VA IN SCENA NELLA SEDE DEL CINEMA DI TORINO UNA MOSTRA DEDICATA A MARILYN

DI GIOVANNI BOGANI

Ci saranno tante cose sue. Lei ci sarà, come c’è sempre stata, in tutti questi anni. C’è stata con la sua immagine, con le fotografie, con i film che ritroviamo in televisione. Una bocca rossa, una pelle bianchissima, una strana disarmata, infantile e bellissima felicità. Marilyn Monroe. Che probabilmente è morta di dolore, di solitudine e di barbiturici, di angoscia: nonostante fosse l’attrice più amata del mondo, la più desiderata del mondo, la più fotografata del mondo. Può esserci un abisso, una frattura insanabile fra quello che il mondo pensa di te e quello che tu senti per davvero.

Va in scena alla Mole Antonelliana, cioè nella sede del Museo del cinema di Torino, una mostra dedicata a Marilyn. Potremo vedere i suoi gioielli, uno dei busti che indossava; il beauty case utilizzato sul set di “A qualcuno piace caldo”. La Academy of Motion Picture and Arts di Los Angeles, l’istituzione che assegna gli Oscar, offre i figurini dei suoi costumi, creati dai più importanti costumisti di Hollywood. E ancora, riviste d’epoca, estratti di film, foto di scena. E il decollété, tacco 11, in vernice rosa che Ferragamo realizzò espressamente per lei.

Che cosa c’è da scoprire ancora su Marilyn? Niente. Ma c’è da tenersela stretta. Per un concorso di circostanze, per una congiunzione astrale forse irripetibile, l’umanità intera, da più di mezzo secolo, ha trovato in lei l’immagine della bellezza, della seduzione, dell’amore. Nessun’altra attrice, dopo di lei, è riuscita a scalzarla, a prendere il suo posto. A divenire, allo stesso modo, un’icona totale. Per dire musica dici Beethoven, o Mozart se hai più primavera nel cuore; per dire pittura dici Leonardo, se pensi a una statua ti viene in mente il David. E se pensi donna, attrice, diva, mito, ti viene in mente solo un nome: Marilyn.

Aveva capito tutto Andy Warhol, che riproducendo il suo volto all’infinito, gialla, rossa, blu, aveva capito che Marilyn era la foto profilo dell’Occidente, e del suo tempo. Lo hanno capito in tanti: Pier Paolo Pasolini, che nel film “La rabbia” , girato l’anno dopo la fine di Marilyn, celebra uno straziante ritratto dell’attrice. “Tu hai portato in te la tua bellezza con un sorriso obbediente. Ma l’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite”, dice Pasolini nel film. “La portavi sempre con te, la tua bellezza, come un sorriso tra le lacrime”.

La mostra, che porta il titolo “Naturale eleganza, magico charme: Merry Marilyn”, sarà aperta da dopodomani mercoledì 12 fino al 28 gennaio 2019, sotto i grandi schermi dell’Aula del Tempio, cuore del museo. Fra gli oggetti in mostra, anche un paio di orecchini e un bracciale con incisa la dedica “Marilyn, Love – Frank”. Non è un mistero che il più famoso cantante dell’epoca e la più famosa star dell’epoca si siano amati, in una lunga relazione che durò dal 1954 al 1961. Frank Sinatra – secondo una biografia uscita recentemente – arrivò a proporre a Marilyn di sposarlo. E cercò, con tutte le forze, di strapparla alla spirale di depressione e farmaci in cui Marilyn si stava inabissando.

Nell’esposizione torinese ci saranno anche fotografie di grandi autori – Milton Greene, George Barris, Richard Avedon – ognuno dei quali ha catturato un aspetto diverso della personalità della star. Richard Avedon, per esempio, genio del ritratto, è colui che riuscì a far giocare Marilyn con l’immagine delle superstar che la avevano preceduta. In una serie del 1957, Avedon fece posare Marilyn nei panni delle dive più famose del Muto: Jean Harlow, Clara Bow, Lilian Russell, Theda Bara e Marlene Dietrich. Un “Tale e quale show” tutto visivo, che ti permette di scoprire il perfezionismo – la somiglianza è impressionante – e l’ironia della diva.

E intanto, negli Stati Uniti, il 12 novembre è andato all’asta il libro delle preghiere di Marilyn. Un libretto di preghiere fittamente annotato a matita, con una sorprendente caratteristica. Il libretto è un “siddur”, un libro di preghiere ebraiche. Sì, perché Marilyn dopo il matrimonio con Arthur Miller si convertì all’ebraismo. Se ne trovano conferme anche nelle lettere del rabbino Robert Goldburg, che presiedette alla sua conversione. Lei, cresciuta senza famiglia e senza un credo, credette di trovare, con Miller, l’uno e l’altro. E dichiarò di sentirsi in sintonia con gli Ebrei: “tutti ce l’hanno con loro, non importa che cosa facciano. Proprio come succede a me”.