I FALÒ DELLA CAMORRA

DI MAURIZIO PATRICIELLO

I FALÒ DELLA CAMORRA

Il messaggio è chiaro: qui comandiamo noi. Questa è zona franca, lo Stato non deve entrarci. Chi sa deve tacere e se non tace con le buone sarà costretto a farlo con la forza. Come le tre scimmiette, chiunque tu sia, devi far finta di non vedere, di non sentire e non devi parlare; in caso contrario non ti resta che fare le valigie, andare via, abbandonare la tua casa e consegnarla ad altri. Il camorrista che decide di collaborare con la giustizia è un infame e come tale deve essere trattato. Tutti devono sapere che essergli parente, amico, condividerne le scelte potrebbe costargli caro. Meglio prendere pubblicamente le distanze e rinnegare il traditore. Un messaggio rivolto innanzitutto a chi di camorra campa a tempo pieno, poi agli indecisi che ancora non fanno parte del “sistema”, ma che dal “sistema” sono fortemente attratti. Sappi che se entri non ne esci più. Con la camorra il “matrimonio” celebrato deve considerarsi indissolubile. Infine il messaggio è rivolto a tutto il quartiere. Un quartiere che, sempre di più, deve essere isolato dal contesto cittadino. Sono tanti questi “ghetti” che, trascurati ed emarginati dalla società civile, diventano ostaggio dei camorristi che ne fanno la propria roccaforte. Chi decide di collaborare con la giustizia, chi ha voglia di ritornare indietro, chi vuole riappropriarsi di una vita normale deve essere messo al bando, ridicolizzato, offeso. Deve essere isolato. Il pentito è un vigliacco, un codardo. Un traditore da marchiare a fuoco. Questi luoghi, a prima vista assurdi, sono un mondo nel mondo. Un mondo con le sue leggi, le sue consuetudini, la sua economia, i suoi “valori”, autentici e pericolosi disvalori. Un mondo geograficamente vicino eppure lontano mille miglia dal mondo normale. Dei pentiti, dunque, la camorra ha paura, essi possono rivelare segreti che devono rimanere tali. Il pentito è una bocca spalancata, un testimone credibile, la memoria storica di fatti delittuosi, affari milionari. Il pentito mina alla radice l’albero maledetto della camorra. Bisogna scoraggiare il pentitismo. Occorre mettere in atto, pur senza saperlo, la finestra di Overton. Con un lavoro lento, inesorabile, la logica viene ribaltata. Non chi ama la giustizia, la legalità, l’onestà è una persona perbene, ma chi va contro la legge, chi si atteggia a guappo, chi guadagna tantissimo in modo disonesto e poi fa il gradasso pagando le luminarie di Natale. Un mondo capovolto che deve apparire però normale. Equilibri strani. Anche se queste sono cose risapute, è bene, ogni tanto, alzare il tiro, sfidare la società e ricordare a qualche smemorato che la camorra non è morta e nemmeno in fin di vita. Ed ecco che, mentre nella villa comunale di Castellammare, si accendono i falò in onore della Madonna Immacolata, i camorristi insediati nel “loro” feudo, danno fuoco al falò alternativo. Una catasta di legna, altissima, sulla quale troneggia uno striscione con la scritta:«Così devono morire i pentiti, bruciati». Accanto allo striscione un manichino impiccato fa l’esegesi della scritta. Linguaggio chiarissimo. Tutti, anche gli ingenui e i bambini, hanno compreso. Purtroppo tanta gente applaude, il fatto più doloroso è questo. Attenzione, prendere sotto gamba questa sfida, che, a prima vista, potrebbe sembrare folcloristica, sarebbe un grossolano errore. Messaggi come questo sono la prova che la camorra ai suoi affari milionari, al controllo del territorio, alla sua “autorità” non intende rinunciare. Ma sono anche segno della sua debolezza. Con questa ultima sfida i camorristi di Castellammare si sono dati il sasso sui piedi, ci hanno fatto capire quanta paura hanno dei collaboratori di giustizia, ci hanno indicato la strada da percorrere. Lo Stato deve, quindi, invogliare, incoraggiare, promuovere la collaborazione. E facilitare il reinserimento dei pentiti nella società civile.