GLI EBREI NON HANNO PACE

DI TONI JOP

Non poteva ferire di più. Eppure, hanno tolto poche pietre dal selciato, nessun danno fisico alle persone, hanno provato a bombardare il ricordo, per sua natura immateriale, con una bomba “n”, una bomba “nulla”. Ma non c’è niente che riattivi con tanta energia il ricordo quanto un attacco diretto a cancellarlo. Hanno voluto correre questo rischio, scavando dal terreno i blocchetti su cui stavano scritti i nomi di bimbi donne e uomini annientati perché ebrei e la loro ultima destinazione, un campo nazista, in genere. Ma se hanno deciso ugualmente di procedere in questa furba e indegna operazione, nonostante sapessero che si sarebbe parlato, e con orrore, del gesto ai danni di quelle memorie, significa che erano mossi da un movente così strategico da poter tranquillamente pagare il prezzo immediato nell’audience di mezzo mondo. Non pare un azzardo attribuire questo sbancamento di un piccolissimo fazzoletto del selciato romano, con ciò che di memorabile conteneva, ad una cellula pensante. Un deficiente qualunque non chiude la serata a questo modo. Non passa una mezz’ora, attrezzi in mano, per portarsi a casa le pietre d’inciampo dedicate alle vittime ebree del nazismo che da lì, da quel selciato sono partite per morire in modo atroce. Non sembra verosimile. Hanno pensato, hanno concordato, hanno scelto i tempi, hanno distribuito i compiti, hanno fornito coperture agli autori materiali del gesto. C’è dedizione nella quadratura dell’impresa, c’è programma e c’è senso, quindi. Da sempre e con costanza ormai allarmante la cronaca è punteggiata da episodi di questa natura, in tutta Europa, almeno. Fanno a pezzi le tombe nei cimiteri con la stella di David. Scribacchiano sui muri. Imbrattano monumenti e lapidi ricordo. Ma far “saltare” il ricordo di un intero gruppo di vittime del nazismo dalle strade della città che ospita da più secoli di ogni altra una comunità ebraica, dà a quel vecchio senso un carattere che prima non aveva, o non intendeva manifestare. Hanno composto, forse, la prima lettera di un alfabeto nuovo, messo a punto in anni di paziente lavoro sotterraneo. Sono in grado di fare e dire ciò che vogliono, quando lo vogliono. Dalla Svezia alla Grecia, dall’Ungheria alla Polonia, dalla francia all’Austria e all’Italia. Niente li può fermare grazie all’inteso scambio affettivo acceso da una mezza dozzina di leader politici che hanno adottato queste che sembran curve di uno stadio e invece sono lo stadio quasi intero. O da queste ‘curve” si sono fatti adottare. C’è clima euforico in quelle linee. Sta per saltare il tappo che la vittoria degli alleati ha permesso di piazzare sui rigurgiti del passato fascista e nazista decisamente battuto. Ora si può dire, senza timore d’essere clamorosamente zittiti, che l’antifascismo è divisivo, che addirittura è fascismo proprio l’antifascismo, con la sua “pretesa” di individuare e nominare il fascismo, i fascisti. È crollata una linea morale, etica e se n’è aperta un’altra. Se alcuni stati europei possono in pratica decidere che i migranti son meglio morti annegati che vivi e senza soldi, le costituzioni di questi paesi, fin qui legate ad un senso umanitario molto acceso, non reggono più, son destinate a collassare. Se gli utenti di un intero autobus in una qualunque città italiana possono accettare che si pesti una giovane mamma rom, col suo bimbo, sorpresa a rubare, quel tempo, si potrebbe anche intendere, è venuto. Quelle pietre d’inciampo scavate e sottratte dal pavimento di una strada romana vogliono certo dire che con gli ebrei il conto è sempre aperto, che magari verrà il modo di chiuderlo così come aveva iniziato a fare Hitler, costretto ad interrompere a metà dell’opera; vogliono anche affermare che la storia ora va riscritta, da loro e ne hanno facoltà. Che la gestione del ricordo di massa spetta a loro, che i giudici saranno giudicati, dal popolo che sarebbero sempre e solo loro. Ci tenevano a farcelo sapere, hanno acceso le luci.