CURA E RICERCA: DUE TERMINI INDIVISIBILI

Cristina Piloto

Si parla spesso dell’aumento della vendita degli psicofarmaci come fenomeno molto diffuso, che porta quindi a chiedersi il perché, se la causa sia un aumento dei casi di malattia mentale, o se si voglia risolvere il problema dando sostanze, che semmai alleviano il sintomo senza però curare le cause.
Se da una parte infatti, è assolutamente doveroso identificare, quando e laddove sia presente, una patologia psichica, è altrettanto fondamentale saperla trattare nel giusto modo.
Pochi mesi fa è uscito il libro “Storia di una ricerca” dello psichiatra Massimo Fagioli, scomparso il 13 febbraio del 2017, e domenica si è tenuta una splendida presentazione a riguardo, alla fiera “Più libri più liberi”. Ciò che emerge dalla lettura del testo, è proprio il modo in cui si può arrivare ad affrontare la malattia mentale, e soprattutto la ricerca “infinita”, usando le parole dei relatori, che sta dietro a questo metodo di pensiero.
Di norma in medicina la malattia è analizzata a partire dall’organo sano. Ma le scoperte della biologia molecolare e delle neuroscienze, non possono determinare, tramite test di laboratorio, l’emergenza di un “disturbo” mentale. È chiaro che per arrivare alla diagnosi, e quindi all’approccio terapeutico corretto, occorrono altri mezzi. L’assenza di test biologici potrebbe far pensare che le diagnosi in psichiatria siano basate su giudizi soggettivi e quindi intrinsecamente fallibili, ma ciò non risulta veritiero, nel momento in cui, alla base, ci sia un metodo di pensiero e di cura che, partendo dallo studio della fisiologia (come si fa peraltro nelle malattie del corpo) va ad analizzare le cause della malattia e il loro meccanismo d’azione.
E se, in questo ambito, le metodiche strumentali non servono pressoché a nulla, se non, eventualmente, a verificare che effettivamente non ci siano danni d’organo, quello che serve, è invece un tipo di formazione diversa, che faccia emergere una sensibilità e un tipo di rapporto che possano portare alla cura e alla guarigione della patologia.
La diagnosi quindi rimane fondamentale, e prima viene fatta meglio è, non bisogna aspettare infatti che i sintomi si presentino in modo inequivocabile e grave, ma occorre invece essere tempestivi, e cercare di fare prevenzione, sviluppando sempre di più la conoscenza e la ricerca.
D’altro canto, prendendo sempre le parole da uno dei magnifici interventi della presentazione di domenica: “l’abilitazione alla professione medica comprende il dovere della ricerca” e “se in alcuni campi del sapere, e basti pensare alla biologia, alla fisica, alla chimica, una ricerca può essere svolta anche in modo solitario, invece in questo ambito è necessario il rapporto”.
Solo con questo metodo di pensiero, che non dia per scontata la riuscita, ma che allo stesso tempo cerchi costantemente e instancabilmente la via per la cura, si può riuscire a capire il perché della malattia mentale, la sua eziopatogenesi, e quindi il rapporto psicoterapeutico che porti alla guarigione.