QUANDO SI RUBA LA MEMORIA. 20 PIETRE DI INCIAMPO RUBATE A ROMA

DI PAOLO VARESE

Le pietre di inciampo, opere di grandissima importanza simbolica, sono dei blocchi di pietra, ricoperti da una lastra di ottone, posizionate in diverse città europee. L’artista che le ha ideate, Gunter Demnig, ha voluto in questo modo posizionare dei fiori artificiali in memoria delle persone deportate nei campi di concentramento. No, non concentramento, campi di sterminio, campi dell’orrore, campi della morte. Queste pietre, deposte davanti alle abitazioni dove abitavano coloro che vennero prelevati dai soldati nazisti, servono proprio a questo, a restituire simbolicamente la persona al suo luogo di nascita, dove si è vissuti. Leggere i nomi e le date su queste pietre per alcuni è un fendente all’anima, perché non si può non immaginare la scena di un continente in bianco e nero dove l’unico colore vivo era il sangue dei morti. Ed inoltre, il nome sulla pietra serve anche a cancellare quel tatuaggio infame che riduceva l’essere umano ad un semplice numero, un elemento matematico nel calcolo malato della mente di un pazzo. In Germania, dove l’iniziativa è nata, non sempre i pareri sul loro posizionamento sono stati unanimi e concordi. Spesso è capitato di proprietari che non gradivano trovarsi queste pietre davanti al portone, perché gli ricordavano le atrocità naziste. Qualcuno la memoria non sopporta neanche di averla stimolata evidentemente. Ed a Roma, nel gennaio 2012, vennero asportate dal selciato alcune pietre, in una via centrale poi si scoprì che era stato un condomino infastidito dalla loro presenza. Oggi, 10 dicembre, una nuova sottrazione delle memoria, sempre nella Capitale d’Italia. Ignoti, e quindi vigliacchi nascosti nell’ombra, hanno tolto 20 pietre dalla strada, in via della Madonna dei Monti. 20 testimonianze di occhi che non possono più vedere, bocche che non possono più parlare, mani che non possono più pregare. Erano dedicate alle famiglie Di Castro e Di Consiglio, e tra loro c’era Lina Di Consiglio, nata nel 1939 e deportata nel 1944, lo stesso anno in cui morì. Già il nazismo si era accanito su una bambina, ed ora qualcuno ha voluto rubarne anche la fragile memoria, affidata agli sguardi di chi passa. Assieme a lei, nello stesso giorno, fu portata via anche Marisa,  di un anno più grande, sempre con destinazione Auschwitz, sempre con destinazione morte. E poi ancora c’era Santoro Di Consiglio, che trovò le pallottole codarde nelle Fosse Ardeatine, a soli 19 anni, accanto a Franco Di Consiglio, che di anni ne aveva 17. 20 nomi, 20 storie interrotte, 20 vite negate, 20 fiori di ottone e pietra piantati sulle strade, tra passi distratti e futuri ancora da conoscere. Ora, al posto di quei nomi, resta una piccola voragine, che in una città dove le buche sono la normalità, non sarà notata, o sarà ricoperta di bitume. È così facile dunque rubare la memoria secondo alcuni, basta sottrarla e ricoprirla di asfalto? È così difficile invece dover riconoscere che sotto la pelle, di qualsiasi colore sia, ci sono le stesse vene, e scavando ancora lo stesso cuore e gli stessi polmoni? Cosa è che porta a compiere certi gesti? Quale forza spinge qualcuno a voler perpetrare il male fatto in passato? Non può essere solo fede in una ideologia, ci deve essere necessariamente una vocazione al male, al voler infliggere dolore, che non può trovare risposta in un credo politico. Quelle pietre forse torneranno al loro posto, oppure altre le sostituiranno, ma non cambierà la crudeltà del gesto. E forse chi lo ha compiuto ne riderà assieme ai complici, in un sottoscala dell’anima, dove troverà degna compagnia con i criminali e le loro vittime fatte scomparire nel cemento, nel mare, nell’acido. Perché c’è, in questo caso, la certezza di una comunanza negativa, maligna, con tutti quelli che risolvono i loro problemi con la forza. Che si tratti di integralisti religiosi  o di criminali, non esistono differenze tra loro, ed un omicidio per mafia o per guerra tribale non sono differenti. E quando si ruba la memoria di una vita già rubata si tocca il fondo del male.