LA TRATTATIVA UE SULLA FINANZIARIA FA CROLLARE IL BALCONE: DEFICIT RIDOTTO AL 2,04%

DI ALBERTO EVANGELISTI

Scena prima, esterno: uomini e donne esultano festanti sul balcone Palazzo Chigi mentre altri parlamentari muniti di bandiere del Movimento 5 Stelle annunciano estasiati la fine della povertà. La scena, già abbastanza surreale sul momento, doveva coronare un momento, a parere dei festanti, storico: dopo una riunione lunga e tesa, le forze di Governo avevano ottenuto da Tria quel famoso 2,4% nel rapporto deficit/PIL che, fino a ieri, pareva la linea del Piave su cui assestare le truppe giallo-verdi.

Poi sono arrivati lo spread, la difficoltà a finanziare il debito piazzando titoli di Stato, lo scontro frontale con le istituzioni europee e la concreta paura che, con questi ritmi non si sarebbe arrivati poco lontano e così, pian piano, Salvini e Di Maio si sono visti costretti a leggere le letterine provenienti dall’Europa accolte inizialmente con tanto sarcasmo.

Già dalla prima settimana di dicembre si era intuito che la manovra in discussione alla Camera sarebbe stata notevolmente rivoluzionata a valle della trattativa portata avanti da Conte in sede europea, tant’è che il Ministro Tria era stato appositamente chiamato in audizione in Commissione Bilancio a Montecitorio, proprio per dare spiegazioni su questo punto. Se a questo si aggiungono le pressioni, giunte praticamente da ogni ramo, istituzionale, economico e finanziario, a trovare l’accordo per evitare la procedura d’infrazione, che la il Piave stesse per cedere era cosa ritenuta dai più come acquisita. Ne sono conferma, con buona pace di tutti, l’abbassamento dello spread, attestato intorno ai 270 punti base, e dei rendimenti del nostro debito, scesi nuovamente sotto la soglia del 3%.

Ieri il Premier Conte, all’uscita dall’incontro con Juncker, ha annunciato che la proposta italiana all’Europa prevedeva appunto l’abbassamento del valore del deficit dal fatidico 2,48% al 2,04%, parente prossimo di quel 2% che ci veniva richiesto, per un taglio complessivo stimato di circa 7 miliardi e mezzo.

Certo, in Europa si erano affrettati a specificare che non si trattava di una mera questione numerica legata agli zero virgola e che la questione fondamentale era anche legata al merito dei provvedimenti e a questo aspetto vanno legate le dichiarazioni odierne del commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, secondo che, pur ritenendo un passo nella giusta direzione quello italiano, precisa che “ancora non ci siamo”.

In ogni caso, in questi giorni in cui Germania, Francia e Inghilterra hanno ben altri problemi, anche agli esponenti continentali non conviene tirare troppo la corda e rischiare di alimentare altri focolai, motivo per cui oggettivamente l’accordo appare realmente a portata.

Erano stati proprio i problemi francesi a far tentare l’ultimo arrembaggio per salvare quota 2,4: Macron, per uscire dalla situazione di tensione in cui il Paese versa da settimane, ha fatto promesse che, inevitabilmente, comporteranno un innalzamento del deficit e che avevano immediatamente portato le forze di governo in Italia a sostenere che, se poteva farlo la Francia, perché noi no?

Ovviamente gli economisti il “perché noi no” lo sanno bene e, se in buona fede, lo spiegano: i fondamentali macroeconomici francesi sono molto differenti dai nostri, a partire dal dato forse più significativo, la crescita. La Francia cresce infatti dell’1,6% su base annua mentre l’Italia viene attestata fra lo 0,9% e l’1%. Collegato a questo primo dato ci sono altri due aspetti che differenziano Francia, che vede gli investimenti in crescita e disoccupazione in calo intorno al 9% e Italia, che invece sta calando negli investimenti e ha un livello di disoccupazione che è tornato a crescere e si attesta ora al 10,4%

Su tutti poi spicca il dato sul debito, 98% del PIL quello francese, amaramente 131% del PIL quello nostrano. Questo aspetto ha anche una valenza tecnica visto che la procedura di infrazione che sembrava aprirsi per l’Italia riguardava appunto il livello di debito raggiunto e la crescita dello stesso, non segnatamente il deficit.

In fine, a voler quantificare la differenza fra le due situazioni, c’è l’implacabile spread che, va ricordato, di fondo indica il livello di fiducia che un Paese ha sui mercati e sugli investitori: Francia 74%, Italia 138%. Gioco, Partita, Incontro.

Conte, rivolgendosi alla stampa, specifica che l’abbassamento di quasi quattro decimali del deficit è dovuto alla prudenza con cui era stata costruita la manovra, tale da consentire limature sufficienti, senza intaccare i due provvedimenti “titolo” della stessa: quota cento e reddito di cittadinanza.

Resta da capire come verranno reperiti questi 7 miliardi e mezzo e per saperne di più occorrerà aspettare il passaggio in Senato: l’idea è quella di approvare velocemente e con fiducia l’attuale testo alla Camera per poi presentare la manovra reale al Senato per mezzo di un maxi emendamento.

Ad oggi, quindi, una manovra finanziaria da commentare di fatto non c’è. Restano comunque alcune ipotesi, essenzialmente derivanti dal fattore numerico: se, come afferma Conte, i due provvedimenti “spot” rimarranno, è probabile immaginare che gran parte di quei 7,5 miliardi deriveranno da una riduzione dell’efficacia degli stessi. Si parla quindi di una platea più ristretta di soggetti che potranno usufruire di quota 100 e del reddito di cittadinanza e di una diminuzione del reddito stesso. A questo andrebbe aggiunta una quota parte di risparmio sul 2019 dovuto ai tempi di attuazione dei provvedimenti stessi che, non avendo piena efficacia per certo già da gennaio, comportano una riduzione di spesa tanto maggiore quanto maggiore sarà il procrastinarne l’entrata in vigore.

Di certo, di quella che avrebbe dovuto essere la “manovra del cambiamento”, resta ben poco. Già prima di quest’ultima trattativa, rispetto alle promesse elettorali dei 2 partiti di maggioranza, la manovra era ben poca cosa; spariti completamente punti qualificanti dell’una e dell’altra parte come, tanto per citare i più famosi, l’abolizione delle accise e la flat tax, di cui si sono perse le tracce, senza contare che i provvedimenti proposti erano vagamente lontani parenti di quelli promessi: quota cento non è certo l’abolizione della Fornero così come il reddito di cittadinanza prospettato è ben lontano da quei 780 euro pro capite da distribuire ad una vastissima platea di utenti che tanti consensi aveva portato alle elezioni.

Proprio qui sta il punto critico della questione: difficilmente Di Maio potrà presentarsi dai suoi, specialmente dopo i cali di consensi dell’ultimo periodo, annunciando come reddito di cittadinanza un contributo di 300 € da dare ad una ristrettissima platea. Allo stesso modo Salvini non può essere soddisfatto di presentare una “quota cento” che di fatto sia usufruibile, o per i vincoli normativi o per la poca convenienza, da un numero decisamente ristretto di cittadini.

Se non altro, con il nuovo anno alle porte e, con esso, le preoccupazioni legate alla fine del quantitative easing, questo accordo, ormai realmente raggiungibile, potrà dare un po’ di respiro alle nostre finanze e, per come si stava mettendo la situazione, non è poco.