’è qualcuno che con gli occhi bassi, che non ha il coraggio di farti vedere le sue lacrime, ricacciandole con un gesto maldestro della mano in una tasca dei suoi ricordi. È facile percorrere una via diritta e da soli. È una via che non conosce e non può risponderti. È una via muta nell’assordante gioco di colori ed emozioni che la vita ti porge al solo richiamo di un suono, di un flauto nascosto da una serranda abbassata.
E i ragazzi si guardano dentro e guardano le loro case disabitate da speranze, da sogni, da ideali, da persone che il capo non lo alzano se non per guardare le lancette dell’orologio. L’incessare del loro tempo vissuto in un cortile serrato dalle parole di ghiaccio, dure da deglutire ma che poi si sciolgono nei vuoti delle bottiglie senza più fondo.

Nino capì fin dal primo momento, 
l’allenatore sembrava contento 
e allora mise il cuore dentro alle scarpe 
e corse più veloce del vento. 
Prese un pallone che sembrava stregato, 
accanto al piede rimaneva incollato, 
entrò nell’area, tirò senza guardare 
ed il portiere lo fece passare.

Ma i nostri ragazzi hanno qualcosa in più, una cosa che forse noi adulti abbiamo sprecato rincorrendo una falsa felicità, una falsa apparenza. Loro hanno quella voce che non sbaglia mai, quella passione che solo le loro mani sanno raccogliere. Quella che forse un’insegnante getta con amore, con determinazione, con quella voglia di riconoscere la loro vita nei loro sorrisi. E quando i ragazzi capiscono che qualcuno li apprezza, li guarda e non tappa le loro bocche, ma anzi dà loro la parola, le loro parole saranno l’inizio della loro coscienza. Ecco quando loro capiscono questo, la loro strada sarà un incantesimo di suoni e di luci accese, di palloni lanciati al sole e di corse nel vento, certi di arrivare ad abbracciare quell’istante

Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, 
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, 
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. 
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, 
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette.

E questo è la cosa più importante. Credere nei ragazzi, nella nostra migliore gioventù, quella a cui stiamo dando un mondo sbagliato e che lo sbaraglieranno con la loro fantasia e con il loro canto che auguro sia sempre fuori dal coro. Ragazzi, non smettete mai di lottare di incuriosirvi, di porre problemi, non smettete mai di combattere l’indifferenza, l’omertà, le bugie, le false promesse, l’arroganza e la tolleranza. La tolleranza non è nient’altro che una falsa verità pronunciata per commiserazione e superficialità. Il fatto che si “tolleri” qualcuno è lo stesso di essere condannati. La tolleranza è una forma di emarginazione più raffinata, più codarda priva di solidarietà e di dogmi chiusi in sarcofagi privi di sacralità.
Ricordatevi che non esiste una via, ma tante vie, fate della vostra vita un regalo alla verità anche se dovete affrontare il peso dell’ipocrisia. Sicuramente non cambierete il mondo, ma almeno ci avete provato e non c’è sensazione più bella di aver vissuto una vita e averla cercata dappertutto. E la vostra vita sarà raccontata, e il vostro seme di verità crescerà insieme alle vostre coscienze, alle vostre domande e alla ricerca di quella risposta che oggi voi siete.
Per tutti quelli che non hanno mai calciato un calcio di rigore