ESCLUSIVA. CARL WIEMAN, NOBEL: “LA SCIENZA NON FA MAI LA VOCE GROSSA”

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA INVIATA A MONTERREY (MESSICO)

“Credetemi. E non perché ho vinto il Nobel, ma perché vi porto dei dati”. Con queste parole Carl E. Wieman (nella foto qui sotto), docente alla Stanford University e premio Nobel per la fisica nel 2001 per i suoi studi sui bosoni (particelle elementari), ha aperto la sua conferenza magistrale al Congreso Internacional de Inovación Educativa (http://ciie.itesm.mx/), in corso dal 10 al 12 dicembre al Polo Tecnológico di Monterrey (Messico). Oltre 3500 partecipanti, 600 attività tra conferenze, laboratori e presentazioni, 650 istituzioni coinvolte.
È da qui, dal “TEC” – la migliore università privata di tutta l’America Latina – che escono le novità più rilevanti del continente nel campo della didattica e dell’educazione, senza bisogno di importare e adattare malamente modelli europei. E Wieman non poteva certo mancare come ospite d’onore, dato che da molti anni si occupa di aggiornare e modernizzare l’insegnamento delle scienze a livello universitario. Non per fare a tutti i costi qualcosa di diverso, ma per “fare qualcosa che funzioni”.

Le parole di Carl Wieman demoliscono il mito del principio di autorità, sostituendolo con il metodo scientifico. La ricerca è pubblica e falsificabile: significa che chiunque può confutare i risultati, purché utilizzi lo stesso metodo sperimentale. In questo senso la scienza, sì, è democratica. Non si basa sul potere, ma sulla capacità di dimostrare qualcosa.
Al contrario, il principio di autorità porta in sé i germi della propria fragilità. “Perché se le mie parole valgono in quanto ‘io sono io’, ci sarà sempre qualcuno a dirmi che la sua opinione conta quanto la mia”, spiega. “Insomma, a uno scienziato invocare il principio da autorità non conviene proprio”.

È in questa prospettiva – la tensione tra metodo sperimentale e principio di autorità – che vanno analizzati fenomeni emergenti, come i movimenti antivaccini o i sostenitori della teoria secondo cui la Terra è piatta?

Anche senza arrivare a forme estreme, posso dire che tra gli stessi studenti universitari di materie scientifiche spesso scarseggia un approccio scientifico ai problemi. Perché non basta assorbire contenuti, serve un processo di ragionamento, un’analisi. Insomma, un metodo.

Questo metodo come si impara?

Si dovrebbe imparare a scuola e soprattutto all’università. Dobbiamo insegnare ai nostri studenti a pensare “come esperti”: come scienziati, come storici, come giocatori di scacchi, come medici. Come chiunque deve prendere decisioni importanti basandosi su informazioni incomplete.

L’università insegna questo?

Salvo rare eccezioni, no. Si limita trasmettere i contenuti curricolari come “zuppe di sapere”, ammette i migliori cervelli e dà la colpa alla scuola secondaria del fallimento di tutti gli altri. Mentre dovrebbe insegnare agli studenti a pensare come scienziati.

Cosa significa “pensare come scienziati”?

Distinguere i fatti dalle opinioni. Sapere organizzare mentalmente le informazioni. Essere in grado di riflettere sul proprio modo di ragionare e di imparare. Prendere decisioni ottimali (cioè le migliori possibili in circostanze date) sulla base di informazioni incomplete. Insomma, i cervelli vanno modellati, non riempiti. Come? Sottoponendoli a un allenamento continuo e intenso, un po’ come fanno gli allenatori sportivi. Lo strumento per ottenere questo risultato non può essere la vecchia lezione frontale, la lezione-conferenza, ma la sfida a risolvere problemi.

Come si realizza in aula?

Si presenta una situazione problematica e si invitano gli studenti a proporre soluzioni. Fin qui ognuno lavora individualmente. Le risposte vengono poi discusse collettivamente e alla fine si fornisce un feedback su quali sono corrette, quali no e soprattutto perché. Non basta individuare l’errore, bisogna capire la causa che l’ha prodotto. Il mio gruppo di ricerca ha provato, attraverso la sperientazione con un gruppo di controllo, che questo metodo è molto più efficace della lezione frontale e porta a migliori risultati per tutta la classe, non solo per un’avanguardia che già partiva da posizioni di vantaggio. Un buon metodo di insegnamento è tale proprio perché funziona con tutti e non solo con pochi.

Prima di cambiare il cervello degli studenti, come si può cambiare il cervello dei docenti, spesso arroccati su vecchie posizioni?

Basta provare. Se in classe ci sono studenti più motivati e che imparano meglio, per quale motivo i docenti non dovrebbero adottare un metodo che funziona? Studenti motivati producono professori motivati, maggiore benessere in classe e migliori risultati.

Una delle grandi sfide del sistema educativo è fare in modo che i giovani, finito il loro percorso di studi, trovino lavoro. Sarà più facile con il metodo che lei propone?

Il problema della disoccupazione è complesso, ma certo un metodo didattico che favorisce la produzione di risposte creative e di nuove idee è sicuramente più efficace di un metodo che insegna allo studente a rispondere alle domande, adeguandosi a ciò che ci si aspetta da lui o lei.

Molti docenti sostengono ai loro tempi esisteva solo la lezione frontale, eppure sono diventati lo stesso ottimi accademici. Cosa risponde a questa obiezione?

Che non è basata su dati scientifici. I risultati ottenuti da loro non sono stati confrontati con quelli di un gruppo di controllo. Se sono diventati lo stesso bravi insegnanti, chissà a quali risultati avrebbero potuto arrivare con metodi didattici più efficaci.

Nella foto, un momento della cerimonia inaugurale del congresso