LO SCRITTORE MESSICANO BOULLOSA: INSEGNARE È L’ARTE DI RACCONTARE

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA INVIATA A MONTERREY (MESSICO)

I grandi insegnanti sono anche grandi narratori. Non ha dubbi Pablo Boullosa, giornalista, scrittore e docente messicano (www.pabloboullosa.net), che ha chiuso con una conferenza magistrale i tre giorni del Congreso Internacional de Innovación Educativa (http://ciie.itesm.mx/es/) del Polo Tecnológico di Monterrey (Messico). È quasi stupito di questo invito. “Io, che non sono per nulla un sostenitore convinto delle nuove tecnologie nella didattica, qui mi sento un emissario della tradizione”.

Nel senso che nella nuova didattica vede più pericoli che vantaggi?

Nel senso che distinguo tra moderno e nuovo. L’educazione deve essere moderna, ma non obbligatoriamente nuova. Non è detto che ciò che viene dopo sia sempre meglio e che si debba per forza buttare tutto quello che è stato fatto precedentemente. Oltretutto le tecnologie appena nate costano. E quando si investono molti soldi, se anche ci si rende conto che non funzionano, non si può più tornare indietro.

Quindi lei è contrario per principio all’usi di piattaforne, realtà virtuale o potenziata a scuola?

Dico solo di non perdere di vista strumenti più tradizionali. Prendiamo le culture orali, dove il sapere veniva trasmesso attraverso narrazioni. Si tratta di una tecnica potente, che dovrebbe essere usata da tutti i docenti. Se il nostro cervello si evoluto con la capacità di capire e interpretare le storie, di emozionarsi o arrabbiarsi davanti a esse, una ragione ci sarà. E infatti a un livello profondo i fenomeni si capiscono solo attraverso le storie. Prendiamo la ricchezza. Non è la stessa cosa arricchirsi con il proprio lavoro, sfruttando gli altri o rubando. Non è la stessa cosa accumulare ricchezze o ridistribuirle per la società. Ma se guardiamo la cifra del conto in banca e basta, non otteniamo nessuna di queste informazioni. Le storie ci permettono di interpretare il mondo.

Insomma, meglio il libro del computer? 

Il libro di non ti dà risposte, ti obbliga a cercarle. Il momento più importante della lettura è quando chiudiamo il libro, alziamo gli occhi e guardiamo lontano. In quel momento stiamo digerendo ciò che abbiamo acquisito. Ma per compiere questa operazione c’è bisogno di un altro requisito: il silenzio. Solo che oggi il silenzio è diventato un privilegio dei ricchi. Ci faccia caso: i quartieri e i bar dei poveri sono rumorosi.

Cosa deve fare un docente per trasformarsi in un buon narratore?

Non è obbligatorio essere attori. Anzi, “fare gli attori” spesso suona falso, tirato per i capelli. Ci sono storie tanto potenti che possono essere raccontate in tono neutro e non perdere la loro forza. Un docente deve sperimentare generi letterari e modalità di racconto e vedere cosa gli riesce meglio, con quali storie di sente più a suo agio. E poi buttarsi.

Ma deve leggere o raccontare? 

In questa fase raccontare. Gabriel García Márquez, quando stava lavorando a un nuovo romanzo, convocava gli amici e glielo raccontava. Se il racconto orale non funzionava, cambiava la storia.